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No aumento del mantenimento alla moglie col part time

17 settembre 2018


No aumento del mantenimento alla moglie col part time

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 settembre 2018



La moglie che ha un contratto di lavoro con un part time deve prima chiedere l’estensione del contratto in uno a tempo indeterminato.

Si può obbligare una persona a lavorare? Istintivamente siamo portati a dire di no: la libertà di autodeterminazione è un diritto inviolabile e ogni individuo ha facoltà di scegliere se campare di stenti, di rendita o guadagnarsi con il proprio sudore i soldi con cui mangiare. Ma esistono diverse occasioni in cui chi rifiuta un posto di lavoro perde alcuni diritti. Ad esempio, chi non accetta un’offerta lavorativa congrua mentre percepisce la Naspi perde l’assegno di disoccupazione. Al figlio che ha completato gli studi e che rifiuta un posto confacente alla sua formazione il genitore può interrompere il mantenimento, così come può farlo nei confronti dell’ex moglie che non vuole andare a lavorare rendendosi indipendente. Una recente sentenza del tribunale di Trieste [1] affronta un caso diverso, seppur a tratti simile: l’ex moglie con un lavoro part time può chiedere un aumento dell’assegno di mantenimento? La risposta è stata negativa e la ragione può apparire abbastanza controversa: chi ha un contratto a tempo parziale deve prima far domanda al datore di lavoro di estendere il rapporto a tempo pieno. Questo perché, se ha possibilità di mantenersi da sola, deve poterlo fare senza campare alle spalle dell’ex coniuge.

La sentenza è tra le prime che affrontano la questione sicché vale la pena approfondirla.

Prima si chiede un aumento delle ore di lavoro e poi si può chiedere l’aumento del mantenimento

Di recente la Cassazione ha detto che, per riconoscere l’assegno di mantenimento, il giudice non deve valutare solo le entrate e le proprietà di cui dispone il coniuge più debole economicamente, ma anche le sue potenzialità di reddito. Il risultato sino ad oggi è stato che la donna giovane, abile e formata, che ha possibilità di riciclarsi nel mondo del lavoro, seppur disoccupata, non può esigere il mantenimento. A meno che non dimostri al giudice di aver inviato il proprio curriculum e aver cercato un posto.

La potenzialità di reddito però non va vista solo con riferimento all’età, ma anche al fatto di avere già un piede nel mondo del lavoro. Pertanto non può chiedere un aumento dell’assegno di mantenimento il coniuge più povero con un contratto di lavoro part time se prima non si attiva per passare al full time.  Prima di chiedere un aggravio a carico della controparte, deve quindi inoltrare un’istanza al proprio datore di lavoro chiedendo il tempo pieno. Solo se l’azienda respinge la sua richiesta potrà fare causa all’ex marito affinché il giudice, modificando la precedente sentenza, aumenti l’ammontare dell’importo mensile.

Nel caso di specie, il tribunale ha dato rilievo a un precedente della Suprema Corte [2] secondo cui per stabilire se il richiedente ha diritto o meno al contributo a carico dell’altro bisogna guardare alla situazione economica complessiva degli interessati senza però dimenticare le maggiori potenzialità di reddito: bisogna infatti evitare maggiori sacrifici a carico di una parte e a favore dell’altra. Nella specie l’insegnante part-time è prima tenuta a chiedere di ampliare il suo orario di lavoro se ritiene che il mantenimento a carico del marito non basti a soddisfare le sue esigenze di vita.

Ricordiamo che l’aumento del mantenimento spetta solo se sopraggiungono circostanze imprevedibili al momento della prima pronuncia; diversamente si deve ritenere che di queste il giudice abbia già tenuto conto o che la parte interessata, pur essendone a conoscenza, sia decaduta dalla possibilità di far rilevare elementi utili per la decisione.

Si devono essere verificati dei fatti nuovi rispetto alle circostanze valutate in sede di emissione della sentenza (o dell’omologa) tali da imporre una modifica o una revoca. Le sentenze di separazione e divorzio riguardano, infatti, un rapporto soggetto a mutamenti e sono dotate di autorità, intangibilità e stabilità, ma solo se le situazioni rimangono invariate. La legge sul divorzio la revoca o la modifica dei provvedimenti sul mantenimento al sopravvenire di “giustificati motivi“.

Tale criterio riguarda però, in senso stretto, la solo modifica delle condizioni economiche dei coniugi (che, quindi può essere avanzata ad esempio quando il coniuge beneficiario ha avviato una stabile convivenza, oppure quando incrementa il proprio patrimonio, quando aumenta i suoi guadagni o ha iniziato un’adeguata attività lavorativa; o ancora quando il coniuge obbligato subisce una rilevante riduzione del reddito, o inizia una relazione da cui nascono dei figli). Si ritiene invece che possa essere chiesta in qualsiasi momento la revisione delle condizioni relative all’affidamento dei figli, essendo i relativi provvedimenti adottati allo stato degli atti e nell’interesse dei figli stessi; essi non passano mai in giudicato e sono revocabili e modificabili in ogni tempo e il loro riesame può essere chiesto indipendentemente dal mutamento delle circostanze, potendosi richiedere anche solo una nuova valutazione delle stesse circostanze.

note

[1] Trib. Trieste, sent. n. 509/18.

[2] Cass. sent. n. 16190/17.

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