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Donazione al coniuge in comunione dei beni

19 Settembre 2018 | Autore:


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Siete sposati in comunione dei beni con il vostro coniuge e volete sapere se quanto vi è stato donato, dopo il matrimonio, arricchisce solo il vostro patrimonio o entra in comunione dei beni. Bene, allora leggete questo articolo!

«Comunione dei beni tra i coniugi» significa che tutti gli acquisti successivi al matrimonio sono divisi al 50% tra gli sposi, indipendentemente da chi ha fornito il denaro per compierli. Tuttavia ci sono alcuni beni esclusi dalla comunione legale. In questo articolo ci occuperemo sui beni che un coniuge, dopo il matrimonio, acquista per donazione e daremo alcuni importanti consigli pratici per dimostrare la donazione al coniuge in comunione dei beni, evitando che l’altro possa avanzare pretese sui beni così acquistati.

Quando i coniugi sono in comunione dei beni

La comunione legale dei beni è un sistema che regola i rapporti patrimoniali tra due persone dopo che esse si sono sposate. Essa vale tra i coniugi automaticamente, qualora gli stessi al momento del matrimonio, o successivamente, non stipulino una convenzione diversa.

Attraverso la comunione legale l’obiettivo è quello di parificare le ricchezze che i coniugi acquistano durante il matrimonio.

Facciamo un esempio concreto: se Marco, sposato in comunione dei beni con Chiara, acquista una casa con denaro esclusivamente proprio, la casa diventa, automaticamente, per il cinquanta per cento anche della moglie. Questo sistema è espressione della solidarietà tra marito e moglie, per cui la legge presume che all’acquisto abbia contribuito, se non materialmente (ossia fornendo il denaro), per lo meno moralmente e spiritualmente ciascuno dei coniugi. Così potrebbe essere nel caso in cui la moglie, facendosi il carico di curare e gestire da sola la famiglia e i figli, permette al marito di svolgere un’attività lavorativa più intensa, cosicché egli possa guadagnare quel denaro necessario all’acquisto di una nuova casa.

Certo, è una concezione un po’ «antica», ma ad oggi tra i coniugi vi è, ancora, la possibilità di esprimere la loro solidarietà matrimoniale attraverso questo sistema di automatica cointestazione degli acquisti fatti dopo il matrimonio.

Le categorie di beni escluse dalla comunione dei beni

Nonostante i coniugi abbiano scelto la comunione legale, ci sono particolari tipi di beni che non possono farvi parte: non è difficile stabilire quali sono perché la legge lo indica espressamente [1].

I beni esclusi dalla comunione tra i coniugi sono:

  • quelli di cui ciascun coniuge era già proprietario (o comunque titolare di un diritto) prima del matrimonio;
  • quelli che ad «uso strettamente personale»: così potrebbe essere, ad esempio, l’orologio per l’uomo e la preziosa collana per la donna;
  • quelli che vengono utilizzati per l’attività lavorativa (il computer, il camion, il mobilio acquistato per arredare lo studio professionale);
  • tutto ciò che il coniuge ottiene per essere risarcito da un danno, o a titolo di pensione per la perdita/diminuzione di capacità lavorativa;
  • i beni acquistati trasferendo beni personali: se, ad esempio, il marito per acquistare una villetta usa il denaro ottenuto vendendo due case di cui era già proprietario prima del matrimonio, la viletta, anche se acquistata successivamente al matrimonio, non viene automaticamente cointestata alla moglie, perché si guarda alla provenienza del denaro.
  • Infine, non entrano in comunione gli acquisti ottenuti da ciascuno dei coniugi dopo il matrimonio grazie ad una donazione, o anche attraverso successione ereditaria [2]. In questi due casi, però, è necessario che non vi sia una clausola nella donazione, o magari nel testamento, che preveda espressamente che i beni devono andare a favore non del singolo coniuge, ma della comunione dei beni tra entrambi gli sposi.

Quali sono le tipologie di donazione al coniuge escluse dalla comunione?

Sicuramente sono escluse dalla comunione dei beni tutte le donazioni fatte a uno dei coniugi attraverso il formale contratto di donazione.

E le donazioni indirette? Anche queste sono escluse dalla comunione tra i coniugi?

La donazione indiretta è quel meccanismo attraverso il quale si arricchisce gratuitamente una persona senza utilizzare il formale «contratto di donazione», ma con mezzi diversi e vari.

La giurisprudenza afferma che non ci sono dubbi sul fatto che ad essere escluse dalla comunione dei beni tra gli sposi non sono solo le donazioni fatte con la forma tipica (del contratto di donazione), ma anche quelle ottenute da uno dei coniugi con un mezzo diverso [3].

E, allora, può essere utile indicarvi alcune delle più frequenti tipologie di cosiddetta «donazione indiretta» che, qualora siate sposati in regime di comunione dei beni, andranno ad arricchire esclusivamente il vostro patrimonio personale, senza entrare a far parte della comunione legale con vostro marito o vostra moglie.

Facciamo una serie di ipotesi, indicando quelle più frequenti:

  • Paolo, padre di Lucia, con un contratto di compravendita trasferisce a quest’ultima, dopo che ella si è sposata con Ferruccio, una casa del valore commerciale di cento mila euro, facendole, tuttavia, pagare solo quaranta mila euro.

L’intenzione di Paolo è di arricchire la figlia gratuitamente (ossia senza avere nulla in cambio), per la quota di casa non pagata. In questo caso la casa venduta dal padre alla figlia entra in comunione dei beni con il marito Ferruccio solo per quattro decimi, corrispondenti alla quota del bene pagato, invece per i residui sei decimi rimane nel patrimonio personale ed esclusivo di Lucia. Questo è un evidente caso di donazione simulata, ossia «nascosta», in un contratto di compravendita e, pertanto, realizzata con un mezzo diverso dall’atto pubblico di donazione [4];

  • Leone è coniugato in regime di comunione dei beni con Alice. Il padre di Leone, il signore Gianluigi, vuole donare al figlio una costosa villa, però non vuole utilizzare il contratto di donazione, per due ragioni. La prima è che vuole risparmiare sulla tassazione (ossia sulla doppia imposizione per il trasferimento del bene dal proprietario a sé e da sé al figlio), la seconda è che vuole cercare di evitare che gli altri figli si «accorgano» della donazione e possano, così, avanzare pretese ereditarie una volta che egli sarà morto.

In questo caso possiamo pensare ad almeno a tre procedimenti che il padre potrebbe utilizzare per donare – senza il formale contratto di donazione – la costosa villa al figlio sposato, evitando che la stessa entri in comunione dei beni con la moglie di quest’ultimo:

  • ipotesi n. 1: prima dell’acquisto il signor Gianluigi effettua una serie di bonifici bancari al figlio Leone di importo corrispondente al prezzo della villa, che il figlio utilizza poco dopo per acquistare, con un normale contratto di compravendita, l’immobile, intestandolo a sé interamente;
  • ipotesi n. 2: Gianluigi e il figlio si recano davanti al notaio per stipulare il contratto di compravendita della villa, solo che il padre si obbliga verso il venditore a pagargli il prezzo, o a pagare le rate dell’eventuale mutuo, sicché il figlio si vede intestato l’immobile gratuitamente, perché non paga nulla per l’acquisto;
  • ipotesi n. 3: il padre di Leone stipula il contratto di compravendita della villa con il venditore, ma indicando che il trasferimento dell’immobile dovrà essere effettuato in favore esclusivamente del figlio [5]. Il venditore, in questo modo, sarà obbligato a trasferire la villa a Leone, ma tutti gli obblighi contrattuali saranno adempiuti dal padre Gianluigi (tra cui quello di pagamento del prezzo), perché il figlio non è parte del contratto di compravendita, ma solo beneficiato gratuitamente dell’intestazione dell’immobile.

Questi tre meccanismi sono tutte forme di donazione indiretta, perché il figlio si arricchisce gratuitamente dell’intestazione di un immobile in suo favore, pagatogli dal padre.

Facciamo attenzione: la donazione in questo caso non è «direttamente» del denaro, che, invece, è solo uno strumento per arricchire, indirettamente, il figlio della lussuosa villa.

La donazione che riguarda la villa deve essere esclusa dalla comunione dei beni con l’altro coniuge.

E se i coniugi si separano? Come dimostrare che il bene è stato donato indirettamente?

Può accadere, quando si scioglie la comunione dei beni tra i coniugi – ad esempio perché essi si separano o scelgono di modificare il regime patrimoniale optando, magari per la separazione degli acquisti [6] – che uno di loro pretenda di avere la metà di quei beni che sono stati donati indirettamente all’altro, sostenendo che essi risultano, all’esterno e almeno apparentemente, «acquistati» dal coniuge e quindi devono far parte del bene comune.

In questo caso se il coniuge è particolarmente combattivo e avvia un processo per ottenere la metà di questi beni, sarà l’altro che dovrà portare in giudizio tutte le prove per dimostrare di non aver pagato nessun prezzo e che si tratta, in realtà, di donazioni, come tali escluse dalla comunione [7].

Solo così il coniuge che ha ricevuto le donazioni potrà evitare di dividere con l’altro i beni.

Ma attenzione!

Se il coniuge non riesce a dimostrare il meccanismo indiretto con cui è stato gratuitamente arricchito dei beni, non c’è nulla da fare e dovrà dividerli a metà con l’altro coniuge quando la comunione si scioglie.

Ecco, allora, alcuni consigli pratici per avere tutte le prove necessarie per dimostrare la donazione indiretta e non arrivare, così, «impreparati» e già «perdenti» in un eventuale giudizio con vostro marito o con vostra moglie.

Nell’ipotesi in cui il vostro genitore o un terzo vi doni un bene, «mascherando» la donazione attraverso un contratto di compravendita, in cui voi in realtà non pagate nessun prezzo per l’acquisto, dovrete necessariamente redigere, con il genitore o il terzo, una apposita scrittura privata in cui mettete nero su bianco le vostre reali intenzioni (in termini tecnici si parla di «controdichiarazione»). Nella scrittura deve risultare che, pur facendo apparire all’esterno una compravendita, il contratto che realmente entrambi volete è una donazione, perché il genitore, o una terza persona, vi arricchiscono gratuitamente di quel bene senza ricevere un corrispettivo (o ricevendo una somma non corrispondente al valore del bene).

Se non avete questa scrittura privata (o non dimostrate che pur con tutta la diligenze possibile l’avete persa incolpevolmente), scordatevi di potervi tenere l’intero bene al momento dello scioglimento della comunione: dovrete fare a metà con il coniuge.

D’altronde questa donazione indiretta nemmeno può essere provata attraverso testimoni (a conoscenza della realtà), o attraverso qualsiasi altro mezzo di prova (come, ad esempio, la confessione o il giuramento) [8].

Nella diversa ipotesi in cui vostro padre, ad esempio, vi abbia fornito il denaro necessario per acquistare una casa, dovrete provare: a) il collegamento tra il denaro messo a vostra disposizione dal genitore e l’acquisto della casa, ad esempio dimostrando i versamenti effettuati in vostro favore dal padre, proprio in epoca antecedente all’acquisto [9]. Non costituisce prova idonea, ad esempio, dimostrare versamenti effettuati dal padre anni prima l’acquisto (perché in questo caso oggetto della donazione è il denaro, essendo ininfluente l’uso che ne facciate negli anni successivi); b) inoltre, in questo caso sì potete provare anche con testimoni che il denaro vi è stato fornito dal padre, magari chiedendo che giudice senta quest’ultimo direttamente, o facendo testimoniare un’altra persona che è a conoscenza della realtà [10].

Le donazioni che fanno parte della comunione dei beni tra i coniugi

La legge esclude che il coniuge si possa arricchire in modo esclusivo quando chi fa la donazione in suo favore prevede espressamente che essa debba andare a costituire la comunione dei beni matrimoniale.

La previsione deve però essere espressa e inequivoca.

Facciamo un esempio pratico: Edoardo, padre di Cecilia, dona alla figlia la somma di duecento mila euro, tuttavia prevedendo espressamente nel contratto di donazione che essa dovrà andare in favore della comunione dei beni che la figlia ha con il marito Enea. La somma, dunque, non arricchirà solo Cecilia, ma spetterà al cinquanta per cento a ciascuno dei coniugi.

note

[1] Articolo 179 c.c.

[2] Articolo 179 lett. a), c.c.

[3] Cassazione 2013, n. 14197; Cassazione 2000, n. 15778; Cassazione 1998, n. 4680.

[4] G. Bonilini, Trattato di diritto di famiglia, Il regime patrimoniale della famiglia, pag. 1266 ss.

[5] Contratto a favore del terzo, articolo 1411 c.c.

[6] Art. 191 c.c.

[7] Articolo 2697 c.c.

[8] Articoli 2722 c.c. e 1417 c.c.

[9] Cassazione 2000, 14 dicembre, n. 15778.

[10] Cassazione 1998 n. 4680, 8 maggio; Cassazione 2013 n. 14197.


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