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Accordi tra coniugi successivi al divorzio: sono validi?

11 settembre 2018


Accordi tra coniugi successivi al divorzio: sono validi?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 settembre 2018



Padre e madre possono derogare alla sentenza di separazione o divorzio accordandosi con messaggi inviati sul cellulare?

Immaginiamo una coppia che, dopo 10 anni di matrimonio e la nascita di due bambini, decida di separarsi. Terminato il procedimento di separazione innanzi al tribunale, i due formalizzano anche il divorzio così come la legge consente di fare alle coppie per sciogliere definitivamente il rapporto di matrimonio. Nella sentenza di divorzio, il giudice ordina all’uomo di versare un assegno di mantenimento a favore dell’ex moglie (titolare di un lavoro part-time) e uno invece a favore dei figli; fissa poi la ripartizione percentuale delle spese straordinarie, le date e gli orari in cui il padre potrà/dovrà incontrare i bambini, la loro sistemazione per le feste e per le vacanze estive. Gli ex coniugi inizialmente rispettano alla lettera le indicazioni fornite dal giudice ma, già dopo qualche mese, si scontrano con esigenze diverse che li portano ad accordarsi diversamente. Così capita che per due weekend di fila i minori stiano con la madre per poi stare dal padre gli altri due fine settimana; capita poi che quest’ultimo, non potendo talvolta incontrare i piccoli nel giorno indicato dal tribunale per sopraggiunti impegni di lavoro, slitti la visita a quello successivo, e così via. Tutte queste deroghe vengono condivise dai due genitori che mantengono tra loro un atteggiamento collaborativo in funzione dei figli e del loro benessere. Ma entrambi restano con il dubbio se siano o meno validi gli accordi tra coniugi successivi al divorzio. Dubbio che si rafforza nel momento in cui, un giorno, l’uomo confida all’ex moglie di avere un grosso problema economico e di non poter, per qualche mese, versare l’intera somma del mantenimento per i minori. La moglie lo rassicura a voce, dicendogli che potrà pagare la somma più in là. Anche in questo caso, però, il padre si interroga se una manifestazione di volontà di questo tipo, non convalidata dal giudice, possa avere valore o se, invece, possa costituire un giorno un’arma contro di lui. Cosa prevede la legge? Di tanto si sono occupati più volte i magistrati. Ecco cosa è stato detto a riguardo.

I genitori possono accordarsi sul mantenimento e sulle visite dei figli?

Partiamo da un punto fermo: le condizioni di mantenimento e di visita dei figli non vengono stabilite dal tribunale nell’interesse dei genitori ma dei figli stessi. Difatti, qualora padre e madre raggiungano un accordo in sede di separazione e divorzio in merito all’assegno di mantenimento dei figli, tali intese sono comunque sottoposte al preventivo vaglio del giudice che deve valutare la congruità della somma destinata al mantenimento della prole. Né potrebbe essere diversamente visto che i minori non partecipano a un processo che decide (anche) del loro futuro. Per cui i loro interessi devono essere tutelati dal giudice. Sul punto ha già deciso la Cassazione proprio di recente (leggi Assegno di mantenimento figli: vale l’accordo dei coniugi?).

Detto ciò, possiamo ben dire che i genitori possono sì trovare un accordo sul mantenimento e/o sui giorni e orari di visita dei figli, ma il tutto deve tenere conto dell’esclusivo interesse di questi ultimi in quanto soggetti deboli. Ad esempio, una madre non potrebbe mai rinunciare all’assegno di mantenimento per i figli da parte del padre né può autorizzare quest’ultimo a scomparire per sempre e non vedere più i bambini. Si tratta di obblighi inderogabili che neanche l’accordo delle parti può cambiare. Ecco perché, in caso di separazione consensuale, il magistrato deve sempre verificare il contenuto dell’accordo stretto dagli ex coniugi.

In sintesi: ben vengano gli accordi purché non ledano i figli.

I genitori possono modificare il contenuto della sentenza di divorzio o separazione?

Ritorniamo all’esempio visto in apertura. Ai genitori è consentito, in un momento successivo all’emissione della sentenza di separazione o divorzio, accordarsi diversamente rispetto a quanto stabilito dal tribunale? La risposta varia a seconda che si parli di assegno di mantenimento o di giorni e orari di visita. Vediamo le singole ipotesi.

Si può modificare l’assegno di mantenimento per i figli?

Le condizioni che possono giustificare una riduzione o un aumento del mantenimento per i figli devono risiedere sempre in fattori sopravvenuti e non prevedibili al momento della sentenza che ha fissato l’ammontare dell’assegno. Quindi, ad esempio, la sopravvenuta disoccupazione della madre (che può portare a un aumento dell’importo) o del padre (che invece può comportare una diminuzione o addirittura la sospensione); una sopraggiunta malattia del figlio che richiede cure più costose o del padre che, per ciò, deve ridurre gli orari di lavoro, con conseguente diminuzione dei guadagni, ecc.

Se un genitore però è sempre libero di versare di più del mantenimento fissato dal giudice, anche senza l’autorizzazione del tribunale, non può però versare di meno di propria spontanea volontà. Al contrario deve sempre prima farsi autorizzare dal giudice, promuovendo un ricorso in tribunale contro l’altro coniuge, affinché il magistrato revochi il proprio precedente provvedimento sostituendolo con il nuovo importo.

Si possono modificare i giorni e gli orari di visita dei figli?

Diverso e più elastico è il discorso per quanto riguarda gli orari di visita dei bambini. Fermo restando che il padre deve essere sempre presente e rispettare il cosiddetto diritto alla «bigenitorialità» (consentendo cioè ai figli di vivere con entrambi i genitori), il padre e la madre possono di volta in volta raggiungere specifiche intese per modificare orari e giorni di visita. Sarà sempre utile fissarli per iscritto, con sms o con una chat WhatsApp. Proprio sull’uso degli strumenti telematici si è di recente espresso il tribunale di Treviso [1] autorizzando gli accordi dei genitori con tali nuove forme di comunicazione. Dunque, in questo caso, ben sono possibili le deroghe alla sentenza senza bisogno di ricorrere nuovamente al giudice.

Il genitore deve sempre favorire le visite tra i figli e l’altro genitore?

Il genitore affidatario deve favorire il diritto di visita dell’altro genitore. Non può cioè assecondare i capricci del bambino che non vuol vedere il padre o inventare falsi impegni solo per non farli incontrare. Il genitore affidatario che con il suo comportamento ostacola o impedisce il regolare esercizio del diritto/dovere di visita dell’altro genitore nei confronti dei figli minori commette il reato di mancata esecuzione dolosa del provvedimento del giudice [2]. Lo ha ribadito di recente il tribunale di Frosinone [3] soffermandosi sul ruolo che il genitore affidatario assume nei confronti dei figli minori e sulle conseguenze negative che una condotta del genere può avere sulla psicologia di quest’ultimi.

Il tribunale si sofferma sul delicato compito rivestito dal genitore affidatario in tale materia, sottolineando che «è di intuitiva evidenza il ruolo centrale» che questi assume «nel favorire gli incontri dei figli minori con l’altro genitore, e ciò a prescindere dall’osservanza burocratica del relativo obbligo imposto col provvedimento giurisdizionale». Un atteggiamento ostativo, infatti, «finisce col riflettersi negativamente sulla psicologia dei minori, indotti così a contrastare essi stessi gli incontri col genitore non affidatario, proprio perché non sensibilizzati ed educati al rapporto con costui dall’altro genitore».

note

[1] Trib. Treviso, sent. n. 1569/2018.

[2] Art. 388 co. 2 cod. pen.

[3] Trib. Frosinone, sent. n. 261/2018.

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Tribunale di Frosinone – Sezione penale – Sentenza 9 marzo 2018 n. 261

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI FROSINONE

SEZIONE PENALE

Il Tribunale di Frosinone, sezione penale, in composizione monocratica, in persona del giudice Giuseppe Farinella, nell’udienza del giorno 21.2.2018 ha pronunciato la seguente

SENTENZA
pubblicata mediante lettura del dispositivo nel processo penale nei confronti di: 1) (…)
n. R. il (…), res. In F., Via (…), difesa di fiducia dall’avv. P.Bi.
Libera presente
Imputata

del reato p. e p. dall’art. 388 co. 2 c.p., poiché, eludeva il provvedimento del Tribunale di Frosinone datato 11.2.2010 con il quale, in sede di giudiziale separazione, venivano affidati alla stessa i figli minori (…) ed (…), con facoltà per il coniuge (…), di averli con sé nei giorni stabiliti, in particolare rendendosi irreperibile nei giorni fissati per il diritto alla visita da parte del padre assumendo un comportamento ostativo all’esercizio del diritto di visita di P.C. ed, infine, negando a quest’ultimo di recuperare il periodo di visita non potuto godere.

FATTO E DIRITTO

Con decreto del 22.5.2013 la Procura della Repubblica di Frosinone citava a giudizio l’imputata dinanzi a questo Tribunale in composizione monocratica, per rispondere del reato di cui in rubrica.

Dopo una prima udienza di mero rinvio, all’udienza del 18.11.2015 venivano ammessi i mezzi di prova e, stante l’assenza della persona offesa, il difensore acconsentiva all’inversione dell’ordine delle prove ed accettava che avvenisse l’esame dell’imputata e l’escussione dibattimentale del teste a difesa. Dopodichè, avvenuto il completamento istruttorio all’udienza del 19.7.2017, oggi si dichiarava chiusa l’istruttoria dibattimentale, invitando le parti alle conclusioni, sopra trascritte. Veniva, quindi, pronunciata sentenza, pubblicata mediante lettura del dispositivo.

In esito all’istruttoria dibattimentale l’imputata deve essere riconosciuta colpevole del reato ascritto.

La persona offesa ha raccontato di essere separato dalla coniuge B. e di essere genitore di due loro figli, (…) (minorenne all’epoca dei fatti) ed (…). Con il provvedimento di separazione emesso dal Tribunale Frosinone i figli erano stati affidati alla madre, con il diritto di visita esercitabile dal padre ogni mercoledì pomeriggio ed alternativamente nei fine – settimana. Ha rappresentato che la moglie, però, faceva di tutto per non ottemperare a quanto imposto dal Giudice dal momento che,

da subito dopo la separazione, non gli concedeva di vedere i figli, o non rispondendo al citofono oppure negando che essi fossero in casa. E tutto ciò era avvenuto per un numero di volte rilevante, ben al di là, tra l’altro, del limite temporale disegnato nell’imputazione odierna. Più volte, per questo, aveva sporto denuncia, chiedendo anche l’intervento dei Carabinieri, senza però riuscire nell’intento di far mutare atteggiamento alla moglie, sino a quando un giorno il figlio minore era sceso da casa, dicendo espressamente al padre di non avere intenzione di vederlo. Aveva egli anche provveduto, in una delle occasioni in cui era intenzionato ad esercitare il suo diritto di vedere i propri figli in un mercoledì, a far intervenire i Carabinieri, i quali avevano suonato al portone e, dopo essersi qualificati, erano saliti, accertando la presenza della (…) in casa, quando invece ella non aveva risposto poco prima al marito.

Deve, dunque, ritenersi accertata una condotta di ostacolo alle legittime facoltà di visita del genitore non affidatario ed al conseguente diritto di quest’ultimo di tenere con sé i minori, dal momento che l’esercizio di tale diritto (/dovere) è stato tentato, ma risulta esser stato reso vano da una condotta oppositiva dell’imputata, con inevitabile frustrazione degli obiettivi di sviluppo della personalità del minore, tutelati e garantiti proprio con il provvedimento giudiziario rimasto inadempiuto per lungo tempo.

Sul punto occorre puntualizzare che, ai fini della sussistenza del reato di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del Giudice che concerna l’affidamento dei minori, il termine “elude” va inteso in senso ampio, comprensivo di qualsiasi comportamento, positivo o negativo, che non esige scaltrezza o condotta subdola per evitare l’esecuzione del predetto provvedimento; se è vero che la semplice inattività, in genere, non integra l’elusione, “……. non può disconoscersi che l’azione negativa dell’obbligato assume rilievo, ai fini della configurazione dell’illecito in esame, ogni volta che il relativo obbligo richieda, per essere adempiuto, una certa collaborazione da parte del soggetto cui è imposto, in difetto della quale, divenendo il provvedimento del Giudice difficilmente eseguibile, si ha elusione del provvedimento stesso. Nella specifica materia in esame, è di intuitiva evidenza il ruolo centrale che assume il genitore affidatario nel favorire gli incontri dei figli minori con l’altro genitore, e ciò a prescrivere dall’osservanza burocratica del relativo obbligo imposto col provvedimento giurisdizionale. Ne consegue, che il rifiuto di fatto apposto dal genitore affidatario alla richiesta – verbale o scritta – dell’altro genitore di esercitare il diritto di visita dei figli concreta l’elusione del provvedimento giurisdizionale che regolamenta tale rapporto, proprio perché l’atteggiamento omissivo dell’obbligo finisce col riflettersi negativamente sulla psicologia dei minori, indotti così a contrastare essi stessi gli incontri col genitore non affidatario, proprio perché non sensibilizzati ed educati al rapporto con costui dall’altro genitore……” (così, in motivazione: Cass. n. 2925/2000). In altri termini più volte la Corte di legittimità si è espressa nel senso che l’elusione dell’esecuzione di un provvedimento del giudice civile che riguardi l’affidamento di minori può concretarsi in un qualunque comportamento da cui derivi la “frustrazione” delle legittime pretese altrui, ivi compresi gli atteggiamenti di mero carattere omissivo, quando questi siano finalizzati ad ostacolare ed impedire di fatto l’esercizio del diritto di visita e di frequentazione della prole (cfr. negli stessi termini: Cass. pen. sez. 6, 33719/2010 Rv. 248157: fattispecie in cui vi erano stati frequenti e non comunicati spostamenti del luogo di dimora senza preavviso al marito separato non affidatario; conformi: N. 37118 del 2004 Rv. 230211, N. 32846 del 2009 Rv. 24462; da ultimo, Cass. n. 43292/2013).

Ciò consente di ritenere integrata la condotta elusiva contestata all’imputata.

Ora, è evidente che le dichiarazioni della persona offesa risultano la principale fonte probatoria del processo. Non è superfluo rammentare che, secondo la giurisprudenza della Corte Suprema, in tema di valutazione probatoria, la deposizione della persona offesa dal reato, anche se quest’ultima non è equiparabile al testimone estraneo, può tuttavia essere da sola assunta come fonte di prova, ove

venga sottoposta ad un’indagine positiva sulla credibilità soggettiva ed oggettiva di chi l’ha resa (Cass.: Sez. 5, 1.6.1999, n. 6910, Sez. 6, 4.3.1994, n.2732 e Sez. 1, 18.3.1992, n.3220). Inoltre, secondo Cass. 33162/2004, “la deposizione della parte offesa può essere assunta, anche da sola, come prova della responsabilità dell’imputato purché sia sottoposta ad indagine positiva circa la sua attendibilità. Infatti, alle dichiarazioni indizianti della persona offesa non è indispensabile applicare le regole di cui ai commi terzo e quarto dell’art. 192 cod. proc. pen., che richiedono la presenza di riscontri esterni. Tuttavia, considerato l’interesse di cui la parte offesa è portatrice; soprattutto quando essa è costituita parte civile, più accurata deve essere la valutazione e più rigorosa la relativa motivazione ai fini del controllo d’attendibilità rispetto al generico vaglio cui vanno sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone: in tale ottica, può concretamente apparire opportuno procedere al riscontro di tali dichiarazioni con altri elementi”.

Nel caso di specie, la valutazione di attendibilità della persona offesa supera positivamente l’uso di tale doverosa accortezza, ove solo si abbia riguardo all’importante circostanza che il (…) non solo non si è costituito parte civile nell’odierno processo, mostrando di essere fortemente interessato solo ad una pronuncia di giustizia, senza alcun ritorno economico, ma ha anche mostrato insussistente sentimento di rivalsa verso l’ex coniuge, riferendo i fatti con pacatezza e rassegnazione. Inoltre importante riscontro al suo racconto è derivato dalla testimonianza del Brigadiere (…), il quale ha effettuato due interventi sollecitati da altrettante denunce del (…), in uno dei quali aveva verificato la presenza a casa della (…) e del figlio minorenne che, comprensibilmente turbato dalla (atipica) situazione della presenza dei Carabinieri in casa propria in relazione ai non buoni rapporti tra i propri genitori, non aveva manifestato gradimento di vedere il proprio padre in quella occasione (cfr., sul punto, la testimonianza della figlia della coppia, (…)).

D’altra parte assolutamente insufficiente è stata la linea difensiva tenuta dall’imputata personalmente, che si è limitata, nel corso del suo esame, a negare l’accaduto o a dichiarare di non sapere se il figlio scendesse o meno da casa per incontrare il padre (pagg. 8 e 9 delle relative trascrizioni: quindi indirettamente confermando qualche tentativo d’accesso del marito), semmai rimproverando quest’ultimo di non essere stato puntuale nel rispettare i giorni delle visite.

Tenuto, dunque, conto della natura e della gravità del reato, nonché, in generale dei parametri di cui all’art. 133 c.p., si ritiene congrua la pena di mesi 1 di reclusione.

Lo stato di incensuratezza dell’imputata consente una valutazione prognostica positiva in ordine alla futura non commissione di ulteriori reati e, dunque, permette la concedibilità del beneficio della sospensione condizionale della pena, oltre alle attenuanti generiche, anche in considerazione del fatto che la stessa ha ripreso ad adempiere regolarmente ad ai propri obblighi, secondo quanto emerso dalla testimonianza della figlia.

Alla sentenza di condanna segue l’obbligo del pagamento delle spese processuali per il condannato. P .Q.M.
Visti gli artt. 533 e 535 c.p.p.;
Concesse le attenuanti generiche;

condanna (…) alla pena di mesi 1 di reclusione, oltre il pagamento delle spese processuali. Pena sospesa.

Giorni 90 per il deposito delle motivazioni. Così deciso in Frosinone il 21 febbraio 2018. Depositata in Cancelleria il 9 marzo 2018


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1 Commento

  1. Mi dispiace doverlo dire, ma finalmente la mannaia del ddL735Pillon arriverà con la sua speranza di Giustizia e paritetica bigenitorialità. Tutto l’impianto di questo articolo (pur interessante e legittimo) ha purtroppo alla base un principio di disuguaglianza incostituzionale fra i generi (padre e madre) dove è chiaramente sempre inteso che il genitore pagante debba rincorre discutibilimente e stancamente il genitore “affidatario e collocante” anche in presenza di volontà più che legittime delle parti. Mi risulta da altra Giurisprudenza che gli accordi post relative alle condizioni di mantenimento dei minori successivi alle sentenze del Tribunale sono assolutamente possibili, è questione che ho già chiarito con due Avvocati del Vostro staff, esiste una sostanziosa e recente giurisprudenza in materia….è richiesto ovviamente che non vadano a peggiorare le condizioni di vita del minore. Ovviamente ogni successiva contestazione in merito meriterà l’attenzione del Giudice, ma a mio modestissimo parere ci sarebbe molto da discutere sulla faccenda. Prego accettare questa modestissima critica, lo faccio semplicemente perché sono convinto che non si avrà mai una apertura se non si esce dai vecchi schemi anche con le intenzioni. Cordiale saluto Raffaele

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