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Lavoratrice in maternità a rischio e dimissioni

26 ottobre 2018


Lavoratrice in maternità a rischio e dimissioni

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 ottobre 2018



So che una dipendente a tempo indeterminato può rassegnare le dimissioni senza obbligo di preavviso durante il periodo di maternità e fino ai 3 anni del bambino. Questa legge vale anche se la dipendente è in maternità a rischio, quindi prima che sia entrata nel periodo di maternità obbligatoria? Vale anche nel pubblico impiego?

Il Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo Unico maternità/paternità) all’art. 55 stabilisce che in caso di dimissioni volontarie presentate durante il periodo per cui è previsto, a norma dell’articolo 54, il divieto di licenziamento, la lavoratrice non è tenuta a dare il preavviso al proprio datore di lavoro. Si tratta, in particolare, di un periodo tutelato di maternità, che va da 300 giorni prima della data presunta del parto e fino al compimento del primo anno di vita del figlio.

In questo periodo vige quindi una tutela legale a favore della donna, che pertanto va oltre il periodo di astensione obbligatoria di 5 mesi, distribuito tra i mesi prima e dopo la data del parto.

Le uniche eccezioni a questi divieti si hanno in caso di licenziamento per giusta causa, cessazione dell’attività aziendale, mancato superamento del periodo di prova.

È opportuno ricordare che devono essere convalidate dall’Ispettorato Territoriale del Lavoro (ITL):

– la risoluzione consensuale del rapporto o le dimissioni presentate dalla lavoratrice, durante il periodo di gravidanza; – la risoluzione consensuale del rapporto o le dimissioni presentate dalla lavoratrice o dal lavoratore durante i primi tre anni di vita del bambino o nei primi tre anni di accoglienza del minore adottato o in affidamento.

A detta convalida è sospensivamente condizionata l’efficacia della risoluzione del rapporto di lavoro. Non sono quindi efficaci le sole dimissioni rassegnate telematicamente dalla data del 12 marzo 2016 così come disciplinate dal D.Lgs. n. 151/2015. L’unico modo per poter rassegnare le dimissioni durante il periodo di tutela resta quindi quello della convalida presso l’ispettorato territorialmente competente, individuato in base alla residenza del lavoratore.

Riepilogando, quindi:

– la lavoratrice può dimettersi, senza obbligo di preavviso al datore di lavoro, nel periodo che va da 300 giorni prima della data presunta del parto e fino al compimento del primo anno di vita del figlio;

– affinché le dimissioni volontarie siano efficace dovrà obbligatoriamente convalidarli presso l’ITL durante il periodo tutelato, che si estende fino ai 3 anni del bambino.

Poiché la norma copre un periodo molto ampio (300gg prima del parto presunto, termine questo che va ovviamente comprovato da specifici certificati medici), non sussiste il problema della gravidanza a rischio.

Naturalmente tutte le norme appena illustrate valgono, sia per il settore privato che per i dipendenti pubblici.

Infine, per dovizia d’informazione si precisa che in caso di dimissioni volontarie presentate durante il periodo per cui è previsto il divieto di licenziamento, la lavoratrice ha diritto:

– al pagamento dell’indennità sostitutiva del preavviso;

– alla percezione della Naspi (il datore di lavoro sarà tenuto, in questo caso, al versamento del ticket di licenziamento).

A tal proposito, la Sezione lavoro della Corte di Cassazione, con sentenza n. 4919 del 03 marzo 2014, ha stabilito che, in caso di dimissioni presentate dalla lavoratrice madre prima del compimento di un anno di età del bambino è sempre dovuta l’indennità sostitutiva del preavviso prevista dall’art. 55 del D.Lgs. n. 151/2001 anche qualora le stesse risultino preordinate all’assunzione della lavoratrice, e dei soggetti ad essa equiparati, alle dipendenze di altro datore di lavoro.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dal dott. Daniele Bonaddio


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