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Dimissioni per stress

12 settembre 2018


Dimissioni per stress

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 settembre 2018



Come ottenere l’assegno di disoccupazione Naspi a causa del super lavoro, dell’assenza di riposo e di ferie o a causa di turni massacranti.

Ti stai chiedendo se ti puoi dimettere per stress e prendere anche la disoccupazione dall’Inps. Il tuo capo, di recente, ti ha letteralmente sfruttato. Non c’è stata sosta né riposo. Hai fatto gli straordinari. La sera avete chiuso ben oltre le 8 e la mattina ti rechi al lavoro ben prima della formale apertura. A volte ti cerca nei weekend e quando c’è da fare un turno sei il primo che chiama. Ora però ti trovi a dover fare i conti con un esaurimento nervoso. Ti senti stanco, depresso e demoralizzato. Rischi di odiare non solo il tuo posto, ma il mondo stesso del lavoro. Così hai preso una decisione: licenziarti. Licenziarti è l’unico modo per sopravvivere alla situazione che si è creata. Nello stesso tempo, però, non vuoi rinunciare al contributo di disoccupazione, la Naspi, che viene negata a chiunque se ne va volontariamente dal lavoro. Che succede nel tuo caso? È prevista una deroga? La questione è stata spesso analizzata dalla giurisprudenza. Cerchiamo a riguardo di fare il punto della situazione e di capire quali sono le conseguenze delle dimissioni per stress e quali diritti spettano al dipendente.

Stress lavorativo: quando il datore di lavoro è responsabile?

Siamo abituati a usare il termine “stress” per qualsiasi cosa. Lo stress è la causa di quelle malattie che la medicina non sa spiegare (dall’herpes al tumore); lo stress è la ragione della fiacchezza fisica, del dimagrimento o della ciccia, della caduta dei capelli, della perdita della vista, dell’inappetenza, dell’insonnia, dell’emicrania. Allo stress diamo la colpa se le famiglie litigano, se i figli vanno male a scuola, se non si rende come si vorrebbe nello sport o sul lavoro. Non si può però attribuire qualsiasi forma di stress all’azienda che ci ha assunto. Lo stacanovista o il tipo ansioso di natura non può che prendersela con il proprio carattere e, tutt’al più, farsi seguire da un esperto in medicina psichiatrica.

Affinché lo stress lavorativo possa essere considerato come una situazione che genera un diritto al risarcimento del dipendente deve essere provato. Si deve cioè dimostrare il mancato rispetto delle norme di legge e contrattuali. I contratti collettivi prevedono i limiti massimi entro cui può avvenire lo “sfruttamento” delle energie dei dipendenti. Se si supera la soglia allora sì che si può parlare di stress lavorativo. Ma questo è solo l’inizio. Per ottenere il risarcimento del danno morale dall’azienda, lo stress deve essere anche documentabile a livello medico. Servono cioè certificati di una struttura sanitaria che attestino il peggioramento delle condizioni di salute del lavoratore. Se però viene raggiunta tale prove, il dipendente può invocare il mancato rispetto delle norme sulla sicurezza nel luogo di lavoro e chiedere la rendita all’Inail come causa di servizio. E questo perché il datore di lavoro deve tutelare la salute non solo fisica ma anche psichica dei propri dipendenti. A dire il vero, il dipendente in malattia per stress può anche assentarsi a tempo indeterminato, senza cioè essere soggetto ai limiti fissati dal CCNL per il cosiddetto “comporto” (ossia il termine massimo di malattia oltre il quale può scattare il licenziamento).

Quanto appena detto è stato più volte chiarito dalla Cassazione [1]. Secondo la Corte, il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno tutte le volte in cui sia stato sottoposto a un’eccessiva usura lavorativa di tipo psicofisico. Ciò, in pratica, si verifica quando sorge una patologia determinata dall’eccessivo lavoro svolto, purché esso sia stato causato non da una attitudine personale del dipendente a prendere “le cose di petto” o dalla sua indole ansiosa, ma dal comportamento doloso o colposo del datore. Per esempio, il dipendente che “non dorme la notte” nel pensare ai problemi di lavoro può avanzare una richiesta di indennizzo solo se sia stato il datore di lavoro ad onerarlo di un eccessivo carico di responsabilità, con un comportamento volontario o colpevole; ma non potrà farlo se questo è un suo aspetto caratteriale.

Il risarcimento, però, non spetta se i turni aziendali sono il frutto di un accordo con i sindacati e il dipendente non è costretto a svolgere regolarmente lo straordinario.

Ogni datore di lavoro ha innanzitutto l’obbligo di impedire un superlavoro eccedente la normale tollerabilità ai danni dei propri dipendenti (la “normale tollerabilità” va intesa secondo le regole di comune esperienza). Affinché, dunque, si possa configurare un risarcimento da “superlavoro”, bisogna individuare una responsabilità del datore di lavoro. Insomma, è necessario :

  • che l’imprenditore abbia violato degli specifici obblighi di comportamento, come, per esempio, il non aver accordato le ferie annuali o le pause durante le ore di lavoro;
  • e che da ciò sia derivato un danno fisico o psichico per il dipendente.

Dimissioni per stress

Abbiamo detto che il diritto al risarcimento e alla malattia “a tempo indeterminato” scatta solo se dal superlavoro il dipendente ha subito un danno psicofisico. Tuttavia egli ha diritto a dimettersi anche prima di ammalarsi. Basta infatti che sussista la giusta causa di dimissioni per ottenere l’indennità di disoccupazione (Naspi). E tale giusta causa consiste nei comportamenti colpevoli o in malafede del capo.

Nel momento in cui si chiede la disoccupazione non bisogna indicare quali sono le ragioni della giusta causa, essendo sufficiente “sbarrare la casella”. Ma se l’Istituto di previdenza dovesse contestare al lavoratore il presupposto della Naspi, quest’ultimo dovrebbe dare prova di quanto avvenuto in suo danno in azienda.

Proprio ieri abbiamo spiegato Come licenziarsi senza perdere il diritto alla disoccupazione. Ebbene, questo diritto compete anche in caso di stress dovuto a superlavoro per causa del datore.

note

[1] Cass. sent. n. 3989 del 27.02.2015.

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