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Maestra di scuola picchia gli alunni: cosa fare?

16 settembre 2018


Maestra di scuola picchia gli alunni: cosa fare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 settembre 2018



Al di là della responsabilità penale, sussiste anche una responsabilità disciplinare per il docente di scuola manesco o che umilia i bambini.

Le maniere forti non hanno mai fatto bene ed è tutt’altro che chiuso il dibattito sull’utilità delle punizioni corporali per insegnare rispetto ed educazione ai più piccoli. Ma se un tempo i bambini andavano a scuola già “vaccinati” dalle proprie famiglie e le bacchettate della maestra sembravano carezze rispetto alla cinta del papà, oggi che i genitori hanno scelto – a torto o a ragione – la via del dialogo anche gli insegnanti devono mutare costumi. E così, quando i genitori si accorgono che il proprio figlio ha ricevuto uno “scappellotto” dalla maestra, anche se non ci sono state lesioni tali da realizzare l’illecito penale, possono ugualmente rivolgersi al preside. Ad essere sospeso sarà allora il docente e non più lo scolaro, per quanto quest’ultimo possa essere stato indisciplinato. Ma su quali prove? Chi lo dice che la maestra di scuola picchia gli alunni? Che fare se questa dovesse negare le sberle? A spiegarlo è il tribunale di Trento in una recente sentenza [1]. Procediamo con ordine e vediamo come possono tutelarsi le famiglie tutte le volte in cui hanno il sospetto che il proprio figlio sia stato umiliato, picchiato o deriso dall’insegnante.

Inutile soffermarci sul fatto che la maestra che picchia gli alunni e procura loro dei lividi può essere denunciata per lesioni. Uno o entrambi i genitori possono andare dai carabinieri che, con buone probabilità, si faranno autorizzare dal giudice a mettere delle telecamere in classe per procurarsi le prove.

Se l’insegnante sgrida in modo offensivo, importuna o dà una sberla che non lascia segni, può sempre scattare il reato perché non c’è bisogno dei segni per commettere il crimine. Ad esempio c’è il reato di abuso dei mezzi di correzione, i maltrattamenti, la violenza privata. Se le forze dell’ordine dovessero tardare con le videoriprese, come si può inchiodare il docente? Semplice: grazie a quella regola del codice penale che rende la vittima testimone del crimine subito. Regola che, come noto, non vale invece nel processo civile dove le parti in causa non possono essere testimoni delle proprie affermazioni. Tanto per fare un esempio, chi subisce il racket o una violenza sessuale può denunciare senza preoccuparsi di avere testimoni visto che già le sue stesse dichiarazioni possono portare a una condanna penale del presunto colpevole. Quest’ultimo, dal canto suo, dovrà invece dimostrare la non attendibilità del suo accusatore, gli alibi e gli altri elementi volti a sconfessare le dichiarazioni accusatorie.

Il punto però è che quando si tratta di minori di 14 anni non c’è sempre certezza sull’attendibilità delle affermazioni e, a volte, è facile aumentare una situazione vissuta in modo amplificato dalla propria sensibilità. Da qui il quesito: un bambino può testimoniare contro la maestra che lo ha picchiato? La risposta data dalla pronuncia in commento è affermativa. E la sua dichiarazione, oltre ad avere riflessi sull’eventuale processo penale, li avrà anche nell’ambito del rapporto di lavoro tra il docente e il ministero dell’Istruzione. Il colpevole (o la colpevole) difatti, nella migliore delle ipotesi potrà essere sospesa dal servizio quando non licenziato/a del tutto.

Ecco dunque la sintesi di ciò che dice il tribunale di Trento: sono sufficienti le dichiarazioni dei minori a inchiodare la maestra alle sue responsabilità. L’insegnante della scuola d’infanzia che dà «scappellotti» ai bambini può essere sospesa dal servizio e dallo stipendio sulla base, fra l’altro, delle sole dichiarazioni dei piccoli, di età compresa fra i 3 e i 5 anni.

Le dichiarazioni dei minori non sono quindi insufficienti ai fini della prova. Certo, bisognerà valutarle attentamente, se nel caso con l’ausilio di psicologi. Ma non possono essere escluse a priori solo perché piccoli e ancora incapaci di intendere e volere in senso “legale”. Del resto – ha chiarito il giudice – se si dovessero ritenere le dichiarazioni degli alunni di una scuola d’infanzia inutilizzabili quali unica fonte di prova, gli illeciti disciplinari che si dovessero verificare in quell’ambito scolastico potrebbero essere perseguiti solamente se ripresi da una telecamera o solo se accidentalmente vi assiste un adulto; d’altro canto, escludere la possibilità di ricorrere alle testimonianze significherebbe condizionare l’esercizio della giurisdizione allo svolgimento di attività istruttoria pressoché certamente lesiva dell’equilibrio psico-fisico di persone in tenerissima età (l’escussione in giudizio quali testimoni degli alunni di una scuola d’infanzia).

Ma il punto nodale della pronuncia in commento è un altro: la minore età di un teste non incide sulla capacità a testimoniare, bensì, eventualmente, sulla valutazione della testimonianza resa e quindi sull’attendibilità.

note

[1] Trib. Trento sent. n. 16/2916.

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