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Calcolo dell’assegno di mantenimento

17 settembre 2018


Calcolo dell’assegno di mantenimento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 settembre 2018



Assegno divorzile e di mantenimento: cosa hanno detto i giudici in merito agli alimenti da versare all’ex coniuge. La moglie deve dimostrare di non aver trovato un lavoro.

In caso di separazione o divorzio non è possibile sapere in anticipo, prima cioè della sentenza definitiva del tribunale, quanto si dovrà pagare per il mantenimento dell’ex moglie. Questo perché nessuna legge fissa dei criteri oggettivi e matematici per la determinazione di tale importo. Anche i numerosi software di calcolo dell’assegno di mantenimento che si trovano online non possono essere considerati attendibili visto che lo stesso giudice non ha elementi predeterminati nel quantificarne l’esatto ammontare, ma è libero di muoversi all’interno di una forbice più o meno ampia secondo quelle che sono le sue convinzioni personali, il caso concreto e, soprattutto, alcune linee guida fissate dalla giurisprudenza. Proprio la giurisprudenza ha fissato, nel tempo, alcuni elementi sulla base dei quali è possibile stimare il calcolo dell’assegno di mantenimento da corrispondere all’ex coniuge. Per essere ancora più precisi bisognerebbe poi informarsi sui precedenti emessi in precedenza dal tribunale competente. I giudici di uno stesso luogo, infatti, sono soliti seguire una medesima linea di pensiero in tutti i processi in modo da non dar vita a sperequazioni. In alternativa ci si può affidare alle pronunce della Cassazione che sono – o meglio, dovrebbero essere – un faro per i casi analoghi.

Chi vuol sapere qual è il calcolo dell’assegno di mantenimento resterà quindi deluso nel sapere che nessun avvocato potrà mai dirgli, con certezza matematica, quale somma dovrà corrispondere all’ex moglie. Di certo si può presumere che tale importo difficilmente supererà la metà dello stipendio di chi lo versa anche in presenza di figli e che tanto più breve è stato il matrimonio tanto minore sarà l’assegno. Vengono inoltre trattate diversamente le coppie ove la moglie è giovane da quelle in cui ha già superato i 50 anni. Ed ancora, maggior tutela viene data alla donna disoccupata per aver a lungo svolto, d’accordo col marito, le attività di casalinga e badato ai figli rispetto alla moglie con un proprio lavoro (seppur part time) o comunque con una formazione tale da consentirle di trovare un impiego.

Non in ultimo vengono in considerazione eventuali proprietà immobiliari che possono costituire una fonte di sostentamento per l’ex coniuge senza un’occupazione.

In questo articolo cercheremo di capire come fare il calcolo dell’assegno di mantenimento e su quali elementi il giudice deve decidere. A favorirci in questo difficile compito sono due recentissime sentenze della Cassazione che hanno stravolto tutta la materia con riferimento al divorzio (la separazione invece è rimasta immutata rispetto al passato) [1]. Ma procediamo con ordine.

Quando spetta l’assegno di mantenimento?

Per prima cosa si deve fugare un equivoco in cui spesso si cade. Il mantenimento non è una sanzione addossata al coniuge responsabile della fine del matrimonio, colui cioè a cui il giudice ha addossato il cosiddetto addebito, ossia la colpa. Il mantenimento serve solo a compensare eventuali sproporzioni di reddito.

Risultato: l’assegno all’ex scatta anche se non c’è addebito ossia se né il marito, né la moglie sono colpevoli per la fine dell’unione. Ad esempio: Mario e Giovanna si separano perché non vanno più d’accordo o perché l’uno dei due ha confessato all’altro di non amarlo più. Mario guadagna 2mila euro al mese e Giovanna è disoccupata. Mario verserà il mantenimento a Giovanna.

Al contrario, anche in presenza di addebito può non esserci un mantenimento. Ad esempio Mario tradisce Giovanna. Mario guadagna 2mila euro al mese e Giovanna 1.800. In questo caso Mario non dovrà versare alcun mantenimento visto che non c’è disparità di reddito. Se però a tradire fosse stata Giovanna, disoccupata e senza reddito, costei non avrebbe diritto al mantenimento. Questo perché chi subisce l’addebito non può mai chiedere l’assegno.

L’addebito – ossia la dichiarazione, da parte del giudice, della responsabilità per la fine del matrimonio – scatta solo quando vengono violati i tre fondamentali doveri del matrimonio: assistenza, convivenza, fedeltà. Ad esempio subisce l’addebito chi va via di casa in modo definitivo (non è causa di addebito l’assenza per qualche giorno per una pausa di riflessione). Subisce l’addebito chi picchia o umilia il coniuge, chi lo tradisce o chi gli fa mancare i viveri. La moglie che si dedica allo shopping e, contrariamente alle richieste del marito, non vuole lavorare, dilapidando le risorse comuni, può subire l’addebito: essa infatti viola l’obbligo di contribuire ai bisogni della famiglia. Allo stesso modo dicasi per il marito sempre ubriaco o che spende i soldi dello stipendio al gioco delle carte o al gratta e vinci. C’è addebito a carico di chi lascia il coniuge da solo a casa nonostante sia malato e bisognoso di assistenza; ecc.

Sintetizzando, il diritto all’assegno di mantenimento spetta solo se:

  1. si possiede un reddito significativamente più basso dell’ex;
  2. non si ha, a proprio carico, l’addebito al termine della causa di separazione.

Come avviene il calcolo dell’assegno di mantenimento

La Cassazione [1] ha detto che, per stabilire l’ammontare del mantenimento da versare all’ex coniuge è necessario procedere a due valutazioni:

  • prima si deve verificare se sussiste il diritto al mantenimento;
  • una volta accertata la sussistenza del diritto al mantenimento, bisogna quantificare il relativo ammontare sulla base di una serie di variabili.

Rispettando gli iter logici che fa il giudice per determinare il calcolo del mantenimento percorriamo anche noi questi due passaggi, iniziando ovviamente dal primo: quando c’è diritto all’assegno di mantenimento?

Come stabilire se spetta l’assegno di mantenimento?

La prima verifica che compie il giudice, come abbiamo detto, mira ad accertare se spetta l’assegno di mantenimento.

In questa fase vengono valutati i due elementi che abbiamo prima indicato:

  • la differenza di redditi tra i due coniugi: il coniuge che chiede l’assegno di divorzio deve dimostrare la mancanza di indipendenza economica;
  • l’eventuale dichiarazione di addebito a carico di quello più “povero”.

Se c’è una sproporzione evidente tra i due redditi e il richiedente non ha subito l’addebito, il giudice procede alle verifiche successive.

Si possa ad accertare l’età del richiedente: il coniuge giovane, anche se disoccupato, non ha diritto al mantenimento in quanto si presume capace di trovare un lavoro per rendersi indipendente economicamente. Egli tuttavia può sperare nell’assegno se dimostra di essersi dato da fare nel cercare un’occupazione, ad esempio inviando il proprio curriculum e iscrivendosi nelle liste dei disoccupati. Senza questa prova, non basta dimostrare di essere senza lavoro per ottenere il mantenimento.

Viceversa, la donna di età avanzata (circa 50 anni) che ha dedicato una vita al ménage domestico, e che quindi ha fatto la casalinga e ha accudito i figli, ha diritto al mantenimento. Difatti è proprio grazie al suo lavoro in casa che il marito è riuscito a concentrarsi sulla carriera e ad incrementare il proprio reddito; di tale incremento la donna deve partecipare anche dopo lo scioglimento del matrimonio con l’assegno di mantenimento.

In ultima analisi viene valutata l’eventuale convivenza stabile con un nuovo partner: se il coniuge con il reddito più basso inizia una nuova relazione, instaurando  una famiglia di fatto, perde il diritto al mantenimento.

Come quantificare l’assegno di mantenimento

Una volta accertata la sussistenza del diritto al mantenimento, il giudice ne determina l’ammontare. Qui subentra la discrezionalità di ogni singolo magistrato.

Secondo la Cassazione a rilevare nel calcolo dell’assegno di mantenimento sono:

  • spese a carico del coniuge che versa il mantenimento: ad esempio il pagamento di un mutuo sulla casa assegnata all’ex moglie o la necessità di pagare un fitto o un secondo mutuo per l’abitazione ove vivere; la sussistenza di un nuovo nucleo familiare e di un altro figlio ottenuto da una nuova compagna, ecc.
  • benefici di cui dispone il coniuge che riceve il mantenimento: se questi ha ottenuto l’assegnazione della casa, l’immobile costituirà già una ricchezza di cui tenere conto (questi non dovrà infatti pagare un affitto o un finanziamento); eventuali aiuti economici erogati sistematicamente dai genitori; ecc.
  • redditi del coniuge beneficiario: poiché il mantenimento mira a rendere il coniuge beneficiario autosufficiente dopo il matrimonio, se questi dispone già di un proprio reddito, seppur da solo insufficiente a campare, di esso si terrà conto nella quantificazione del mantenimento;
  • proprietà immobiliari o mobiliari del coniuge beneficiario: se chi chiede il mantenimento è titolare di immobili o di azioni societarie, tali beni fanno reddito e quindi vanno a diminuire o ad azzerare l’assegno dell’ex;
  • la durata del matrimonio può influire enormemente sull’assegno di mantenimento. Visto infatti che va dato peso «al contributo fornito dall’ex coniuge alla formazione del patrimonio comune e personale» (il caso della casalinga), tanto più il matrimonio è durato poco tanto inferiore è stato questo contributo, per cui decresce anche il mantenimento. Bisogna evitare il rischio di creare rendite di posizione disancorate al contributo personale fornito dall’ex coniuge;
  • le potenzialità reddituali future delle parti.

Il giudice, quindi, deve accertare subito l’eventuale squilibrio creato dal divorzio, tenendo presente che lo scioglimento del vincolo deteriora le condizioni di vita del coniuge meno abbiente.

Vanno dunque prodotte in prima battuta le dichiarazioni dei redditi e gli altri documenti fiscali degli ex coniugi. Per stabilire poi se il richiedente ha diritto all’assegno divorzile il giudice del merito deve «adottare un criterio composito», ma sempre «alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali».

note

[1] Cass. S.U. sen. n. 18287 dell’11.07.2018; Cass. sent. n. 11504 del 10.05.2017.

Autore immagine: 123rf com

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