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Ammanco in cassa: cosa rischia il dipendente?

20 settembre 2018


Ammanco in cassa: cosa rischia il dipendente?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 settembre 2018



Licenziamento perché nella cassa mancano dei soldi: se il denaro contante non torna ai conti, il cassiere rischia il licenziamento?

Si potrà anche dire che il dipendente preposto alla cassa di un negozio o di qualsiasi altro ufficio fa un lavoro non stancante fisicamente ma, sotto il profilo della responsabilità, è soggetto di sicuro a uno stress superiore agli altri. Stress che deriva dall’esigenza di contare correttamente il denaro che entra ed esce e di non distrarsi per evitare ammanchi. Tanto è vero che i contratti collettivi prevedono una vera e propria «indennità di cassa» riservata a chi maneggia i soldi. A seconda del contratto collettivo, l’indennità può essere determinata in cifra fissa o in percentuale rispetto alla retribuzione normale o ad alcune voci, come ad esempio i soli minimi tabellari. Ma che succede se i conti non tornano? A chiarire cosa rischia il dipendente per l’ammanco di cassa è una recente sentenza della Cassazione [1]. Ne parleremo in questo articolo dedicato appunto al commento della decisione pubblicata dalla Suprema Corte. Una decisione che, come avremo modo di illustrate a breve, dovrebbe aprire un filo di speranza per chi ha sbagliato a dare il resto a un cliente magari nella convinzione di aver ricevuto una banconota da 50 euro mentre invece si tratta di una da 10.

Scontrino e resto: cosa rischia il cassiere che sbaglia?

Una cosa è certa: secondo la giurisprudenza il dipendente colto a non emettere lo scontrino fiscale è passibile di licenziamento. La ragione è molto semplice e intuitiva: non c’è solo la violazione di una severa regola fiscale le cui conseguenze, in termini economici e sanzionatori, ricadono sul suo datore di lavoro (sul quale potranno scattare gli eventuali controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate o della Finanza magari appollaiata all’uscita del negozio). C’è anche la violazione del dovere di fedeltà: non emettere lo scontrino può ingenerare il legittimo sospetto che il denaro contante, ricevuto dal cliente ma non contabilizzato, anziché finire nella cassa vada diritto nella tasca del dipendente. Né si può dire che la dimenticanza può essere il frutto di una semplice distrazione priva di malafede. È sufficiente la colpa – che in questo caso è “grave” – per far perdere la fiducia nel dipendente e nella sua capacità, per il futuro, di adempiere correttamente alle sue prestazioni.

Chi sbaglia a dare il resto può essere licenziato?

Ammanco di cassa: c’è licenziamento?

Cosa succede invece se c’è un ammanco di cassa? Scatta il licenziamento? No, almeno secondo la Cassazione. Ricordiamo che il licenziamento è la sanzione più rigorosa che l’azienda possa adottare nei confronti del dipendente, sanzione che si può quindi giustificare solo per i casi più gravi, dove è accertata la malafede (il dolo) o la colpa inscusabile. Ebbene, avverte la Suprema Corte, senza la prova della volontà del dipendente di sottrarre il denaro non si configura la lesione del vincolo di fiducia con l’azienda. Per cui, in mancanza di una contraria dimostrazione circa l’intento fraudolento architettato dal cassiere, la sua condotta non può che essere dovuta a una semplice «dimenticanza». Dimenticanza che certo non sarà indenne da sanzioni disciplinari, ma meno rigorose rispetto al licenziamento il quale può essere giustificato in questo caso solo dalla malafede. E difatti molti contratti aziendali che prevedono l’indennità di cassa contrappongono a tale aumento sulla busta paga, una diretta responsabilità nel caso di ammanchi a seguito di errori nel conteggio dei valori o nella loro contabilizzazione. Ricordiamo che le indennità di cassa e di maneggio denaro sono assoggettate per intero a contribuzione.

Nella sentenza in commento la Suprema Corte afferma, ancora una volta, un principio già condiviso in passato, a dimostrazione della solidità dell’orientamento interpretativo: va reintegrato e risarcito il dipendente se il datore non prova, rispetto all’ammanco di cassa, la volontaria intenzione di sottrarre e appropriarsi delle somme dal fondo. A parere dei giudici, è onere dell’azienda provare che la condotta ascritta non è riferibile a una semplice negligenza ma imputabile all’intenzione volontaria di sottrarre denaro dalla cassa appropriandosene (dolo).

note

[1] Cass. sent. n. 22380/2018 del 13.09.2018.


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