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Insubordinazione: quando il licenziamento?

20 settembre 2018


Insubordinazione: quando il licenziamento?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 settembre 2018



Quando il dipendente che disobbedisce alle direttive del datore di lavoro può essere trasferito e quando invece può essere licenziato.

Se qualcuno dovesse chiederti che significa insubordinazione che cosa risponderesti? Probabilmente la descriveresti come un gesto di forte disobbedienza verso un ordine categorico impartito dall’alto. E se l’insubordinazione dovesse avvenire in un ambiente di lavoro spiegheresti che si tratta di un comportamento di disprezzo del lavoratore e di rifiuto di svolgere le mansioni che gli sono state assegnate. Insomma, l’idea che hai di subordinazione è probabilmente legata a un comportamento attivo, volontario e sprezzante. In verità, la Cassazione ha parlato di insubordinazione anche in ipotesi molto più leggere che comunque denotano un atteggiamento di sfida nei confronti dei vertici. Ed in tutti questi casi ha legittimato la risoluzione del posto di lavoro. Lo ha fatto proprio di recente con una sentenza che val la pena spiegare [1]. È anche la scusa per tornare su un argomento che non tutti conoscono e per spiegare, in caso di insubordinazione, quando c’è licenziamento. Ma procediamo con ordine.

Il dovere di fedeltà e obbedienza

Se c’è una cosa che contraddistingue il rapporto di lavoro subordinato dagli altri tipi di contratto di lavoro è l’obbedienza alle direttive del datore di lavoro. Se manca questa, non si può parlare di lavoro dipendente. Si avrà tutt’al più un lavoro autonomo o parasubordinato (ad esempio un contratto di collaborazione esterna), contraddistinti da una certa autonomia del prestatore d’opera.

Cosa significa che il dipendente deve essere obbediente? Chi ha pensato a Fantozzi sta sbagliando strada. L’obbedienza si riferisce solo alle richieste legittime del datore e non alle vessazioni. Certo è che dinanzi a un ordine illegittimo il dipendente, prima di disobbedire, deve andare dal giudice a impugnare il provvedimento. Ad esempio un trasferimento privo dei presupposti non consente al dipendente di non presentarsi presso la nuova sede se prima non ha fatto causa all’azienda. Se il capo ha negato un permesso il lavoratore non può ugualmente assentarsi ritenendo la decisione iniqua. Solo in casi estremi, quando l’ordine viola la buona fede ci si può astenere dall’obbedienza: si pensi al caso di una lavoratrice incinta a cui viene chiesto di fare una missione particolarmente stancante o a un uomo con un padre invalido, titolare della legge 104, che viene spostato in un Comune molto distante.

Fuori da questi estremi, dicevamo, il dipendente deve obbedire al datore di lavoro.

Sull’obbedienza si basa tutto il rapporto tra datore di lavoro e dipendente. Proprio da questa accettazione degli ordini provenienti dal vertice infatti deriva il dovere di fedeltà, ossia di rispetto.

Cos’è l’insubordinazione?

L’insubordinazione è il contrario dell’obbedienza: è la disobbedienza a una direttiva del capo, disobbedienza che non è stata né ancora autorizzata da un tribunale né si legittima per via dell’abnormità dell’ordine impartito dal datore di lavoro.

I giudici di legittimità chiariscono poi che l’insubordinazione «non può essere limitata al rifiuto di adempimento delle disposizioni dei superiori, ma implica necessariamente anche qualsiasi altro comportamento atto a pregiudicare l’esecuzione ed il corretto svolgimento di dette disposizioni nel quadro della organizzazione aziendale». Inoltre, prosegue la decisione, l’insubordinazione può «risultare dalla somma di diversi comportamenti e non necessariamente da un singolo episodio».

Ma non solo. L’insubordinazione non si esaurisce solo nel rifiuto di obbedire ma comprende anche il contegno di disprezzo per la disciplina aziendale. Per cui – avverte la Suprema Corte – può ben scattare il licenziamento per insubordinazione anche per chi ha un atteggiamento di sfida verso i vari superiori e il datore. E ciò perché la condotta sanzionata con il «licenziamento per giusta causa» non si esaurisce nel rifiuto di adempiere alle disposizioni o in un singolo episodio: va infatti privilegiata una nozione più ampia della fattispecie, che comprende un generale contegno di disprezzo per la disciplina aziendale.

Quando l’insubordinazione può determinare il licenziamento?

Non ogni insubordinazione può causare il licenziamento. Il giudice è sempre chiamato a separare le ipotesi più gravi, che fanno perdere la fiducia nel dipendente, da quelle meno gravi per le quali può essere inflitta una sanzione meno pesante del recesso dal contratto di lavoro. Ma quali sono le variabili per comprendere quali insubordinazioni fanno scattare il recesso dal contratto di lavoro? La Cassazione ha fornito alcune indicazioni [2]. Sicuramente la gravità della condotta varia a seconda dell’incarico ricoperto dal dipendente all’interno della società. La ribellione di un operaio rispetto a quella di un dirigente è meno grave; ancor più grave è quella di un addetto all’ufficio personale che dovrebbe invece dare il buon esempio a tutti e che può essere invece usato a metro di riferimento per gli altri. Il che significa che se si ribella uno dei vertici il datore di lavoro ne subisce un maggior danno.

C’è poi l’intensità del dolo, ossia della volontà di assumere un atteggiamento di sfida e di disprezzo. Una cosa è una reazione nel corso di una lite per una rivendicazione legittima, come ad esempio la difesa dei posti di lavoro o la richiesta di pagamento degli stipendi arretrati, un’altra è invece una contestazione priva di fondamento giuridico, fatta per principio o per antipatie.

Anche un unico episodio di insubordinazione, per come attuato e per la posizione del lavoratore nell’ambiente di lavoro, può far venir meno il rapporto fiduciario con il datore di lavoro e giustificare il licenziamento

Anche l’insubordinazione con i colleghi o con i capi gerarchici, e non necessariamente con il datore di lavoro, può determinare la violazione dell’obbligo di fedeltà e quindi il licenziamento.

Per maggiori informazioni leggi Insubordinazione al datore di lavoro.

È stato ad esempio ritenuto legittimo il licenziamento dell’operaio che più volte ha abbandonato il posto di lavoro prima del momento previsto, invocando il “tempo tuta”, vale a dire i minuti necessari a smettere gli abiti da lavoro che dovrebbero essere retribuiti: ne fa una questione di principio. Inutile invocare in proposito un uso aziendale, visto che la società prima tollera e poi dirama un comunicato in cui invita i dipendenti a rispettare l’orario. Quando il lavoratore è destinatario di disposizioni che ritiene illegittime deve farle dichiarare tali dal giudice, anche d’urgenza, ma non può rifiutarsi a priori di adempiere la prestazione.

Trasferimento del dipendente insubordinato

In caso di insubordinazione, alternativa al licenziamento è anche il trasferimento del dipendente infedele. Il trasferimento di un dipendente ad altra sede o reparto è qualificato come disciplinare se è ricollegabile ad una mancanza o insubordinazione del lavoratore. In tal caso deve essere rispettata la procedura prevista per l’irrogazione delle sanzioni disciplinari: lettera di contestazione, cinque giorni per prenotare scritti difensivi e chiedere di essere sentiti personalmente, successiva comunicazione della decisione finale. Il trasferimento disciplinare è legittimo se previsto dalla contrattazione collettiva.

È licenziabile per «insubordinazione» il dipendente che per otto volte nel giro di poco più di un mese interrompe il lavoro 10 minuti prima della fine del turno, attribuendosi un “tempo tuta” non previsto dal contratto, e ciò nonostante i ripetuti ammonimenti da parte dell’azienda. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 22382 del 20 settembre 2018, respingendo il ricorso di un addetto al magazzino di una industria grafica campana. Il dipendente, che era anche rappresentate sindacale, aveva sfidato l’azienda affermando che fino a quando il tempo della vestizione non fosse stato retribuito come «straordinario» avrebbe perseverato nel suo atteggiamento. 

note

[1] Cass. setn. n. 22382/2018.

[2] Cass. sent. n. 1077/2008, n. 12806/2014.

Autore immagine: 123rf com


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