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Bloccare la strada è reato?

23 settembre 2018


Bloccare la strada è reato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 settembre 2018



Impedire al proprietario di passare o di chiudere un cancello o una porta integra un illecito penale perché costringe la vittima a sopportare una violenza.

Immagina di avere un piccolo cancello attraverso il quale fai passare abitualmente la tua auto per parcheggiarla. Sei il proprietario di una limitata striscia di terreno, per cui detieni anche le chiavi e il telecomando che apre elettricamente le sbarre. Un giorno, però, non riesci a passare perché un vicino di casa ha lasciato la sua macchina lì davanti. È proprietà privata ed il carro attrezzi non può intervenire. La polizia municipale ha anche ammesso di non poter fare multe per la stessa ragione: le contravvenzioni per violazioni del codice della strada hanno ragione d’essere solo sulla pubblica via. Che puoi fare? Non avendo mai chiesto un passo carrabile al Comune non ti resta che farti giustizia da te. Ma un amico ti avverte: se usi il classico chiodo nella ruota passi dalla parte della ragione a quella del torto e potresti essere querelato per danneggiamento (reato ancora sussistente quando il bene danneggiato si trova “esposto alla pubblica fede” ossia alla mercé di tutti, come nel caso di una strada). Non ti resta che denunciare il colpevole. Ti senti limitato nei movimenti e incapace di accedere ed uscire dalla tua stessa proprietà. Sembrerebbe quasi un «sequestro di persona». Ma come agire concretamente per difendere i tuoi diritti? I chiarimenti provengono, come sempre, da una recente e interessante sentenza della Cassazione [1]. La Corte ci spiega, in questa occasione – così come ha già avuto modo di fare numerose altre volte in passato – se bloccare la strada è reato.

In cosa consiste il reato di violenza privata?

Esiste un reato la cui descrizione che ne fa il codice penale è particolarmente ampia, tanto ampia da applicarsi a una svariata serie di casi. Si tratta del reato di violenza personale. La legge [2] punisce chi costringe un’altra persona, contro la sua stessa volontà, a sopportare un comportamento altrui. La pena prevista è la reclusione fino a 4 anni. In pratica il comportamento vietato è la costrizione, sia essa fisica o psicologica. Costrizione che però si può attuare in numerose maniere.

Ricorda la Cassazione che il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare la vittima, con la forza, della sua libertà di determinazione e di azione. La violenza, a tal fine, può consistere non solo in un atto fisico diretto; non è necessario, ad esempio, prendere una persona da un polso e sbatterla fuori da una stanza o costringerla a uscire da un’automobile. La condotta può consistere anche in una “violenza impropria” che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali, ma comunque diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui, impedendo la libertà di scelta della parte offesa. Ad esempio, scatta la condanna per violenza privata nei confronti di chi occupa il parcheggio riservato ai disabili impedendone l’accesso (attenzione: non si deve trattare delle consuete strisce gialle presenti lungo il marciapiede ma di un posto assegnato “nominativamente” dal Comune a uno specifico soggetto); o di chi parcheggia la propria auto davanti ad una casa in modo da bloccare il passaggio alla parte lesa, come anche chi, durante una manifestazione di protesta per l’esecuzione di un’opera pubblica, impedisce agli operai di svolgere i lavori previsti o chi, in occasione di uno sciopero, fa una cordata per impedire ai colleghi di entrare in azienda e andare a lavorare.

Sbarrare il passaggio è reato?

Il tratto comune di tutte le condotte che abbiamo appena elencato è quello «di esercitare una coazione» sulla vittima; vittima che, proprio a causa di tali restrizioni nella sua libertà, non può agire per come altrimenti vorrebbe.

Pertanto l’azione di chi blocca la strada davanti a un cancello o a qualsiasi altro tipo di passaggio, pubblico o privato che sia (non deve necessariamente trattarsi dell’accesso all’abitazione, potendo anche essere lo sbocco a una strada) integra un reato.

Per sbarrare la strada non è neanche necessario un oggetto materiale come una macchina. Si può sbarrare la strada ad esempio sdraiandosi per terra, così impedendo che qualcuno possa transitare con l’auto; oppure si può cospargere il terreno di vetri, chiodi o altro materiale che può ostacolare di fatto il transito.

Altro rilievo non di poco conto: trattandosi di un reato “istantaneo” – che si consuma cioè con una semplice condotta e non con una serie di comportamenti protratti nel tempo – è sufficiente che lo sbarramento della strada o del passaggio duri pochi minuti per integrare l’illecito penale. Così, chi ad esempio lascia l’auto davanti a un box o un garage per il tempo necessario a fare la spesa è ugualmente responsabile.

Cosa deve fare la vittima per difendersi?

La vittima potrà allora chiamare i carabinieri o la polizia affinché accertino lo stato dei luoghi e stilino un verbale con il quale raccolgono la querela della parte offesa. Diversamente, nel caso in cui le forze dell’ordine non possano accorrere, bisognerà scattare una fotografia per immortalare la situazione. Anche la semplice dichiarazione della vittima potrà essere considerata una prova sufficiente per l’avvio delle indagini e la successiva condanna penale del colpevole.

note

[1] Cass. sent. n. 40482/18 del 12.09.2018.

[2] Art. 610 cod. pen.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 18 maggio – 12 settembre 2018, n. 40482

Presidente Vessichelli – Relatore Scordamaglia

Ritenuto in fatto

1. C.D. , con il ministero del proprio difensore di fiducia, ricorre avverso la sentenza della Corte di appello di Palermo del 18 ottobre 2017, che, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Trapani del 4 febbraio 2014, l’ha riconosciuto colpevole del delitto di violenza privata, commesso in danno di V.M. – impedendo, per giorni, la chiusura del cancello posto sul limitare della proprietà di quest’ultima ed il transito attraverso tale apertura, ivi parcheggiando un’autovettura e sedendo in prossimità dei battenti – e per l’effetto l’ha condannato alla pena di giustizia.

2. Deduce:

2.1. vizio di violazione di legge, in relazione all’art. 610 cod.pen., e vizio motivazionale da travisamento della prova, non potendo integrare il requisito di fattispecie della violenza il fatto dell’essersi l’imputato seduto e poi steso nell’area di battuta del cancello per impedirne la chiusura;

2.2. vizio di violazione di legge, in relazione agli artt. 54 e 392 cod. pen., e vizio di motivazione, dovendosi censurare l’error iuris, indotto da un travisamento della prova, consistito nella mancata derubricazione del fatto ritenuto in sentenza nel delitto di esercizio arbitrario delle private ragioni con violenza sulle cose, ravvisabile, nel caso censito, in presenza di una condotta diretta ad opporsi ad un agire attuale di spoglio posto in essere dalla persona offesa rispetto ad una situazione di possesso di una servitù di passaggio esercitata da esso ricorrente attraverso il cancello del quale si era impedita la chiusura;

2.3. vizio di violazione di legge, in relazione agli artt. 62-bis e 99 cod. pen., e vizio di motivazione, posto che una valutazione complessiva del fatto avrebbe imposto il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche addirittura in regime di prevalenza.

Considerato in diritto

Il ricorso è complessivamente infondato.

1. Il quesito che attiene alla identificazione del requisito della violenza nel delitto di violenza privata deve trovare soluzione con il riferimento all’unanime giurisprudenza di questa Corte che ha affermato che tale elemento “si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo consistere anche in una violenza “impropria”, che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione” (Sez. 5, n. 4284 del 29/09/2015 – dep. 02/02/2016, G, Rv. 266020; Sez. 5, n. 11907 del 22/01/2010, Cavaleri, Rv. 246551; Sez. 5, n. 1195 del 27/02/1998, PG in proc. Piccinin ed altri, Rv. 211230). A partire da tale principio, che coglie il nucleo dello specifico disvalore del fatto incriminato, si sono fatte discendere le massime di orientamento che ben si attagliano al caso scrutinato – nel quale si è registrata una forza intimidatrice correlata ad un’azione ostruzionistica messa in atto dall’imputato, priva dei connotati della violenza o della minaccia stricto sensu – secondo le quali integra il delitto di violenza privata “la condotta di colui che occupa il parcheggio riservato ad una specifica persona invalida in ragione del suo “status”, impedendone l’accesso, e, quindi, privandola della libertà di determinazione e di azione” (Sez. 5, n. 17794 del 23/02/2017, Milano, Rv. 269713) o “che parcheggi la propria autovettura dinanzi ad un fabbricato in modo tale da bloccare il passaggio impedendo l’accesso alla parte lesa” (Sez. 5, n. 8425 del 20/11/2013 – dep. 21/02/2014, Iovino, Rv. 259052; Sez. 5, n. 8425 del 20/11/2013 – dep. 21/02/2014, Bruggher, Rv. 259052)”; come anche la condotta di colui che “nell’ambito di manifestazioni di protesta per l’esecuzione di un’opera pubblica, impedisce agli operai incaricati di svolgere i lavori previsti, frapponendosi all’accesso ai macchinari con comportamenti tali da bloccarne l’utilizzo da parte loro” (Sez. 5, n. 48369 del 13/04/2017, Ciartano e altri, Rv. 271267.

Il tratto qualificante e comune delle condotte enumerate è, infatti, quello di esercitare una coazione sulla persona offesa, la quale per effetto di tale incisione della sua libertà di autodeterminazione, qualunque sia il mezzo con la quale questa è arrecata purché idoneo allo scopo, è posta nelle condizioni di subire una situazione non corrispondente al proprio volere. Poiché l’azione complessivamente posta in essere dall’imputato corrisponde al paradigma descritto e delle declinazioni in fatto il giudice di merito ha congruamente dato atto nella motivazione che correda il provvedimento impugnato, la censura sul punto è da rigettare.

2. Il motivo che deduce la questione della qualificazione del fatto nei termini del delitto di esercizio arbitrario delle private ragioni non tiene conto della robusta linea ermeneutica tracciata dalla giurisprudenza di legittimità secondo la quale: “Non ricorre il delitto di ragion fattasi ma quello di violenza privata allorché l’esplicazione di attività costrittiva non corrisponde al contenuto del possibile esercizio del potere giurisdizionale (Fattispecie in cui l’agente, al fine di esercitare il preteso diritto di parcheggio su una strada privata, aveva impedito al proprietario della stessa di transitarvi con i suoi veicoli, apponendo una catena con lucchetto). (Sez. 6, n. 21197 del 12/02/2013, Domenici, Rv. 256547; Sez. 5, n. 38820 del 26/10/2006, Baratteli e altri, Rv. 235765; Sez. 5, n. 2164 del 20/01/1998, Ottaviano, Rv. 209812). Sicché è di tutta evidenza che a tale criterio direttivo il giudice di merito si è attenuto, allorché ha escluso la ricorrenza del delitto di ragion fattasi evidenziando come il tema della chiusura del cancello insistente sul limitare della proprietà della parte offesa allo scopo di evitare il continuo transito dei confinanti C. , i quali disponevano di un autonomo accesso sulla pubblica via, era già stato portato alla cognizione del giudice civile – sia pure adito da persona fisica diversa dall’imputato -, che si era pronunciato nel senso di ritenere l’infondatezza della pretesa attorea.

3. L’argomentazione posta a corredo del diniego delle attenuanti generiche è, infine, conforme all’incontrastato principio di diritto enunciato da questa Corte in materia, secondo il quale: “Il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche può essere legittimamente motivato dal giudice con l’assenza di elementi o circostanze di segno positivo, a maggior ragione dopo la riforma dell’art. 62-bis cod.pen., disposta con il d.l. 23 maggio 2008, n. 92, convertito con modifiche nella legge 24 luglio 2008, n. 125, per effetto della quale, ai fini della concessione della diminuente, non è più sufficiente il solo stato di incensuratezza dell’imputato” (Sez. 1, n. 39566 del 16/02/2017, Starace, Rv. 270986; Sez. 3, n. 44071 del 25/09/2014, Papini e altri, Rv. 260610); statuizione della cui correttezza non è possibile dubitare nel caso scrutinato, a maggior ragione perché a carico dell’imputato è stata ritenuta la recidiva.

4. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile liquidate in Euro 1.800,00 oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile liquidate in Euro 1.800,00 oltre accessori di legge.

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