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Lo sai che? Filtro in appello: primi orientamenti dei Tribunali sull’ammissibilità

Lo sai che? Pubblicato il 12 febbraio 2013

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> Lo sai che? Pubblicato il 12 febbraio 2013

Il nuovo filtro in appello, appena inserito con la recente riforma del codice di procedura civile, segna le prime interpretazioni dei Tribunali: tra tesi restrittive e più ampie.

L’appello è inammissibile solo se, a prima vista, appare palesemente infondato L’orientamento della Corte d’appello di Roma [2], siglato in questa massima, è uno dei primi a interpretare la recente riforma. I giudici capitolini interpretano così il nuovo filtro in appello: il giudice, prima di procedere alla trattazione e dopo aver sentito le parti, dichiara inammissibile l’appello solo se non abbia una ragionevole probabilità di essere accolto.

Al momento si registrano due orientamenti.

Ve ne è uno più restrittivo secondo il quale la “ragionevole probabilità di accoglimento” va equiparata al fumus boni iuris, cioè alla verosimile fondatezza del diritto fatto valere (requisito richiesto per i provvedimenti cautelari).

Al secondo orientamento, più ampio, aderisce la Corte di Appello di Roma, secondo cui l’appello è inammissibile solo quando sia così palesemente infondato che non si giustifichi un impiego di energie (“non illimitate”) della giustizia.

Se, infatti, lo scopo del filtro è di evitare abusi del processo, vanno rigettate solo le “impugnazioni dilatorie e pretestuose”, quelle, cioè, connotate da “plateale infondatezza”. Tale plateale infondatezza – secondo la Corte d’appello – non può derivare da “una sbrigativa lettura degli atti”, ma è quella che si presenti oggettivamente tale.

I giudici romani specificano che l’ordinanza dichiarativa dell’inammissibilità è simile – sotto il profilo contenutistico – a una sentenza, perché entrambe devono verificare se l’appello è fondato sulle stesse ragioni di fatto poste a base della decisione impugnata. Per tale ragione, l’ordinanza di inammissibilità con cui viene rigettato l’appello non deve essere considerata “un provvedimento a cognizione sommaria”: è invece a cognizione piena, solo semplificato rispetto alla sentenza [3].

note

[1] Art. 348 bis cod. proc. civ. introdotto dal decreto legge sviluppo n. 83/2012.

[2] App. Roma, ord. del 23 gennaio 2013.

[3] Così Antonino Porracciolo e Giovanbattista Tona – Il Sole 24 Ore – Norme e Trib. pag. 9.


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