Licenziamenti: cosa cambia?

26 settembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 settembre 2018



La Consulta boccia il passaggio di Jobs Act e decreto Dignità che riguarda l’indennità: illegittimo basarla solo sull’anzianità. Si torna alla Fornero?

Con una sola sentenza la Corte Costituzionale dà un colpo al Jobs Act di Matteo Renzi ed un altro al decreto Dignità di Luigi di Maio in materia di licenziamenti. Cosa cambia? Cambia che non sarà più possibile applicare l’attuale calcolo per stabilire l’indennità che spetta al lavoratore licenziato ingiustamente. La Consulta, quindi – ed in attesa che depositi le motivazioni della sua sentenza, appena resa nota – rimanda la questione al legislatore.

Per capire che cosa contesta esattamente la Corte e, dunque, che cosa cambia sui licenziamenti, occorre fare un passo indietro e vedere quello che prevedeva il Jobs Act e quello che contiene su questa materia il più recente decreto Dignità.

Licenziamenti: che cosa diceva il Jobs Act

La decreto legislativo voluto dal Governo Renzi, noto come Jobs Act [1], stabiliva le modalità con cui fissare l’indennità del dipendente a tempo indeterminato che veniva licenziato senza giusto motivo in questi termini: il giudice condanna l’azienda a pagare un indennità non assoggettata a contributi previdenziali di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Tfr, cioè del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, in misura, comunque, non inferiore a quattro mensilità e non superiore a 24 mensilità.

Significa che, ad esempio, un lavoratore che è stato licenziato dopo cinque anni di servizio poteva prendere 10 mesi di stipendio.

Licenziamenti: che cosa dice il decreto Dignità

L’attuale Governo, con il decreto Dignità [2], ha introdotto qualche modifica, seppur minima. In realtà, rispetto al Jobs Act, viene ritoccato il minimo dell’indennità che, da quattro mensilità, è passato a sei ed anche il massimo, fissato in 36 mesi anziché in 24. Nessun cambiamento, invece, sul calcolo, che rimane legato all’anzianità di servizio del lavoratore che è stato licenziato ingiustamente, nonostante il ministro e vicepremier Di Maio abbia più volte dichiarato di volere «smantellare il Jobs Act».

Licenziamenti: che cosa dice la Consulta

Per la Corte Costituzionale, entrambi i ragionamenti (che, a dire la verità, è uno solo, cambiano solo il minimo ed il massimo dell’indennità) sono da bocciare. Il motivo, secondo la Consulta, è semplice: stabilire un’indennità ad un dipendente licenziato senza motivo plausibile basandosi sulla sola anzianità di servizio è contrario ai princìpi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta – conclude la Corte – con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dalla Costituzione [3].

Per questa ragione, la Consulta ha deciso di dichiarare illegittimo l’articolo del Jobs Act che determina in maniera rigida l’indennità spettante al dipendente ingiustamente licenziato [4]. E, di riflesso, dichiara illegittimo anche il passaggio del decreto Dignità che si basa sullo stesso principio, pur avendo modificato l’importo minimo e massimo.

Licenziamenti: che cosa cambia?

A questo punto, che cosa cambia sui licenziamenti di chi ha iniziato un rapporto di lavoro dopo l’entrata in vigore del Jobs Act e che, quindi, non può più appellarsi al vecchio articolo 18 dello Statuto dei lavoratori? La risposta definitiva dovrà darla il legislatore modificando l’attuale criterio per stabilire l’indennità che spetta al dipendente.

Si può presumere, però, che si torni a quello che l’attuale Governo vuole cancellare dalla faccia della terra (come gli stessi leader di M5S e Lega ripetono da mesi), cioè al criterio formulato dalla legge Fornero. Nella normativa del ministro del Lavoro del Governo Monti, si dava al giudice la possibilità di valutare caso per caso gli stipendi da riconoscere al lavoratore (comunque entro un massimo di 24 mensilità) basandosi non solo sull’anzianità di servizio ma anche sulle dimensioni della società, sul modo in cui il dipendente è stato mandato via, sull’eventuale rifiuto dell’azienda a farlo rientrare o dell’atteggiamento che entrambe le parti hanno dimostrato.

note

[1] Dlgs. n. 23/2015.

[2] Dl n. 87/2018.

[3] Artt. 4 e 35 Costituzione italiana.

[4] Art. 3 co. 1 Dlgs. n. 23/2015.

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