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Posso oppormi al trasferimento d’azienda?

30 Settembre 2018


Posso oppormi al trasferimento d’azienda?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 Settembre 2018



Quando un’azienda o una parte di essa viene ceduta ad un’altra azienda si parla di trasferimento d’azienda. La legge, in questi casi, tutela il posto di lavoro dei lavoratori impiegati nell’azienda stabilendo il loro passaggio automatico alle dipendenze della nuova azienda.  

Fusioni, acquisizioni, scissioni, affitti aziendali. A prescindere da qual è lo strumento giuridico scelto, è molto frequente che un’azienda o una parte di essa venga ceduta ad un’altra azienda. Si pensi al caso in cui una grossa catena della grande distribuzione organizzata acquista un’azienda che gestisce una piccola catena di supermercati. In questi casi la legge si preoccupa di tutelare il posto di lavoro dei dipendenti dell’azienda che viene ceduta, o della parte dell’azienda che viene ceduta. I lavoratori hanno diritto a continuare a lavorare per l’azienda acquirente senza particolari stravolgimenti. In questi casi, tuttavia, potrebbe essere di interesse per il dipendente non passare alle dipendenze del nuovo soggetto. Cercheremo di rispondere, dunque, alla domanda: posso oppormi al trasferimento d’azienda?

Che cos’è il trasferimento d’azienda?

In base alla legge [1], per trasferimento d’azienda si intende qualsiasi operazione che, indipendentemente dalla forma giuridica utilizzata (fusione, scissione, affitto, etc..) fa sì che cambi il titolare dell’attività economica. Dopo il trasferimento, in ogni caso, quell’attività economica conserva la propria identità senza particolari cambiamenti. Tornando all’esempio di prima, si pensi al caso in cui i 5 supermercati della piccola catena vengono acquisiti dal grosso gruppo della grande distribuzione organizzata. Cambieranno le insegne sulla porta dei locali e i riferimenti al nome dell’azienda ma, di fatto, i supermercati mantengono la loro identità dopo il trasferimento.

Il trasferimento può anche avere ad oggetto una parte dell’azienda purché questa parte (detto anche ramo) abbia una sua identità ed una sua autonomia.

Cosa succede ai lavoratori dipendenti dell’azienda o del ramo ceduto?

In caso di trasferimento di azienda o di una parte di essa, il rapporto di lavoro dei dipendenti dell’azienda o del ramo ceduto continua automaticamente con l’acquirente ed il lavoratore conserva tutti i diritti maturati.

Il lavoratore si ritroverà, dunque, dipendente di un altro soggetto. È come, in sostanza, se il suo contratto di lavoro venisse ceduto insieme all’azienda. Solo che nel caso in cui un contratto di lavoro viene ceduto da un’azienda ad un’altra il lavoratore deve dare il proprio consenso. Quando invece la cessione del contratto di lavoro avviene poiché l’intera azienda o ramo di essa è stato ceduto allora la cessione avviene automaticamente, senza il bisogno del consenso del dipendente.

Inoltre, se il dipendente, al momento del trasferimento, deve ricevere ancora dei pagamenti dal suo datore di lavoro, potrà chiedere il pagamento sia all’ex datore di lavoro che all’acquirente [2].

Il dipendente può essere licenziato a causa del trasferimento?

Come detto lo scopo della legge è tutelare il rapporto di lavoro dei dipendenti nonostante si verifichi il passaggio dell’azienda da un soggetto ad un altro. Per questo la legge [3] prevede che l’eventuale licenziamento del dipendente che sia causato solo ed esclusivamente dal trasferimento d’azienda è nullo. Il trasferimento d’azienda dunque non può essere un motivo di licenziamento. Questo non toglie che il lavoratore possa essere comunque licenziato secondo le regole generali ma il trasferimento non può essere la causa scatenante il licenziamento.

Di certo, riprendendo il nostro esempio, se il dipendente trasferito insieme alla catena di supermercati viene sorpreso dalla grande catena di distribuzione acquirente a rubare in magazzino questa può licenziarlo per giusta causa, venendo meno il vincolo fiduciario.

Il dipendente può dimettersi a causa del trasferimento?

Il trasferimento non può nemmeno essere una giusta causa di dimissioni del dipendente a meno che, dopo il trasferimento, le condizioni di impiego subiscano una sostanziale modifica nei tre mesi successivi al trasferimento. In questo caso il dipendente può dimettersi per giusta causa [4]. Si pensi, sempre nel nostro esempio, al caso del cassiere che, dopo il trasferimento, viene demansionato a fare il fattorino. Potrà, senza dubbio, dimettersi per giusta causa e cioè dimettersi in tronco, senza rispettare il termine di preavviso, chiedere all’azienda di pagargli l’indennità sostitutiva del preavviso e ottenere anche la Naspi (ossia l’attuale assegno erogato ai dipendenti che perdono involontariamente il lavoro) che, infatti, non spetta in caso di dimissioni volontarie del dipendente ma spetta quando le dimissioni sono per giusta causa.

Il dipendente può rifiutarsi di essere trasferito?

Il dipendente, come abbiamo detto, passa alle dipendenze dell’acquirente dell’azienda in modo automatico e senza che sia necessario il suo consenso. Non può, dunque, opporsi al trasferimento. Tuttavia può:

  • dimettersi per giusta causa se, come abbiamo visto, le condizioni di impiego subiscono una sostanziale modifica nei tre mesi successivi al trasferimento;
  • se è stato ceduto perchè considerato parte del ramo d’azienda ceduto, potrebbe impugnare il trasferimento del ramo d’azienda dicendo che lui non faceva parte del ramo. Si pensi al caso del dipendente che opera anche nel ramo d’azienda ceduto ma solo in minima parte. In questo caso il dipendente potrebbe mettere in discussione la sua “appartenenza” al ramo ceduto e dunque impugnare il trasferimento chiedendo di essere riportato alle dipendenze dell’azienda che ha venduto il ramo [5].

note

[1] Articolo 2112, comma 5, c.c.

[2] Articolo 2112, commi 1-2, c.c..

[3] Articolo 2112, comma 4, c.c..

[4] Articolo 2119, c.c.

[5] Cassazione, 19 gennaio 2017, n. 1316.


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