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Per la pensione di invalidità bisogna vivere in Italia?

11 settembre 2018


Per la pensione di invalidità bisogna vivere in Italia?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 settembre 2018



Quando è possibile trasferirsi all’estero e portare la pensione con sé. La residenza in Italia è condizione per ottenere l’assegno di invalidità?

Risiedere all’estero e prendere la pensione in Italia. Fare uscire i soldi dei contribuenti italiani per spenderli in un altro paese. Il tutto a beneficio del pensionato che, in questo modo, paga le tasse di uno stato straniero a fiscalità agevolata. Come avere la botte piena e la moglie ubriaca. Lo fanno in tanti, purtroppo, e l’Agenzia delle Entrate sta tentando di mettere le pezze. Di qui una serie infinita di accertamenti nei confronti dei falsi emigrati che, di fatto, continuano a vivere in Italia gran parte dell’anno. Ed ora si ci mettono anche gli invalidi. Che poi, a voler essere cattivi e malpensanti, se davvero sono invalidi non si capisce come facciano a prendere aereo e valigie così spesso. Qualcuno – anzi, più di uno – sta ricevendo la pensione di invalidità italiana e se la spende in qualche paese tropicale. Ma si può fare? È legittimo mettersi a carico dell’Inps e vivere su un’amaca? Ed anche ammesso che vi sia davvero un handicap, per la pensione di invalidità bisogna vivere in Italia? A chiederselo sono stati gli eredi di un contribuente deceduto a cui l’Inps aveva negato la pensione di invalidità per conto del parente in quanto l’interessato non viveva in Italia. La vicenda è così finita in Cassazione.

I giudici della Corte suprema hanno, in questo modo, messo un punto sulla questione se, ai fini del conseguimento del diritto alla pensione di invalidità, oltre al requisito sanitario (l’accertamento dell’handicap) sia richiesta anche la residenza dell’interessato in Italia. Ecco cosa hanno chiarito in merito.

A chi spetta la pensione di invalidità?

La pensione d’invalidità civile, o assegno di assistenza per gli invalidi civili parziali, è una prestazione dell’Inps che spetta a chi possiede un’invalidità riconosciuta dal 74% al 99%, se è disoccupato e non supera determinati limiti di reddito.

Per ottenere la pensione d’invalidità civile bisogna possedere i seguenti requisiti:

  • essere invalidi parziali di età compresa tra i 18 e i 65 anni e 7 mesi, con una riduzione della capacità lavorativa compresa tra il 74 e il 99%;
  • essere cittadini italiani, europei o extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo;
  • avere un reddito annuo non superiore a 4.853,29 euro;
  • essere in stato di disoccupazione (lo stato di disoccupazione si mantiene, anche se si lavora, se non si superano 8mila euro di reddito su base annua, se l’attività esercitata è di lavoro dipendente o co.co.co., oppure non si superano 4.800 euro su base annua, se l’attività è di lavoro autonomo; non è più necessario, per ottenere l’assegno dall’Inps, l’obbligo dell’iscrizione nelle liste di collocamento speciali).

Se l’interessato è lavoratore dipendente e supera i 4.853,29 euro di reddito, senza superare 8mila euro su base annua, pur non perdendo lo stato di disoccupazione perde la pensione d’invalidità civile, in quanto oltrepassa il limite di reddito assoluto. In ogni caso, ai fini del calcolo del reddito personale annuo rileva solo quello dell’invalido e non dei familiari.

Chi ha una invalidità inferiore al 74% non ha diritto alla pensione di invalidità ma ad altre prestazioni:

  • fino al 33% di invalidità non si ha diritto a nulla;
  • dal 46% in poi si ha diritto all’iscrizione nelle liste speciali dei Centri per l’Impiego;
  • dal 33 al 73%  si ha diritto all’assistenza sanitaria e ad agevolazioni fiscali;
  • dal 66% in poi si ha diritto all’esenzione dal ticket sanitario.

Si può portare la pensione all’estero?

Come abbiamo già spiegato in:

la legge consente di trasferire la propria residenza in un altro Paese e se questo ha firmato una convenzione con il nostro Paese, la pensione può essere “trasferita” all’estero e goduta non Italia. In questo modo si riceve la pensione lorda e si scontano le tasse del paese di residenza (spesso fittizia). Ad esempio, in Portogallo la pensione è esente per i primi 10 anni. Per essere in regola bisogna trasferirsi all’estero, iscriversi all’Aire (l’anagrafe degli italiani residenti all’estero avere un regolare contratto di affitto, abitare nella nuova casa per almeno 183 giorni all’anno (184 negli anni bisestili), ossia 6 mesi.

Si può percepire la pensione di invalidità se si risiede all’estero?

Quanto poi alla pensione di invalidità, la Cassazione ha detto che «le prestazioni speciali in denaro, sia assistenziali che previdenziali, ma non aventi carattere contributivo non sono esportabili in ambito comunitario, e sono erogate esclusivamente nello stato membro in cui i soggetti interessati risiedono ed ai sensi della sua legislazione». Di conseguenza in Italia non è dovuta la pensione di invalidità civile al cittadino residente all’estero. In sintesi, vivere in Italia è un requisito inderogabile per avere la pensione di invalidità.

A tal fine la Corte ricorda che, «per quel che concerne la cosiddetta inesportabilità in ambito comunitario delle prestazioni in denaro non contributive si rileva che la disciplina comunitaria in materia di coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale contempla un principio per cui le prestazioni speciali in denaro, sia assistenziali che previdenziali, ma non aventi carattere contributivo, sono erogate esclusivamente nello Stato membro in cui i soggetti interessati risiedono ed ai sensi della sua legislazione, e dunque sono inesportabili negli Stati membri dell’Unione europea». In particolare in Italia tra le prestazione inesportabili si ricomprendono le pensioni sociali, gli assegni e le indennità ai mutilati ed invalidi civili, nonché la pensione e le indennità per sordomuti e ciechi, l’integrazione della pensione minima e dell’assegno di invalidità, l’assegno sociale e la maggiorazione sociale.

note

[1] Cass. ord. n. 21901/18 del 7.09.2018.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 29 marzo – 7 settembre 2018, n. 21901

Presidente D’Antonio – Relatore Riverso

Fatto e diritto

Ritenuto che:

la Corte d’Appello di Catanzaro con sentenza n. 118/2012 rigettando l’appello principale proposto da R.C. e litisconsorti, in qualità di eredi di R.G. , e l’appello incidentale proposto dall’Inps confermava la sentenza che condannava l’Istituto ad erogare la pensione di invalidità civile, ritenendo infondate le censure rivolte alla sentenza di primo grado dagli originari ricorrenti sotto il profilo della decorrenza e dall’Inps sotto il profilo della sussistenza del requisito sanitario e della mancata residenza in Italia di R.G. ;

contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’Inps con un motivo, mentre sono rimasti intimati gli eredi di R.G. ;

Considerato che:

con l’unico motivo di ricorso l’Inps denuncia la violazione e falsa applicazione dell’articolo 10 bis del regolamento CEE del 14 giugno 1971, come modificato dal regolamento n. 1247 del 30 aprile 1992, nonché errata motivazione su un punto controverso decisivo per il giudizio (in relazione all’articolo 360 nn. 3 e 5 c.p.c.), atteso che nel caso di specie era provato e non contestato che il signor R.G. nel periodo che va dal 1 settembre 2005 sino alla morte del 17 giugno 2006 fosse residente all’estero (come da certificato di residenza riprodotto in ricorso); talché il signor R. e per esso gli eredi, anch’essi peraltro tutti residenti all’estero, non avevano titolo per pretendere il pagamento dei ratei di pensione di invalidità per il periodo indicato, in quanto la residenza sul territorio dello Stato italiano costituisce un requisito costitutivo del diritto alla provvidenza richiesta;

il motivo è fondato atteso che, come di recente riaffermato da questa Corte (sentenza 7914/2017), “per quel che concerne la cosiddetta inesportabilità in ambito comunitario delle prestazioni in danaro non contributive si rileva che la disciplina comunitaria in materia di coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale contempla un principio per cui le prestazioni speciali in denaro, sia assistenziali che previdenziali, ma non aventi carattere contributivo, sono erogate esclusivamente nello Stato membro in cui i soggetti interessati risiedono ed ai sensi della sua legislazione, e dunque sono inesportabili negli Stati membri dell’Unione Europea. Per l’Italia, tra le prestazioni inesportabili si ricomprendono: le pensioni sociali; le pensioni, gli assegni e le indennità ai mutilati ed invalidi civili; le pensioni e le indennità ai sordomuti; le pensioni e le indennità ai ciechi civili; l’integrazione della pensione minima;

l’integrazione dell’assegno di invalidità; l’assegno sociale; la maggiorazione sociale. Infatti, il Regolamento (CEE) n. 1247/92 del Consiglio, del 30 aprile 1992, che ha modificato il regolamento (CEE) n. 1408/71 relativo all’applicazione dei regimi di sicurezza sociale ai lavoratori subordinati, ai lavoratori autonomi e ai loro familiari che si spostano all’interno della Comunità, ha previsto all’art. 1, punto 4), l’inserimento dell’articolo 10 bis (Prestazioni speciali a carattere non contributivo) che stabilisce quanto segue: Nonostante l’articolo 10 e il titolo III, le persone alle quali il presente regolamento è applicabile beneficiano delle prestazioni speciali in denaro a carattere non contributivo di cui all’articolo 4, paragrafo 2 bis esclusivamente nel territorio dello Stato membro nel quale esse risiedono ed in base alla legislazione di tale Stato, purché tali prestazioni siano menzionate nell’allegato II bis. Tali prestazioni sono erogate a carico dell’istituzione del luogo di residenza”;

va pertanto affermato che in virtù del principio, contemplato dall’art. 10-bis, comma 1, del Regolamento CEE n. 1247 del 1992, le prestazioni speciali in denaro, sia assistenziali che previdenziali, ma non aventi carattere contributivo non sono esportabili in ambito comunitario, e sono erogate esclusivamente nello Stato membro in cui i soggetti interessati risiedono ed ai sensi della sua legislazione, sicché la pensione di invalidità civile non è dovuta al cittadino residente fuori dal territorio nazionale;

in definitiva il ricorso va accolto, la sentenza cassata e non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto la causa può essere decisa nel merito con il rigetto della domanda originariamente svolta da R.C. e litisconsorti;

le spese di lite del giudizio di cassazione seguono la soccombenza degli intimati; mentre sussistono i presupposti per la compensazione di quelle relative ai giudizi di merito come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito rigetta la domanda originaria. Compensa le spese processuali dei giudizi di merito. Condanna gli intimati al pagamento delle spese processuali del presente giudizio nella misura di Euro 1700,00, di cui Euro 1500,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

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1 Commento

  1. Sarebbe interessante capire se una persona che ha portato la residenza all’estero, riceve una pensione lorda, mantenga poi il diritto di essere curato in Italia al momento del bisogno.

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