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Quando dare dimissioni per pensione

17 settembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 settembre 2018



Pensione di vecchiaia, anticipata e di anzianità: quando è necessario interrompere l’attività lavorativa, quando presentare le dimissioni?

Hai maturato i requisiti per la pensione: dopo aver versato tanti anni di contributi, vorresti iniziare a riscuotere il meritato assegno dall’Inps, continuando però a lavorare. Magari la tua pensione non è molto alta e hai bisogno d’integrarla con un’attività part-time, oppure hai il desiderio di metterti in proprio per poterti finalmente dedicare al lavoro che ti piace o, semplicemente, vuoi continuare a svolgere il precedente impiego. Devi sapere che, dal 2008, il reddito derivante da attività lavorativa è pienamente cumulabile con la pensione (ad eccezione delle pensioni contributive, d’invalidità, di reversibilità o integrate): nella generalità dei casi, quindi, i pensionati possono lavorare. Per il pensionato che vuole continuare a svolgere la sua attività, però, sorge un problema nel momento della liquidazione del trattamento: perché possa essere corrisposta la pensione è necessario lo stato di bisogno, quindi, come chiarito da una recente sentenza della Corte di Cassazione [1], si deve cessare l’attività lavorativa. Ma quanto tempo prima della pensione ci si deve dimettere? Una volta liquidata la pensione si può essere riassunti subito? L’obbligo di cessare l’attività vale anche per gli autonomi e i collaboratori? Facciamo il punto della situazione: quando dare dimissioni per pensione, chi è obbligato a dimettersi, quando ci si può rioccupare.

Chi è obbligato a dare le dimissioni per la pensione?

In base a quanto chiarito dalla Cassazione [1], perché il lavoratore dipendente possa ricevere la pensione di vecchiaia, o la pensione di anzianità o anticipata, è necessario che cessi l’attività sino alla decorrenza della pensione.

L’obbligo di cessare l’attività lavorativa subordinata è connesso alla finalità della pensione, cioè allo stato di bisogno che deriva dalla fine del rapporto di lavoro. L’obbligo di terminare l’attività lavorativa dipendente, in particolare, è stato introdotto dal decreto Amato [2], ed è stato esteso alle pensioni liquidate con il sistema contributivo dalla legge Dini [3].

Per i lavoratori autonomi e parasubordinati, invece, la legge non prevede l’obbligo di cessare l’attività lavorativa.

Entro quando devono essere presentate le dimissioni per la pensione?

Le dimissioni per la pensione devono essere presentate al datore di lavoro rispettando il periodo di preavviso previsto dal contratto collettivo applicato, o rispettando le tempistiche per la cessazione dal servizio disposte dalla propria amministrazione, nel caso dei dipendenti pubblici. In ogni caso, per liquidare la prestazione, l’Inps verifica che l’attività sia cessata al momento della decorrenza della pensione: in pratica, l’Inps verifica che non sia in atto un rapporto di lavoro subordinato al momento dell’accesso alla pensione.

Per ottenere la certificazione del diritto a pensione bisogna dare le dimissioni?

Le dimissioni non sono necessarie per richiedere la certificazione del diritto alla pensione, in quanto, con la domanda di certificazione, non si chiede la liquidazione di alcun trattamento, ma si chiede soltanto all’Inps di attestare di aver maturato i requisiti per la pensione.

Le dimissioni non devono dunque essere presentate al momento in cui si perfezionano i requisiti di età e di contribuzione per l’accesso al pensionamento.

Il pensionato può lavorare?

Una volta conseguito l’assegno dall’Inps, il pensionato può serenamente iniziare un’altra attività lavorativa (o proseguire nella stessa attività dopo essere stato riassunto): nel 2008 [4], tra l’altro, sono stati aboliti i limiti di cumulo esistenti tra la pensione e i redditi derivanti dall’attività lavorativa, relativamente alle pensioni dirette, cioè di vecchiaia o di anzianità e anticipata, se non integrate o con maggiorazioni. I redditi di lavoro sono invece limitatamente cumulabili con alcune pensioni calcolate col sistema contributivo, con le pensioni di reversibilità, d’invalidità e con le prestazioni di assistenza, come l’assegno sociale.

Considerando il fatto che, nonostante il pensionamento, i contributi previdenziali sono comunque dovuti, il pensionato che continua a lavorare matura, peraltro, ulteriori quote di pensione (parliamo dei cosiddetti supplementi di pensione), che andranno ad aumentare l’assegno già in godimento.

Se il dipendente ha più lavori, deve cessarli tutti per pensionarsi?

Perché sorga il diritto alla pensione, la cessazione deve riguardare tutti i rapporti di lavoro subordinati e non può limitarsi a quello per cui sono stati versati i contributi alla gestione che liquida la prestazione. In parole semplici, se l’interessato ha due rapporti di lavoro dipendente, deve presentare le dimissioni per entrambi, a prescindere dalla gestione previdenziale presso cui ha maturato la pensione.

Se il lavoratore dipendente è anche occupato come autonomo o parasubordinato, non è invece necessario che cessi le ulteriori attività, quindi può ricevere la pensione continuando a lavorare.

Quanto deve durare l’intervallo tra dimissioni e riassunzione?

Tornando al lavoro subordinato e alla presentazione delle dimissioni per ricevere la pensione, ci si chiede quanto debba essere lunga la “pausa” lavorativa, ossia quanto tempo deve trascorrere dalle dimissioni (o dal licenziamento) alla riassunzione.

In base alla storica circolare Inps sull’argomento [5], si possono prospettare due casistiche differenti:

  • se il lavoratore continua a lavorare presso la stessa azienda, ossia viene riassunto subito dopo la cessazione del contratto, è necessario almeno un giorno di interruzione del rapporto di lavoro (ad esempio, se il rapporto termina il 31 dicembre, l’inizio del nuovo rapporto può avvenire dal 2 gennaio);
  • nel caso in cui, invece, intervenga un nuovo rapporto con un’azienda diversa, non è necessaria alcuna interruzione (ad esempio, se il rapporto termina il 31 dicembre, l’inizio del nuovo rapporto può avvenire dal 1° gennaio).

L’Inps, comunque, per evitare finte dimissioni e finte riassunzioni al solo scopo di conseguire la pensione, è tenuta a verificare l’esistenza dei documenti comprovanti l’effettività della cessazione: invio delle comunicazioni obbligatorie, liquidazione delle spettanze di fine rapporto come Tfr, ratei mensilità aggiuntive, ratei ferie e permessi non goduti, etc.

Nel 2016, è poi intervenuta la già citata sentenza della Cassazione [1] a far chiarezza sull’argomento: secondo la Cassazione, il momento a cui far riferimento per la verifica della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato è quello della decorrenza della pensione.

Di conseguenza, la “pausa lavorativa”, per evitare il rischio di rigetto della domanda di pensione, deve protrarsi almeno sino alla data di decorrenza della pensione stessa.

Se alla data di decorrenza della pensione il lavoratore risulta occupato come dipendente, l’Inps respinge la domanda e non liquida la prestazione.

Qual è la decorrenza della pensione?

La decorrenza della pensione anticipata, considerando che la riforma Fornero [6] ha abolito le vecchie finestre che intercorrevano tra la maturazione dei requisiti e la liquidazione della pensione, avviene il mese successivo rispetto a quello in cui è inviata la domanda di pensione, posta la cessazione dell’attività lavorativa.

Per quanto riguarda la pensione di vecchiaia, anche questa, come la pensione anticipata, decorre dal primo giorno del mese successivo a quello nel quale l’assicurato ha compiuto l’età pensionabile, posta la cessazione dell’attività lavorativa: in pratica, se l’attività lavorativa non è terminata ma l’età pensionabile è stata compiuta, non spettano ratei arretrati. I ratei spettano, invece, dal momento in cui cessa l’attività lavorativa.

Le finestre di attesa restano ancora per particolari tipi di prestazione, come la pensione di anzianità in regime di totalizzazione, o la pensione di vecchiaia anticipata.

Ad ogni modo l’Inps, in caso di cessazione e successiva riassunzione, anche dopo la decorrenza o la liquidazione, è sempre tenuta ad accertare se la cessazione sia stata veritiera o fittizia; a tal fine, come già detto devono essere verificate tutte le formalità relative al termine del rapporto: dimissioni del lavoratore, comunicazioni e scritture di legge, liquidazione di tutte le competenze economiche. Non rileva se la riassunzione avvenga presso lo stesso o un diverso datore di lavoro, come già chiarito.

note

[1] Cass. sent n. 5052 del 15.03.2016.

[2] Art.1, Co.7, D.lgs 503/1992.

[3] Art.1, Co.20, L. 335/1995.

[4] Art 19 L.133/2008.

[5] Inps Circ. n. 89/2009.

[6] DL 201/2011.


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