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Come licenziarsi senza perdere il diritto alla disoccupazione

11 Settembre 2018
Come licenziarsi senza perdere il diritto alla disoccupazione

Dimissioni per giusta causa o licenziamento disciplinare: la Naspi, ossia il sussidio di disoccupazione, spetta sempre.

Hai deciso di licenziarti: il tuo vecchio lavoro non ti sta più bene. L’azienda non paga puntualmente gli stipendi, il capo è ostile nei tuoi riguardi e i colleghi sono scansafatiche. Su di te vengono scaricati i compiti più gravosi e lo stress inizia a farsi sentire. Per non perdere la salute per colpa degli altri hai deciso di dare le dimissioni: unica strada per salvaguardare il tuo benessere interiore. Non vuoi però perdere l’assegno di disoccupazione: in parte perché non avresti di ché vivere fino a una nuova assunzione, in parte perché ritieni ingiusto sopportare le conseguenze di un atto dipeso dagli altri. La Naspi del resto nasce proprio con lo scopo di tutelare chi resta senza lavoro non per propria colpa così come, in questo momento, tu ti senti. Fatte queste considerazioni e presa ormai la decisione definitiva, ti chiedi come licenziarsi senza perdere il diritto alla disoccupazione. Se davvero questo è il tuo problema ti dò una buona notizia. Hai ben due modi per ottenere la Naspi anche in assenza di una lettera di licenziamento da parte del datore di lavoro. Si tratta di procedure perfettamente legali che ben si adattano alla tua situazione e ad altre simili.

In questo articolo ti forniremo tutti i chiarimenti necessari a prendere il sussidio di disoccupazione in caso di dimissioni volontarie; ti spiegheremo come fare a scaricare la colpa del tuo licenziamento sull’azienda e a presentare all’Inps la domanda dell’assegno. Ti diremo come orientarti nel caso in cui dovessero sopraggiungere contestazioni e come difenderti. Ma procediamo con ordine.

Per ottenere la Naspi non è necessario farsi licenziare

Chi si licenzia ha diritto alla disoccupazione?

Chi si dimette – è questo il termine corretto per il dipendente che interrompe il rapporto lavorativo – non ha diritto alla disoccupazione, salvo che le dimissioni avvengano per «giusta causa». In buona sostanza, la Naspi non spetta a chi rinuncia al lavoro per volontà propria, per ambizione, per la ricerca di un nuovo posto, perché non si sente più di lavorare a causa di una malattia sopraggiunta o dell’età, perché ha avuto un figlio e decide di badare alla casa, perché non ha ottenuto una promozione in cui sperava, perché l’assegno non gli basta più per vivere, perché il capo gli sta antipatico e ha sempre discussioni con lui, perché ha ricevuto una mensilità dello stipendio con pochi giorni di ritardo. Si tratta infatti di dimissioni volontarie anche se dettate da motivazioni più che valide.

Viceversa ha diritto alla Naspi chi si dimette perché subisce vessazioni e mobbing sul luogo di lavoro, perché viene discriminato rispetto ai colleghi, perché non ottiene promozioni e aumenti quando invece sono riconosciuti a tutti gli altri dipendenti a parità di condizioni, perché il capo gli ha chiesto di rinunciare a una parte dello stipendio per salvare l’azienda, perché gli è stato pagato in ritardo più di uno stipendio, perché non ottiene la retribuzione degli straordinari o delle normali buste paga e ha già accumulato diversi arretrati, perché gli sono state impartite mansioni inferiori rispetto a quelle per cui è stato assunto oppure perché svolge mansioni superiori senza però una modifica dell’inquadramento contrattuale (e della retribuzione), perché i colleghi lo deridono o è stato incolpato ingiustamente, perché sul lavoro non vengono rispettate le misure di sicurezza, perché non gli sono stati concessi i giorni di permesso che gli spettano per legge, ecc. In sintesi, solo chi si licenzia per giusta causa ha diritto alla disoccupazione.

Come si dimostra la giusta causa delle dimissioni?

Nel momento in cui il lavoratore dipendente si licenzia è tenuto a presentare le dimissioni online. Potrà a tal fine indicare, come motivo della cessazione del rapporto di lavoro, le dimissioni per giusta casa. Non viene richiesto di spiegare le specifiche ragioni che hanno portato alla rottura, ma chi vuole può farlo nel campo «note» del modulo.

Allo stesso modo, quando si fa la domanda della Naspi, si è tenuti a indicare solo se le motivazioni risiedono in un licenziamento o in una dimissione per giusta causa. Anche in quest’ultimo caso non viene richiesto alcun “racconto” dei fatti che hanno determinato l’allontanamento del lavoratore. L’Inps però potrebbe contestare la sussistenza della giusta causa e, in tal caso, si aprirebbe un contenzioso. In causa spetterà al dipendente dare prova dei motivi che lo hanno indotto a dimettersi per una valida ragione, attribuibile non a lui ma all’ambiente di lavoro.

Anche chi commette un furto in azienda ha diritto alla disoccupazione

Come licenziarsi senza perdere la disoccupazione

Abbiamo appena detto quindi un primo modo per licenziarsi senza perdere la disoccupazione: indicare all’Inps, come causa del recesso, le dimissioni per giusta causa.

C’è però un altro motivo che consente di licenziarsi senza perdere la Naspi e, per quanto ti potrà sembrare paradossale, è del tutto legale e consentito dalla legge. Legge che avevamo a suo tempo criticato nell’articolo Lo Stato tutela i fannulloni. In quella sede abbiamo già spiegato come stanno le cose per chi viene licenziato per giusta causa.

Il sussidio di disoccupazione spetta non solo a chi viene licenziato per motivi aziendali (ad esempio riduzione del personale, fallimento, crisi, cessazione del ramo d’azienda) ma anche per motivi disciplinari (licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo). Significa che il dipendente che si macchia anche di una grave inadempienza o che, in malafede, non compie il suo dovere o che addirittura viene colto a commettere un reato ai danni del datore, e che perciò viene licenziato in tronco, ha diritto a percepire la Naspi. Quindi c’è molta gente che, non avendo validi motivi per rassegnare le “dimissioni per giusta causa”, si fa licenziare. Come? Restando ad esempio a casa per qualche giorno senza inviare certificati medici o giustificazioni, non svolgendo il proprio lavoro correttamente, ribellandosi alle direttive del capo, ecc. Alla luce di tali comportamenti l’azienda avvia il procedimento disciplinare che, nel caso di violazioni gravi (ad esempio l’assenza protratta per molti giorni) può portare alla risoluzione del rapporto. In buona sostanza si viene licenziati e, solo per questo – a prescindere cioè dalle motivazioni – si ha diritto a ottenere la disoccupazione. Senza alcun pregiudizio sul curriculum visto che le ragioni di un licenziamento non figureranno da nessuna parte.


note

Autore immagine: 123rf com


18 Commenti

  1. Salve, vorrei gentilmente sapere se nella Scuola Pubblica, in qualità di docente, ci si può licenziare da un contratto a tempo indeterminato (tuttavia non ancora stipulato col dirigente), senza dover rinunciare, susseguentemente a percepire il sussidio di disoccupazione, per circa un anno. Ad agosto del prossimo anno vado in pensione (di vecchiaia), per raggiunti limiti di età. Grazie

  2. Peccato che l’autore non si sia firmato, l’articolo è comunque censurabile in TOTO per l’istigazione che sottende!!!
    Comunque, per rispondere punto su punto:
    DIMISSIONI GIUSTA CAUSA: L’indicazione sul modello di dimissioni on-line non determina il diritto Naspi, il datore semplicemente indicherà sull’unilav di cessazione che si tratta di dimissioni ordinarie e tratterrà in busta paga il mancato preavviso. Il lavoratore furbetto sarà alla fine solo un lavoratore stupido.
    ASSENZA PER FARSI LICENZIARE: Si, vero il lavoratore otterrà la Naspi al termine della procedura disciplinare art.7 statuto dei lavoratori, ma l’azienda potrà procedere al risarcimento del danno subito, ed in quanto compensazione atecnica, potrebbe forzare la mano ed arrivare a trattenere tutta l’ultima busta paga. Il lavoratore a quel punto dovrà spendere la Naspi per pagare avvocati in cerca di recuperare i soldi trattenuti.

  3. Concordo su tutto quanto descritto dal collega Claudio Boller. Aggiungo: l’ articolo e’ assolutamente fuori luogo, il titolo poi “licenziarsi” si commenta da solo. Sembra quasi uno spot pubblicitario. Mi auguro sia una rubrica di buonumore, anche se trattandosi di disoccupazione ci sarebbe poco da ridere.
    Datori di lavoro seri ed onesti ce ne sono tanti e tanti sono vessati da lavoratori che escogitano proprio i trucchetti “suggeriti” nell’articolo. Personalmente li aspettiamo al varco nel rispetto della correttezza e legalità. P.s. L’articolo lo segnalerò all’ordine. Ad ognuno il suo.

    1. Eh si, decisamente vessati. La vostra specie invece, si riconosce a chilometri di distanza per lo scondinzolamento. Per restare in tema cinofilo, sarebbe interesse di tutti rimuove dal vocabolario comune il termine “padrone” visto che a prova contraria gli uomini nascono liberi, anche di vivere nei boschi se necessario. Piuttosto che stare al guinzaglio di Fido..vero consulente?

  4. L’autore dell’articolo sta istigando a comportamenti in abuso alla legge, ossia a comportamenti elusivi! Alla NASpI deve avere accesso chi ne ha realmente diritto e non chi pone in essere comportamenti ad hoc per aggirare le norme! Se un lavoratore non ha valide ragioni per rassegnare dimissioni per giusta causa rassegna quelle volontarie! Chiediamoci perché questo paese non cambia!

    1. Non per cosa, ma la legge è abbastanza a favore delle aziende, che ti stipulano un contratto e ti riempono di straordinari. Quindi, magari la correttezza deve essere da entrambe le parti. Poco personale e sormontarlo di lavoro, perché pagano molte tasse e devono guardare anche al loro guadagno… di cosa parliamo? Di schiavismo legalizzato? Poi se uno è ansioso di suo non puoi richiedere le dimissioni per stress psicofisico. La finale decisione per un lavoratore che non ce la fa più è evidente e ovvia.

  5. Io lavoro come badante da 7 aprile2018 mi chiamo Elena sono Bulgaria ero scontrato di lavoro per una persona che e un pesso morto emiliano pagano 700 euro stipendio con 25 ora in settimana ero solo 2 ora riposo in giornata ce pur assistere anche sua moglie e diacono ce non mi tocca niente no ne ferie no ne tredicesima no ne giorno libero date mi consiglio cosa devo fare per giusta causa ce sono molto stanca grazie mille.

  6. Buona sera! Da circa 4 anni subisco Mobbin in azienda perché ho 53 anni e dicono che sono vecchio, giuro sul mio onore che sto per dire la verità.
    Il mio datore di lavoro volendo disfarsi di una parte del personale ha iniziato ad avere comportamenti offensivi nei miei confronti davanti ai miei colleghi, sono stato demansionato e portato a fare lavori pesanti nonostante ho delle patologie agli arti superiori, lavori come fare scavi in giardini alla vecchia maniera (pico e pala nonostante in azienda ci sia lo scavatore) , mescolare cemento, pulire dalla vegetazione tutto il perimetro aziendale con temperature che sfioravano i 38 gradi, premetto che sono un tecnico di impianti elettronici e lavoro nella manutenzione di installazioni condominiali, non dico altro per privaci, ho fatto 10 anni in azienda con una carriera brillante e sono molto convinto di non meritare questo trattamento, ho dato tanto per questa azienda e ora mi tocca ricevere umiliazione, sconforto ec ec. Mi versano. Lo stipendio a gocciole per farmi pagare le penali delle finanziarie nelle date che sanno di farmi il danno, il mio stipendio si è ridotto di circa 700 euro al mese che prendo in meno e mi stanno. Portando alla rovina, sono sincero, ho pensato a fare una strage ma non voglio sporcarmi, ho pensato al suicidio, ma so che è quello che vogliono loro, non so più cosa fare, sono andato all’ispettorato del lavoro e mi hanno detto che non potevano fare niente, mi hanno consigliato di andare dai carabinieri, l’ho fatto e loro mi hanno rimandato all’ispettorato, al che ho desistito dal momento che lispettore del lavoro mi ha detto che loro sono un ispettorato inutile e che non potevano intervenire, al momento due mesi fa ho fatto un incidente in moto e hanno fatto la denuncia con un mese di ritardo prendendomi in giro, sono a casa sotto INAIL, e continuano a non versarvi lo stipendio nonostante INAIL versi il mio stipendio all’inizio del mese, non riesco ad acquistare le medicine per le mie cure, quindi è una situazione imbarazzante, peggio di questo non si può vivere, è impossibile comunicare col mio titolare, l’ultima volta mi ha chiuso il telefono in faccia, sono disperato e con una spalla da operare già in cura grazie ad amici che mi hanno aiutato. Sono un po’ conciato e non posso muovere il braccio per via della cuffia dei rotatoi rotta, ma in fondo ho benedetto l’incidente perché mi ha allontanato provvisoriamente da quel posto di lavoro maledetto. Cerco un buon avvocato per fare pagare tutte le mie disavventure a chi me le ha causate. Ho delle prove registrate di quanto sto dicendo, ma pare che non si possano usare contro quella bestia, un essere povero di spirito che non ha cuore dal momento che mia moglie ammalata di tumore doveva sottoporsi ad un intervento per salvare la sua vita e mi ha negato il permesso di stare con lei nella sua disabventura dicendo che per lui mia moglie poteva morire che non glie ne frega a nulla, ovviamente sono andato dai sindacati e mi hanno detto di inviare una mail con anticipo in zienda e di andare con mia moglie tranquillo che così non potevano fare nulla, ci vuole un avvocato con attributi per affrontare una causa come questa dato che non è facile, ma sono sicuro che se mi ascoltasse possiamo farcela e fare pagare tutti i danni del caso, vi giuro che non ho mai esagerato. Ma ben si ho solo fatto degli esempi più banali, perché del resto mi vergogno parlare. Aiutatemi per favore. Non metterò il mio vero nome, chi volesse contattarmi lo faccia via mail Grazie!!

  7. Io, invece che sono una cosiddetta ‘lavoratrice madre’ RINGRAZIO chi ha scritto questo articolo.
    Ho 2 bambini piccoli e dal 2004 lavoro in una ditta di import export.
    Ho fatto il centralino, aiutato alle spedizioni, in magazzino, agli acquisti, ho supportato l’ufficio commerciale (preventivi, colloqui con clienti e potenziali, marketing, riunioni, traduzioni) ho partecipato alle fiere, anche all’estero (dove ero l’unica commerciale che parla 3 lingue oltre all’italiano, ma essendo ‘donna’ ero quella che portava il caffè, spazzava lo stand, oltre che l’unica che si occupava di montarlo e smontarlo), ho organizzato le fiere (e intendo non solo a livello di contatti con i progettisti dello stand, gli spedizionieri e l’ente fiera, ma a livello pratico: preparando il materiale da esporre, compresa la traduzione dei volantini, e montare/smontare lo stand) sostituito due colleghe quando sono andate in maternità (superiori come livello, ma non ho percepito niente e ho lavorato anche 10 ore al giorno) e ho anche lavorato mentre ero a casa con una gamba ingessata (29 gg).
    Poi, per la mia scelta di prendere due (dico 2 non 6! ) mesi di facoltativa, per la quale comunque, nonostante sia un mio diritto per legge, ho chiesto il permesso ai superiori. Mi ritrovo a passare le giornate senza fare niente. È’ vero, dovrei dire: chi se ne frega, lo stipendio lo prendo, ma ho due bimbi piccoli che, mentre io in ufficio mi invento il lavoro per non stare senza fare niente. Crescono con tate e nonni.
    Lo trovo frustrante, snervante e deprimente.
    Quindi si, RINGRAZIO, chi ha scritto questo articolo, perché mi ha dato una dritta su come poter lasciare questo posto, e avere comunque un supporto mentre mi cerco qualcos’altro, magari un part-time, altro diritto sacrosanto nei paesi civili (quindi non in Italia sessista), riconosciuto dalla Corte Europea etc etc. che mi permetta di lavorare e crescere i miei figli, perchè anche quello è un diritto.
    I ns politici si domandano perché in Italia c’è crescita zero?
    Rispondo io, che sono una cosiddetta ‘lavoratrice madre’ : se non lavori, figli non ne fai, perché non puoi mantenere ne te stessa, ne loro. Se riesci a trovare un lavoro decente, non ne fai lo stesso: 1- perché rischi dei essere licenziata o demansionata o cmq te la fanno scontare in qualche modo ; 2- Se devi fare dei figli per farli crescere a nonni o tate o dare il tuo stipendio ai nidi perché facciano la tua parte mentre tu lavori (perché guai se OSI chiedere il part-time, GUAI se ti permetti di chiedere un orario flessibile, piuttosto ti danno BONUS per farti pagare l’asilo o le tate), e li vedi due giorni a settimana, tanto vale adottarne una decina a distanza, ti costa meno, non te li godi lo stesso, ma per lo meno sai che fai del bene a qualcuno che n’ha bisogno

  8. Scusate,spero i una risposta,lavoro in una azienda solo io rimasto come operaio,oltre alla responsabilità ecc..sono indietro di 3 mensilità mi danno un acconto di circa meno della metà praticamente mi danno un acconto del mese di febbraio e siamo a maggio quindi rimangono sempre 2 mesi dietro ..posso licenziarmi per giusta causa?

    1. Si ha giusta causa di dimissioni tutte le volte in cui sussiste una valida ragione che non consente la prosecuzione del rapporto di lavoro neanche per un solo giorno. L’atto di recesso non deve immediatamente contenere i motivi delle dimissioni [4], tuttavia il lavoratore deve invocare la giusta causa di dimissioni contestualmente alla comunicazione del recesso. Ecco alcuni dei più tipici casi in cui è stata riconosciuta la possibilità di dimettersi per giusta causa: mancato o ritardato pagamento dello stipendio: il ritardo deve essere apprezzabile, tale cioè da mettere in significativo disagio economico il dipendente. Un ritardo di uno o due giorni non può considerarsi una giusta causa di dimissioni, ma quello di oltre 10 giorni sì, tenuto conto che, a fine mese, ci sono sempre le utenze da pagare, il condominio e gli altri oneri fissi; omesso versamento dei contributi previdenziali del dipendente salvo che tale fatto sia stato a lungo accettato dal dipendente; ingiurie, insulti, sberleffi, offese del superiore gerarchico verso il dipendente; pretesa del datore di lavoro di prestazioni illecite del dipendente; molestie sessuali perpetrate dal datore di lavoro nei confronti del dipendente; demansionamento ossia significativo svuotamento del numero e del contenuto delle mansioni, tale da determinare un pregiudizio al bagaglio professionale del lavoratore; mobbing o straining; trasferimento se non imputabile a obiettive ragioni organizzative dell’azienda; imposizione al lavoratore, che ha scelto di lavorare durante il preavviso, di godere le ferie residue con sovrapposizione di queste al periodo di preavviso. Per ulteriori informazioni, leggi il nostro articolo Quando il lavoratore può licenziarsi per giusta causa? https://www.laleggepertutti.it/276766_quando-il-lavoratore-puo-licenziarsi-per-giusta-causa

      1. Grazie ,vorrei esporre il problema, praticamente l’azienda è indietro di 3 mesi faccio l’esempio.mi danno solo una metà di febbraio considerando che siamo a maggio ecco in questo caso posso licenziarmi per giusta causa visto che sono dietro di 3 mensilità ..scusate se lo richiedo è che mi hanno detto che se ti danno cmq un acconto loro sono nel giusto ma rimane sempre il fatto che sono dietro di 3 mesi cosa posso fare ..scusate di nuovo e grazie.

        1. Se lo stipendio ti viene pagato in ritardo per pochi giorni o per un sola mensilità, non è di per sé motivo valido per agire contro il datore di lavoro o per dimettersi per giusta causa. È possibile, invece, intraprendere azioni legali quando il pagamento ritardato diventa una situazione che si ripete in maniera sistematica nel tempo. Al fine di vedere riconosciuto il tuo diritto di ricevere lo stipendio entro i termini prestabiliti è possibile seguire i seguenti passi, che prevedono delle azioni graduali in base alle azioni del datore di lavoro. Innanzitutto è possibile: sollecitare il tuo datore di lavoro al pagamento dello stipendio mediante raccomandata A.R. o Pec (posta elettronica certificata). Cosa deve contenere la lettera? Tutti gli elementi riguardanti il mancato pagamento, ossia la mensilità o le mensilità non pagate, l’avviso che non è stato ricevuto lo stipendio e i dati bancari per l’accredito; se l’esito non ha avuto gli effetti sperati, si può procedere con la lettera di diffida a firma dell’avvocato con preavviso di azioni legali, inviata con Pec o con raccomandata A.R.; come terzo step è possibile passare alla conciliazione presso l’Itl (Ispettorato nazionale del lavoro). Si tratta del cosiddetto tentativo di conciliazione monocratico che è rivolto a sollecitare un’ispezione all’azienda. Cosa deve fare il lavoratore in questi casi? Ebbene, basta recarsi all’Itl territorialmente competente e presentare l’esposto all’ispettore il quale convocherà l’azienda e tenterà di definire la morosità con un incontro tra le parti; infine, è possibile passare alla richiesta di decreto ingiuntivo in tribunale. In sostanza, il giudice emette l’ingiunzione solo sulla base della prova scritta del credito, senza convocare la controparte. Nei 60 giorni successivi, il decreto va notificato all’azienda la quale, entro 40 giorni, può fare opposizione oppure pagare. Se né paga, né si oppone si procede al pignoramento. Questi sono, in breve, le azioni che è possibile seguire in caso di sistematico ritardo del tuo stipendio, o se addirittura non ti vengono versate diverse mensilità arretrate. Si ricorda che nel quarto caso, ossia in caso di azione giudiziaria, il giudice nel condannare il datore di lavoro determina anche gli interessi legali da applicare alla somma non corrisposta e l’entità della rivalutazione monetaria. Ricordiamo che la Naspi è l’indennità di disoccupazione che spetta alla generalità dei lavoratori subordinati. Per aver diritto alla Naspi è necessario soddisfare specifici requisiti, oltre ai requisiti necessari per ottenere lo stato di disoccupazione. In particolare, ai fini del diritto alla Naspi è necessario soddisfare le seguenti condizioni: la perdita involontaria dell’occupazione; il possesso di almeno 13 settimane di contributi da lavoro dipendente accreditate negli ultimi 4 anni; il possesso di almeno 30 giornate di effettivo lavoro nell’anno. Non sono considerate le settimane di contributi che hanno già dato luogo a un’altra prestazione di disoccupazione.

  9. Buongiorno sono una lavoratrice a tempo determinato, volevo chiedere se mi licenzio perché per impegni familiari non riesco a rispettare gli orari lavorativi ho diritto alla disoccupazione? Grazie

    1. Dimissioni volontarie e disoccupazione normalmente non sono compatibili: chi si dimette, difatti, non perde involontariamente l’impiego, quindi non ha il diritto di acquisire lo stato di disoccupazione. Fanno eccezione le dimissioni per giusta causa, cioè causate da un avvenimento che non consente la prosecuzione, neanche momentanea, del rapporto di lavoro: in questi casi, il lavoratore che si licenzia non perde il diritto alla Naspi. Attenzione, però: non tutti i motivi che impediscono la prosecuzione del rapporto, per quanto gravi, costituiscono giusta causa di dimissioni. Facciamo allora il punto della situazione sulle dimissioni e sulla possibilità di ottenere comunque lo stato e l’indennità di disoccupazione. Leggi il nostro articolo sulle dimissioni volontarie e sulla disoccupazione https://www.laleggepertutti.it/282687_dimissioni-volontarie-e-disoccupazione

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