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Permessi per il figlio al padre se la madre è autonoma

9 ottobre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 ottobre 2018



Lui dipendente, lei no: il marito ha diritto ai riposi se la moglie rientra al lavoro e percepisce ancora l’indennità di maternità? Il parere della Cassazione.

Sei un lavoratore dipendente ma tua moglie ha un’attività in proprio. Avete appena avuto un bambino e la mamma non sempre può lasciare il lavoro per accudire il neonato. Ti poni il problema insieme a lei di come fare per non lasciarti lo stipendio in baby sitter o, quanto meno, per limitare questa spesa. Si è posto lo stesso problema la Cassazione con una sentenza [1] che viene incontro ai genitori e boccia un ricorso dell’Inps in materia. In pratica, durante il primo anno di vita del bambino, devono essere rilasciati dei permessi per il figlio al padre se la madre è autonoma ed anche se lei percepisce contemporaneamente il trattamento economico di maternità.

Diversa la situazione se entrambi i genitori sono lavoratori dipendenti: in questo caso è prevista l’alternatività di questo beneficio, cioè: o lo usufruisce la madre o lo usufruisce il padre ma non entrambi in contemporanea.

La Suprema Corte si è pronunciata sul caso di un uomo che aveva chiesto di poter avere le due ore di permesso per allattamento poiché la moglie, autonoma, era rientrata al lavoro appena 10 giorni dopo il parto, anche se lei percepiva già l’indennità. La sentenza ricorda che la legge prevede dei permessi per il padre lavoratore nel caso in cui la moglie non sia lavoratrice dipendente senza prevedere alcuna alternatività. Da qui deriva il diritto ai permessi per il figlio al padre se la madre è autonoma, permessi che vengono raddoppiati in caso di parto plurimo. Lo stesso diritto di cui potrebbe godere il marito se la mamma è casalinga: i permessi spettano indipendentemente dal fatto che lei possa dimostrare o meno l’impossibilità di custodire il figlio [2].

Permessi per il figlio: i diritti del padre

Il diritto ai permessi per il figlio al padre viene riconosciuto in base al proprio orario giornaliero di lavoro in diversi casi. Nello specifico: quando:

  • il padre ha il bambino in affidamento esclusivo;
  • la moglie è deceduta o gravemente malata;
  • la moglie è lavoratrice dipendente e rinuncia ai permessi giornalieri;
  • la moglie è lavoratrice autonoma o casalinga.

La domanda per beneficiare dei permessi deve essere presentata sia al datore di lavoro sia all’Inps. Il lavoratore deve comunicare eventuali variazioni successive.

Nel primo caso, cioè quando il padre ha l’affidamento esclusivo del figlio, bisogna presentare il provvedimento formale da cui risulti questa circostanza. Se la moglie è deceduta o gravemente malata, occorre presentare una certificazione o dichiarazione sostitutiva di morte della madre o la documentazione che attesta la malattia della donna.

Quando sia il marito sia la moglie sono lavoratori dipendenti, lui può usufruire dei permessi solo se lei presenta una dichiarazione in cui attesta di non fruire delle ore di riposo per scelta o perché non le competono (ad esempio nel caso delle lavoratrici domestiche o a domicilio), dichiarazione che deve confermata dal suo datore di lavoro. Sono esclusi i casi in cui la madre non se ne avvale perché:

  • sta usufruendo del congedo di maternità o parentale in relazione allo stesso figlio;
  • si assenta per un motivo che determina la sospensione del rapporto di lavoro (ad esempio un’aspettativa).

Infine, nel caso del padre lavoratore dipendente e della madre autonoma, occorre certificare l’attività di lavoro non dipendente. Il marito può beneficiare dei permessi per il figlio dal giorno successivo al congedo di maternità della moglie, sempre che questa non abbia richiesto il congedo parentale.

In caso di parto plurimo, che prevede il raddoppio dei permessi, il padre può:

  • utilizzare le ore aggiuntive anche se la madre sta usufruendo di periodi di congedo di maternità o parentale;
  • utilizzare i riposi durante i 3 mesi dopo il parto e durante l’eventuale periodo di congedo parentale della madre nella misura di 2 ore o di 1 ora a seconda dell’orario di lavoro.

Permessi per il figlio: cosa dice la Cassazione

Nella sentenza in commento, la Cassazione ha dato torto all’Inps sui permessi per il figlio al padre se la madre è autonoma. L’Istituto di previdenza, infatti, sosteneva che, anche se c’è una differenza di trattamento economico tra la lavoratrice dipendente e quella autonoma, questo non incide sulla sussidiarietà ed alternatività dei riposi giornalieri e delle indennità di maternità. Significa, secondo l’Inps, che non è accettabile il cumulo dei permessi.

Diverso il parere della Corte Suprema, secondo cui appare evidente il fatto che l’alternatività nel godere dei permessi da parte del padre [3] è prevista soltanto per quanto riguarda la madre lavoratrice dipendente che non li richiede. La legge, invece, prevede in modo ampio il diritto del padre ai permessi quando la madre non è lavoratrice dipendente, cioè è autonoma o casalinga. Ma non dice nulla sull’alternatività in questi casi. Ecco perché il marito può richiedere i riposi anche mentre la moglie riceve l’indennità di maternità.

Il perché di questo ragionamento è subito spiegato: la Cassazione ricorda, innanzitutto, la diversa condizione lavorativa delle autonome per le quali, da una parte, si prevede una tutela economica differente rispetto alle lavoratrici dipendenti e, dall’altra, è contemplato il diritto a rientrare al lavoro in qualsiasi momento, quindi anche mentre riceve l’indennità di maternità. Cosa che, invece, le dipendenti non possono fare perché per loro è previsto un periodo di astensione obbligatoria dopo il parto.

In altre parole: visto che entrambi i genitori possono lavorare subito dopo la nascita del figlio, è più funzionale – secondo la Cassazione – affidare a loro la possibilità di organizzarsi con i benefici stabiliti dalla legge e, quindi, concedere dei permessi per il figlio al padre se la madre è autonoma anche quando lei percepisce il trattamento economico della maternità, non incompatibile, peraltro, con la ripresa dell’attività.

note

[1] Cass. sent. n. 22177/2018 del 12.09.2018.

[2] Circ. Inps n. 112 del 15.10.2009.

[3] Art. 40 Dlgs n. 151/2001.

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