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Assegno di mantenimento ex moglie: fino a quando?

19 settembre 2018 | Autore:


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Cos’è l’assegno di mantenimento? Qual è la differenza con l’assegno divorzile? Cosa dice la sentenza Grilli? Come si calcola il mantenimento?

Il matrimonio è quel negozio giuridico che fa sorgere in capo ai coniugi diritti e doveri reciproci: si va dall’obbligo di coabitazione a quello di fedeltà e rispetto, dal dovere di assistenza morale e materiale a quello della collaborazione, passando ovviamente per la tutela della prole. Il vincolo matrimoniale comporta un impegno totale, che coinvolge non solo la sfera affettiva o sentimentale, ma anche quella economica. Pensa, ad esempio, al regime patrimoniale dei coniugi: salva espressa volontà contraria, marito e moglie vivranno in una piena comunione dei beni. Dal matrimonio, quindi, sorge un centro di interessi autonomo rispetto alle famiglie di provenienza, un nucleo a cui l’ordinamento conferisce una disciplina ad hoc. È un dato incontrovertibile, però, che in Italia i matrimoni siano in netto calo, in maniera almeno proporzionale al numero di quelli che, purtroppo, terminano con la separazione e, successivamente, con il divorzio. Nel giro di poco tempo, il sogno d’amore diventa un incubo e l’uomo o la donna della tua vita il peggior nemico. I figli vengono spesso utilizzati come strumenti per colpire l’ex coniuge e quella che una volta era la casa familiare diventa un teatro di battaglia. Una vera e propria Guerra dei Roses, in pratica. La legge consente ai coniugi giunti alla totale discordia di separarsi e, superato un periodo di tempo di riflessione, di sciogliere definitivamente il vincolo matrimoniale, restituendo così ad entrambi la libertà di stato, condizione imprescindibile per la contrazione di una nuova unione. Il punto, però, è che la separazione e, in misura minore, il divorzio, lasciano degli strascichi, soprattutto per il coniuge più abbiente: saprai sicuramente, infatti, che il coniuge economicamente indipendente deve mantenere quello che tale non è, cioè quello che non riesce a provvedere a sé. Il matrimonio, quindi, seppur infranto, è un vincolo talmente forte che riesce ad andare al di là della sua stessa fine. La domanda che molti uomini si pongono, una volta ottenuto il divorzio e la separazione, è la seguente: fino a quando devo versare l’assegno di mantenimento alla ex moglie? Se anche tu rientri tra questi, ti invito a proseguire nella lettura.

Assegno di mantenimento: cos’è?

Il matrimonio è come una trappola per topi; quelli che son dentro vorrebbero uscirne, e gli altri ci girano intorno per entrarvi (Giovanni Verga).

Se ti stai domandando fino a quando dovrai dare l’assegno di mantenimento alla ex moglie, ti conviene innanzitutto sapere cos’è e qual è la funzione del mantenimento. L’assegno di mantenimento serve a garantire al coniuge economicamente non indipendente e ai figli un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio. Il mantenimento, in altre parole, serve ad ammortizzare il trauma della frattura derivante dalla fine del rapporto: secondo la legge, non è giusto che il coniuge e la prole si trovino bruscamente da uno stile di vita ad un altro radicalmente peggiore (dalle stelle alle stalle, in parole povere).

L’assegno di mantenimento può essere dovuto sia nel caso di separazione personale che in quello di scioglimento definitivo del matrimonio (cioè, nel divorzio), con le differenze che vedremo più in avanti. Il mantenimento spetta inoltre ai figli, anche maggiorenni, fino a quando non abbiano raggiunto l’indipendenza economica.

Mantenimento: quando non è dovuto?

L’assegno di mantenimento, considerata la funzione sopra illustrata, serve quando uno dei due partner non riesce a mantenere il tenore di vita che aveva in precedenza durante la normale convivenza matrimoniale. Ciò significa che, quando questa esigenza non vi sia, cioè quando entrambi i coniugi posseggano un reddito adeguato alle loro esigenze, nessuno dei due dovrà versare il mantenimento all’altro, salvo ovviamente quello a favore dei figli.

Addebito: cos’è?

Gli uomini si sposano perché sono stanchi. Le donne perché sono curiose. Entrambi rimangono delusi. (Oscar Wilde)

L’assegno di mantenimento, anche in presenza dei requisiti economici (e cioè, dell’incapacità di uno dei due di conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio), non è dovuto nel caso di addebito. L’addebito consiste nella possibilità di imputare a uno dei coniugi la crisi della relazione affettiva. In pratica, il giudice, se ne sussistono i presupposti e su domanda di parte, può dichiarare a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, ossia individuare il coniuge cui sono riferibili i comportamenti coscienti e volontari che hanno dato causa alla separazione. Con l’addebito, il coniuge perde il diritto all’assegno di mantenimento, potendo conservare solamente quello agli alimenti, che consiste in una prestazione minore, riconducibile essenzialmente al diritto di ricevere quanto strettamente necessario al sostentamento.

Per la valutazione ai fini dell’addebito rilevano tutte le violazioni degli obblighi sanciti dalla legge, come ad esempio l’infedeltà, i maltrattamenti, l’opposizione di un genitore alle visite del figlio ai suoceri, l’ingiustificato rifiuto dei rapporti sessuali, ecc.

Mantenimento: come si calcola?

L’assegno di mantenimento è normalmente dovuto in misura proporzionale al proprio reddito, tenuto conto anche di tutte le sostanze dell’obbligato e degli eventuali redditi o altre entrate del coniuge avente diritto, oltre che dell’assegnazione della casa familiare. L’ammontare dell’assegno di mantenimento può variare nel tempo, in seguito al variare del potere di acquisto della moneta: spesso il giudice fissa dei criteri di adeguamento automatico dell’assegno, in funzione anche della svalutazione monetaria. Inoltre, l’assegno di mantenimento può essere modificato al mutare delle condizioni economiche dei coniugi: se, ad esempio, l’obbligato perde il lavoro, non potrà essere costretto a versare sempre la stessa somma a titolo di mantenimento.

Non esiste, pertanto, un calcolo certo e sicuro dell’assegno di mantenimento: il giudice dovrà valutare prudentemente la situazione reddituale di entrambi i coniugi, le proprietà possedute, l’affidamento della prole, l’assegnazione dell’abitazione familiare, e ogni altro elemento idoneo ad incidere sulle economie degli ex partner. D’altronde, è la stessa legge ad affermare laconicamente, in riferimento all’assegno di mantenimento, che «L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato» [1].

Assegno di mantenimento: fino a quando?

Il legame del matrimonio è così pesante che si deve essere in due per portarlo, spesso in tre.
(Alexandre Dumas padre)

Giungiamo finalmente al punto cruciale: fino a quando devo dare l’assegno di mantenimento alla ex moglie? Ebbene, la legge non stabilisce un termine superato il quale non dovrai più versare alcun mantenimento; spetterà pertanto a te fare istanza al tribunale affinché ti venga revocato tale obbligo, eventualmente allegando il mutamento della situazione patrimoniale tua e del tuo ex coniuge.

Negli ultimi tempi, però, abbiamo assistito ad alcune importantissime pronunce della Suprema Corte che sembrano aver messo in discussione certezze oramai consolidate, come ad esempio quella secondo cui l’assegno di mantenimento sarebbe dovuto ogni volta che l’altro coniuge non sia in grado di conservare un tenore di vita analogo a quello avuto durante il matrimonio. Approfondiamo.

Mantenimento: cosa dice la sentenza Grilli?

In tema di mantenimento, la Corte di Cassazione, con la ormai celeberrima sentenza Grilli [2], ha stabilito l’archiviazione (definitiva?) del criterio dell’analogo tenore di vita quale parametro per commisurare l’assegno di mantenimento, almeno con riferimento all’assegno divorzile, cioè alla somma di danaro che il coniuge oramai divorziato deve corrispondere all’ex partner a seguito di scioglimento definitivo del rapporto matrimoniale.

Secondo la Suprema Corte, col divorzio cessa ogni legame tra moglie e marito; pertanto, ciascuno dei due deve iniziare a badare a sé stesso. Questo significa che il coniuge con il reddito più elevato non è più tenuto a garantire all’ex (come invece è tuttora obbligatorio subito dopo la separazione) lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio, ma solo l’autosufficienza economica. Autosufficienza che consiste nel minimo per sopravvivere e sempre che lo stesso coniuge non sia in grado, per età e condizioni di salute, a procurarselo da solo.

L’ex coniuge che pretende il mantenimento non deve solo dimostrare di avere un reddito insufficiente a vivere, ma anche di non essere nelle condizioni di procurarselo, avendo ad esempio superato l’età per reimmettersi sul mercato del lavoro o per non essere nelle condizioni fisiche di cercare un impiego. La conseguenza è che possono ottenere l’assegno divorzile solo le donne che:

  • sono state casalinghe per tutto l’arco del matrimonio e ormai hanno raggiunto i 50 anni, età limite (secondo la Cassazione) oltre la quale è difficile immettersi nel mercato del lavoro;
  • per ragioni di salute non possono lavorare.

La Corte di Cassazione ha escluso il mantenimento anche per la donna disoccupata, se giovane e con un bagaglio formativo tale da consentirle di cercare un posto.

Assegno di mantenimento: gli ultimi orientamenti

Se avete paura della solitudine, non sposatevi.
(Anton Cechov)

La sentenza Grilli ha suscitato un vero e proprio terremoto giuridico-sociale: caterve di uomini si sono affidati ai propri legali per chiedere ai giudici la revoca dell’assegno di mantenimento (o meglio, di quello divorzile). Secondo la sentenza sopra citata, infatti, l’ex coniuge non può più contare sul tanto sbandierato criterio dell’analogo tenore di vita, potendo al massimo contare su un assegno di tipo alimentare. L’orientamento avallato dalla Suprema Corte solamente un anno fa è parso probabilmente troppo estremo alle Sezioni Unite [3], le quali sono tornate sul tema dell’assegno divorzile aggiustando la mira. Secondo i giudici della Cassazione riuniti nel supremo consesso, l’assegno di divorzio deve avere funzione assistenziale (per assenza incolpevole di mezzi di sostentamento), ma anche compensativa e perequativa per il sacrificio di forze che hanno consentito all’altro coniuge di accumulare un patrimonio personale e di impiegare il proprio tempo nel lavoro, spesso disinteressandosi dell’assistenza familiare. In pratica, le Sezioni Unite hanno escluso che il criterio enunciato dalla sentenza Grilli possa essere l’unico al fine della determinazione dell’assegno divorzile: occorre tenere conto anche della durata del matrimonio e del contributo fornito dall’ex coniuge alla conduzione della vita familiare ed alla conseguente formazione del patrimonio comune e personale.

Questo orientamento sembra anche maggiormente rispettoso del dettato normativo: la legge sul divorzio dice infatti che il giudice, nel pronunciare sentenza di divorzio, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive [4].

note

[1] Art. 156 cod. civ.

[2] Cass., sent. n. 11504 del 10.05.2017.

[3] Cass., sez. Un., sent. n. 18287 del 11.07.2018.

[4] Art. 5, co. 6, l. n. 898 del 01.12.1970.

Autore immagine: Pixabay.com

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