Diritto e Fisco | Articoli

Diffamazione a mezzo stampa: anche un’attività commerciale può essere offesa

11 febbraio 2013 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 febbraio 2013



La Cassazione detta un principio importantissimo in materia di reati di diffamazione a mezzo stampa: la parte offesa non deve per forza essere una persona fisica, ma può trattarsi anche di un’attività commerciale, come un disco pub.

 

Non solo una persona fisica, ma anche un’associazione, una fondazione, una ditta o una società hanno un decoro e una loro reputazione (sebbene legata al commercio e non alla persona in sé). E pertanto, qualora la stampa diffonda fatti non veri in grado, in qualsiasi modo, di compromettere tale reputazione commerciale commette il reato di diffamazione ai danni dell’azienda.

Un principio, questo, che può apparire in sé scontato e intuito, ma non tanto, evidentemente, per il GUP del Tribunale di Cosenza che ha costretto la parte lesa a ricorrere fino in Cassazione per vedersi riconosciuta un diritto costituzionale.

Ancora un caso di infelice ingiustizia per via di una libertà di stampa utilizzata in modo errato e, soprattutto, poco professionale.

Il caso

Un quotidiano calabrese aveva diffuso la notizia di un accoltellamento (subito da un buttafuori) avvenuto all’interno di un noto pub di Rende (CS). Il fatto, invece, non era in realtà mai avvenuto. Nello stesso articolo, inoltre, il quotidiano in questione riportava come ‘precedente’ del locale un altro accoltellamento che si era consumato, peró, in una diversa piazza di Cosenza a 5 km dal Pub. Sicché, ritenutosi leso nella “reputazione commerciale”, il titolare dell’esercizio commerciale ha denunciato il giornale per diffamazione.

A sorpresa, il GUP di Cosenza ha archiviato la denuncia, pur avendo riconosciuto la falsità della notizia, ritenendo che, comunque, il giornalista non aveva ascritto al gestore del locale alcuna condotta riprovevole.

Intervenuta, infine, la Cassazione [1] quest’ultima ha ripristinato i principi del diritto vigente.

In verità – ha chiarito la Suprema Corte – esiste un onore e un decoro non solo per i soggetti privati, ma anche per le collettività. Tutti gli associati o i membri, considerati come un’unica entità, sono infatti capaci di percepire l’offesa. Può essere infatti diffamata anche una comunità religiosa, un partito politico, un consiglio dell’ordine, uno studio professionale, una società di capitali (sia come riflesso all’offesa recata da un singolo componente, sia come offesa portata direttamente all’ente in sé).

Non è necessario, per poter parlare di diffamazione, l’aver attribuito dei fatti falsi a un soggetto specifico (come invece aveva ritenuto il GUP di Cosenza). È anche sufficiente la divulgazione di notizie comunque idonee a intaccarne l’opinione che il pubblico ha di un determinato soggetto, sia esso persona fisica che gruppo di persone (come appunto un esercizio commerciale, un’associazione, ecc.).

Quando poi si parla di un’attività imprenditoriale, la reputazione si estende anche al buon nome commerciale del soggetto giuridico offeso.

note

[1] Cass. sent. n. 949/2012.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI