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Cos’è l’interrogatorio formale?

18 settembre 2018


Cos’è l’interrogatorio formale?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 settembre 2018



Fase istruttoria del processo civile: la raccolta delle prove tramite la confessione provocata dall’interrogatorio dell’avversario.

In un processo civile le parti in guerra tra loro (attore e convenuto) non possono testimoniare in proprio favore. Ad esempio, se Antonio ha prestato dei soldi a Giovanni e questi sostiene che si è trattato di un regalo, le contrarie affermazioni di Antonio non saranno mai una prova a suo favore neanche se le mette per iscritto. I testimoni devono essere per forza dei soggetti terzi che hanno conoscenza diretta dei fatti. Possono anche essere legati da rapporti di parentela con le parti (ad esempio il coniuge, i genitori o i figli) purché non abbiano un interesse diretto nella controversia. Ad esempio non può testimoniare il socio di un’azienda citata in causa mentre può farlo il dipendente. È stata ritenuta valida anche la testimonianza del coniuge in comunione dei beni. Atteso però che proprio dalle dichiarazioni dell’attore e del convenuto il giudice può farsi un’idea di come son andati i fatti, entrambi possono essere interrogati in modo informale e libero per volontà dello stesso giudice. Le loro parole non avranno valore di prova ma serviranno comunque a dare chiarimenti utili ai fini della decisione. In un solo caso le dichiarazioni delle parti fanno prova: nel corso del cosiddetto interrogatorio formale. Di cosa si tratta? È quanto cercheremo di spiegare in queste righe.

Le parti di una causa devono dire la verità?

Le parti, a differenza dei testimoni, non hanno l’obbligo specifico di dire la verità. Anzi è normale attendersi le consuete esagerazioni di chi vuol avere ragione a tutti i costi e tenta di convincere il giudice anche a costo di rappresentare la realtà in modo diverso dai fatti. Ciò comporta che eventuali dichiarazioni non veritiere contenute negli atti difensivi non avranno conseguenze di ordine penale. Resta fermo il fatto che il giudice, nella sentenza, potrà tenere in debito conto di questo al fine di valutare chi abbia ragione e chi torto.

Per tale motivo le dichiarazioni fornite dalla parte non varranno come prove. É del resto evidente che, in una causa, ciascuna di esse sostenga di avere ragione e confermi le circostanze riportate nel proprio atto difensivo.

In un unico caso le dichiarazioni delle parti possono valere come prove: quando riconoscono come fondate le ricostruzioni dell’avversario. Si tratta delle cosiddette dichiarazioni confessorie. Di cosa si tratta?

La confessione

Se una parte confessa un determinato fatto a sé sfavorevole la sua dichiarazione non solo è una prova, ma anche un tipo di prova che non si può più contrastare. Il giudice cioè è obbligato a riconoscere come veri i fatti oggetto di confessione.

Ma chi vuoi che confessi a proprio sfavore – potrai giustamente chiederti – se è in corso una causa e i due rivali si sono giurati odio perpetuo? Non è detto che la confessione sia per forza spontanea: può anche essere il frutto di un tranello, di una domanda fatta a trabocchetto in modo tale che il soggetto cada in contraddizione e inconsapevolmente ammetta determinati fatti.

Ad esempio, se un soggetto contesta di aver ricevuto dei lavori ma poi davanti al giudice dichiara di aver già pagato tutto ciò che c’era da pagare avrà ammesso tacitamente di aver ricevuto la prestazione (perché mai, altrimenti, avrebbe dovuto pagare?).

Come si fa a far cadere una persona in contraddizione?

Proprio per raggiungere questo obiettivo si ricorre al cosiddetto interrogatorio formale, ovvero all’interrogatorio della controparte per fare dichiarare alla stessa circostanze sfavorevoli, dette appunto confessorie o confessioni.

In parole più semplici, ciascuna delle parti può chiedere che l’avversario venga interrogato dal giudice su specifiche domande da lui stesso indicate. Il giudice porrà tali quesiti alla parte che viene così citata per rendere il cosiddetto interrogatorio formale. A differenza di quello “libero”, di cui abbiamo parlato in apertura, le affermazioni riferite in questa sede hanno valore di prova se sono a svantaggio di chi le dichiara.

Insomma, l’interrogatorio formale è uno strumento che mira a ottenere una involontaria confessione facendo incorrere l’avversario in contraddizioni o riconoscimenti delle altrui ragioni.

Da un punto di vista pratico verrà chiesto al giudice di fare delle domande alla controparte su circostanze precise e ben definite esattamente come avviene per i testimoni. Anche in questo caso la parte firmerà il verbale a confermare le proprie dichiarazioni.

Che differenza c’è tra interrogatorio libero e interrogatorio formale

Se l’interrogatorio libero viene richiesto dal giudice nella fase introduttiva del giudizio e le dichiarazioni non hanno valore di prova, quello formale invece è richiesto dall’avversario nella fase istruttoria (quella cioè della raccolta delle prove) ed è rivolto a provocare l’altrui confessione. Nell’interrogatorio formale i fatti ammessi dalla parte a proprio svantaggio hanno valore di “prova legale”, ossia vincolano il giudice a ritenerli veri e ormai dimostrati.

Come avviene la richiesta di interrogatorio formale?

La parte che intende far interrogare la controparte deve:

  • presentare la richiesta nei termini previsti per la formulazione delle istanze istruttorie;
  • proporre le domande a cui sarà sottoposta la controparte, formulando articoli separati e specifici.

Il giudice  decide con ordinanza sull’ammissibilità dell’interrogatorio; l’interrogatorio viene ammesso solo se utile per ricercare la verità del giudizio. Tale valutazione avviene in base al confronto tra il contenuto dei capitoli di prova e i termini della controversia e non in base alle ipotetiche risultanze cui porterebbe l’espletamento del mezzo istruttorio.

Il giudice, una volta ammesso l’interrogatorio, deve interrogare la parte sui capitoli di prova formulati dalla controparte senza poter fare domande su fatti diversi, fatta eccezione per domande su cui concordano entrambe le parti. Il giudice, in ogni caso, può sempre chiedere chiarimenti sulle risposte ricevute.

Che valore hanno le dichiarazioni rese nell’interrogatorio formale?

L’esito dell’interrogatorio è differente a seconda delle risposte e del contegno tenuto dalla parte interrogata:

  • se la parte confessa, affermando circostanze a lei sfavorevoli, queste hanno valore di confessioni; il giudice assume dette dichiarazioni come assolutamente vere con valore di prova vincolante (cosiddetta prova legale);
  • se la parte non confessa, non si produce alcun apprezzabile effetto, non avendo alcuna efficacia probatoria in giudizio le dichiarazioni che una parte compie in proprio favore;
  • se la parte non si presenta in udienza o se rifiuta di rispondere senza giustificato motivo, il giudice, valutato ogni altro elemento di prova, può ritenere come ammessi i fatti dell’interrogatorio. La mancata risposta non equivale, comunque, ad una confessione, ma viene lasciata al prudente apprezzamento del giudice.
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