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Posso non pagare un lavoro fatto male?

26 settembre 2018


Posso non pagare un lavoro fatto male?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 settembre 2018



Contestazione e termini per denunciare un lavoro eseguito non a regola d’arte: l’eccezione di inadempimento, la risoluzione del contratto, la differenza tra inadempimento essenziale e non grave.

Garanzie: chi compra un oggetto o chiede l’esecuzione di un lavoro vuole garanzie visto che, a uova ormai rotte, è spesso inutile (o quantomeno costoso) fare cause. E quale garanzia migliore del pagare solo a prestazione eseguita? Chi paga in anticipo sopporta un rischio – quello dell’altrui inadempimento – dal quale solo un giudice può salvarlo. Ed anche con una sentenza in mano, non è detto che si riesca a ottenere giustizia: dopo la condanna infatti è tutt’altro che scontata la spontanea esecuzione del comando ricevuto dal tribunale. In quel caso bisognerebbe fare esecuzione forzata, con l’ulteriore carico di spese legali che ciò comporta. Ecco perché la legge consente, a chi non riceve quanto chiesto, di non pagare. «Non è obbligatorio adempiere a chi è inadempiente» recita una massima latina che trova formalizzazione nel nostro codice civile [1]. Si chiama “eccezione di inadempimento”: una sorta di autotutela contrattuale, una difesa che si può attuare a prescindere dall’intervento del giudice. In pratica, se affidi un lavoro e vedi che l’appaltatore non inizia le opere, non sei tenuto a dare l’anticipo alla scadenza concordata. Se chiedi che venga fatto un vestito su misura o un sito internet, la riparazione di un componente dell’auto non funzionante, l’eliminazione di un difetto da un elettrodomestico, ma non ottieni quanto sperato, puoi rifiutarti di pagare l’altrui parcella. Ma che succede se l’opera viene ultimata, ma a tuo avviso non è stata eseguita a regola d’arte? Ti chiederai, a questo punto: posso non pagare un lavoro fatto male? Ci sono numerose norme che disciplinano questa ipotesi. Ecco perché dobbiamo chiarirci le idee e spiegare quali sono i limiti di difesa di chi non vede rispettati i patti, scritti o verbali che siano. Di tanto ci occuperemo in questo articolo.

Se il lavoro non viene consegnato posso non pagare?

Quando tu dici «non pago un lavoro fatto male» stai facendo riferimento a un meccanismo giuridico che si chiama «risoluzione del contratto per inadempimento». Tradotto in linguaggio comune significa che il contratto si scioglie.  In altri termini, se una parte non dà all’altra quanto le aveva promesso, quest’ultima si libera a sua volta dall’obbligo di fornire la controprestazione.

L’applicazione di tale regola è facile quando la prestazione è del tutto inesistente: ad esempio Giovanni chiede al proprio sarto di confezionargli la camicia per un battesimo e quest’ultimo non gliela consegna nel termine concordato. In tale ipotesi, si può anche chiedere il risarcimento per l’inadempimento altrui, a patto però di dimostrare un danno economico (per quello morale invece i confini sono più stretti: deve sussistere una lesione di un diritto alla persona tutelato dalla Costituzione come ad esempio il caso del medico che cura male il paziente violando il diritto alla salute). Quando dunque l’opera non viene realizzata, la risoluzione del contratto è una conseguenza scontata che non dovrebbe neanche richiedere l’intervento del giudice. Si può quindi non pagare il prezzo. L’esecutore potrebbe al più sostenere di non essere stato messo nelle condizioni di svolgere l’incarico per la mancata collaborazione del committente: ad esempio Giovanni non si è recato presso la sartoria per le misure necessarie a imbastire la stoffa.

Se il lavoro non viene svolto bene posso non pagare?

Quando invece la prestazione viene resa, ossia il lavoro è consegnato, ma se ne contesta la qualità, per rivendicare lo “scioglimento” del contratto (la risoluzione) e non pagare è necessario dimostrare che vi è stato un inadempimento essenziale. Nell’esempio di poc’anzi, Giovanni non potrà rifiutarsi di pagare la camicia se manca un bottone o se c’è un filo che sporge dalla cucitura interna: si tratta, infatti, di vizi non apprezzabili nel complesso della prestazione e che, pertanto, non incidono sul fatto che il lavoro è stato comunque svolto. L’entità dei difetti può tutt’al più influire sul prezzo da corrispondere.

Diverso sarebbe invece il discorso se la camicia dovesse essere troppo larga e completamente fuori misura, tanto da non poter essere indossata; se il sito commissionato non presenta le caratteristiche richieste; se l’auto viene riparata ma il rumore, seppur attenuato, è rimasto; se la parete di casa viene pitturata ma controluce si notano le passate del pennello: in tutti questi casi l’inadempimento non rende servibile l’oggetto e può ritenersi quindi “essenziale”. L’inadempimento essenziale è come un inadempimento: redente un lavoro non consono all’uso concordato è come non renderlo affatto. Se il sito internet non funziona, non conta che sia stato comunque programmato; se il vestito non entra e va stretto, non conta che il sarto ha comunque dovuto lavorare per sette giorni; se il rumore sul motore resta, non conta che il meccanico abbia dovuto utilizzare un pezzo di ricambio nuovo. In tutti questi casi, quindi, si può ugualmente chiedere la risoluzione del contratto e non pagare.

Dunque le ipotesi sono tre:

  • se l’inadempimento è essenziale (ossia “grave”) tanto che il lavoro è inservibile, ci si può sciogliere dal contratto e non corrispondere il prezzo concordato;
  • se l’inadempimento è irrisorio e neanche percepibile (il filo che spunta dalla cucitura interna), non si può fare nulla e bisogna pagare;
  • se l’inadempimento non è grave, ossia non essenziale, ma comunque ha un suo peso rendendo il lavoro parzialmente inservibile, si può chiedere una riduzione del prezzo. Il committente ha quindi diritto a una parziale restituzione delle somme già corrisposte o una diminuzione proporzionale dell’importo da versare in relazione al minor valore del lavoro.

Chi stabilisce se l’inadempimento è essenziale o meno?

Le principali contestazioni sorgono in merito alla gravità dell’inadempimento. È chiaro che il committente, dovendo sborsare i soldi, esigerà che l’opera non presenti alcuna sbavatura mentre l’esecutore tenderà ad essere indulgente sui propri errori o, quantomeno, si mostrerà disponibile a correggerli. Chi dei due prevale? Ad esempio, se Luigi chiede a un falegname di fargli una scrivania ma poi nota che uno spigolo è leggermente smussato rispetto agli altri può sostenere che si tratti di un inadempimento essenziale per essere l’oggetto non bello esteticamente? Potrà rifiutarsi di pagare o chiedere uno sconto? A stabilire se l’inadempimento è grave (essenziale) o meno è certamente il giudice nel caso in cui le parti non si mettono d’accordo. Per evitare la causa però ci sono delle soluzioni:

  • la prima è quella di regolamentare le condizioni della prestazione e la qualità richiesta già nel contratto, specificando in esso cosa si riterrà “inadempimento grave” e cosa no. In questa ipotesi sono le stesse parti a farsi giudici di sé stesse e a determinare quando si può parlare di inadempimento grave;
  • la seconda è quella di nominare un terzo che stimi l’opera prestata e valuti se questa è davvero conforme all’uso o meno. La sua relazione costituirà un contratto che le parti firmeranno;
  • in ultima ipotesi, per scongiurare il processo, ci si può incontrare presso un organismo di mediazione che trovi una linea di accordo tra i due.

Tempi per contestare un lavoro fatto male

Se il lavoro riguarda la consegna di un prodotto e l’acquirente è intervenuto in veste di consumatore (ossia non con partita Iva), per contestare un vizio del prodotto è necessario fare una “denuncia” al venditore nel termine di due mesi da quando il difetto è stato riscontrato. Se si perde questa occasione non si può più procedere con la causa.

Se invece si tratta di un lavoro edile, come ad esempio la ristrutturazione in casa o l’edificazione di un muro o di un soppalco o di un ripostiglio, valgono le regole sulla responsabilità dell’appaltatore. In pratica, per i vizi di minor conto ci sono 60 giorni per la contestazione e due anni successivi per fare causa; per i vizi invece strutturali c’è un anno per la contestazione e un ulteriore anno per la causa.

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