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Cosa rischia chi delocalizza?

8 Ottobre 2018


Cosa rischia chi delocalizza?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 Ottobre 2018



Uno dei principali obiettivi del cosiddetto Decreto Dignità, che di recente è stato approvato dal Governo e convertito in legge, è la lotta alle aziende che si spostano fuori dall’Unione Europea. Vediamo in che modo chi delocalizza può subire conseguenze.

Il termine delocalizzazione è diventato, purtroppo, all’ordine del giorno nei nostri tempi. Sono sempre più frequenti, infatti, i casi di aziende che decidono di chiudere i loro stabilimenti in Italia per spostarsi in Paesi stranieri nei quali possono produrre a costi ridotti. In molti Paesi infatti la manodopera, l’energia elettrica, le materie prime, costano meno. E ci sono meno vincoli burocratici. Anche questa è una faccia della globalizzazione dei mercati. La delocalizzazione lascia dietro di sé un enorme problema economico e sociale. Interi territori, infatti, restano privati di importanti posti di lavoro e l’economia tutta ne risente negativamente. Di recente, il Governo ha dichiarato guerra a chi delocalizza. Nel Decreto Dignità, convertito in legge ed entrato in vigore lo scorso 13 luglio, ci sono delle misure che cercano di arginare questo fenomeno colpendo chi ha avuto aiuti statali e poi se né andato. Ma cosa rischia chi delocalizza?

Cosa significa delocalizzare?

Sentiamo spesso parlare di aziende che delocalizzano e di delocalizzazioni. Ma cosa significa delocalizzare? Nel senso in cui di solito si parla di questo termine, il suo significato è trasferire impianti o strutture industriali in un luogo diverso da quello d’origine, per convenienza economica. Di esempi se ne potrebbero fare a decine. In sostanza, per fare un esempio, concreto si ha una delocalizzazione quando un’azienda che produce scarpe nelle Marche decide di chiudere i propri stabilimenti nelle Marche e spostarli in Albania. L’obiettivo dello spostamento della produzione è ridurre il costo in quanto in Albania i costi sono più bassi (costo della manodopera, tasse, meno burocrazia, costo delle materie prime, etc.).

Cosa rischia chi delocalizza all’estero?

La prima misura che è stata introdotta nel Decreto Dignità [1] per frenare il fenomeno delle delocalizzazioni colpisce le imprese italiane ed estere che hanno ricevuto soldi pubblici per fare un investimento e poi, nei cinque anni successivi alla fine dell’investimento stesso, decidono di chiudere e spostarsi in uno stato estero esterno all’Unione Europea e allo Spazio Unico Europeo.

A questa azienda l’amministrazione pubblica che ha erogato il contributo (ad es. il Ministero dello Sviluppo Economico) applicherà una sanzione amministrativa pecuniaria consistente nel pagamento di una somma che può andare dal doppio al quadruplo dell’aiuto economico ricevuto.

Cosa rischia chi delocalizza in Italia o in Europa?

Molto spesso lo Stato incentiva le imprese che investono in territori del Paese particolarmente svantaggiati, che hanno bisogno di svilupparsi e di crescere. Si pensi a tutte le misure che incentivano chi investe nel Mezzogiorno. In questo caso scatta la seconda misura introdotta nel Decreto Dignità [2]: le  imprese  italiane  ed  estere che operano in Italia e che hanno ottenuto contributi pubblici per investire in uno specifico territorio svantaggiato decadono dal beneficio ricevuto se spostano l’attività economica che per cui hanno ricevuto il contributo, entro cinque anni dall’investimento, in un’altra località in  ambito  nazionale, dell’Unione europea e degli  Stati  aderenti  allo  Spazio  economico europeo. In questo caso, dunque, l’impresa dovrà restituire i soldi che ha ottenuto dallo Stato. Non solo. Su questo importo verrà applicato un tasso di interesse maggiorato (e cioè, il tasso di interesse vigente più cinque punti percentuali) [3].

Le nuove misure si applicano a tutti gli incentivi dati alle imprese?

Le nuove norme non si applicano ai benefici già concessi o quelli per i quali sono stati già pubblicati i bandi. Non si applicano nemmeno agli investimenti  agevolati  già avviati prima che entrasse in vigore il Decreto Dignità e, cioè, il 13 luglio 2018 [4].

Che ci fa lo Stato con i soldi ottenuti dalle misure anti-delocalizzazione?

I soldi ottenuti dalla restituzione dei contributi erogati verranno destinati ad incrementare le somme disponibili per la stessa misura per cui furono assegnati all’inizio. Ad esempio, se il bando finanziava progetti di riqualificazione industriale nel territorio della provincia di Caserta, i soldi restituiti da imprese che avevano ottenuto questo finanziamento e che, poi, hanno spostato la produzione da Caserta ad un altro luogo verranno riassegnati alla stessa amministrazione che gestisce il fondo per la riqualificazione industriale nel territorio della provincia di Caserta [5].

Le somme recuperare a titolo di sanzione, invece, andranno a rimpinguare il fondo che finanzia interventi di riconversione dei siti produttivi in disuso [6].

Cosa rischia chi riduce l’organico?

Il Decreto colpisce anche quelle imprese che ricevono contributi poiché creano un certo numero di posti di lavoro e poi riducono l’organico. In questo caso, infatti, il Decreto Dignità prevede che l’impresa che riduce di oltre la metà i posti di lavoro, nei cinque anni successivi alla fine dell’investimento, deve restituire la somma ricevuta a titolo di beneficio [7].

Se la riduzione dei posti di lavoro è superiore al 10% ma inferiore alla metà il beneficio è ridotto in misura proporzionale. Ad esempio, se l’impresa ha ricevuto 100.000 euro e riduce del 20% l’organico deve restituire 20.000 euro, e così via.

La misura non si applica se la riduzione dei posti di lavoro avviene per giustificato motivo oggettivo.

Anche in questo caso le misure si applicano solo ai benefici concessi o per i quali sono stati pubblicati i relativi bandi dopo il 13 luglio 2018.Anche in questo caso la somma che l’impresa deve restituire è maggiorata di un interesse pari al tasso in vigore più ulteriori cinque punti percentuali.I soldi recuperati con questa misura verranno riassegnati allo  stesso fondo dal quale l’impresa aveva attinto per ottenere il beneficio.

note

[1] Articolo 5, comma 1 del d.l. n. 87/2018, convertito dalla legge n. 96/2018.

[2] Articolo 5, comma 2 del d.l. n. 87/2018, convertito dalla legge n. 96/2018.

[3] Articolo 5, comma 3 del d.l. n. 87/2018, convertito dalla legge n. 96/2018.

[3] Articolo 5, comma 4 del d.l. n. 87/2018, convertito dalla legge n. 96/2018.

[4] Articolo 5, comma 5 del d.l. n. 87/2018, convertito dalla legge n. 96/2018.

[6] Articolo 5, comma 5-bis del d.l. n. 87/2018, convertito dalla legge n. 96/2018.

[7] Articolo 6, commi 1-3 del d.l. n. 87/2018, convertito dalla legge n. 96/2018.


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