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Se l’Agenzia delle Entrate sbaglia cosa fare?

27 settembre 2018


Se l’Agenzia delle Entrate sbaglia cosa fare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 settembre 2018



Come chiedere un risarcimento del danno per un errore del fisco: il dipendente dell’Agenzia delle Entrate che dà un consiglio sbagliato fa scattare il diritto all’indennizzo.

C’è un detto comune: quando sbaglia il cittadino deve pagare caro e amaro il frutto del proprio errore; se però a sbagliare è lo Stato, nessuno è responsabile e non è possibile chiedere un risarcimento. Per fortuna qualche volta questa regola non vale. È il caso in cui a sbagliare sia l’Agenzia delle Entrate: non solo nel caso in cui notifichi un accertamento sbagliato (nel qual caso ci sarà il giudice tributario ad annullarlo, eventualmente condannando l’amministrazione a rimborsare le spese legali) ma anche quando fornisce un consiglio sbagliato a un contribuente che si è rivolto all’ufficio. È vero che, per avere i pareri ufficiali del fisco si deve svolgere un interpello, ma se si riesce a dimostrare che l’impiegato della sede territoriale ha fornito delle istruzioni errate, facendo cadere il contribuente in una incolpevole violazione delle norme tributarie, è possibile ottenere il risarcimento. A chiarirlo è una recente e interessante sentenza della Cassazione [1], forse una delle prime che toccano questo delicato tema. E questo perché è difficile che un dipendente delle entrate si spinga a fare consulenza al cittadino. Ma se così dovesse succedere, che fare se l’Agenzia delle Entrate sbaglia? Di tanto parleremo nel seguente articolo.

In particolare ti spiegheremo come tutelare i tuoi diritti dinanzi a un errore del fisco commesso sia nella fase dell’accertamento, quando cioè già è stato già notificato l’atto formale con la richiesta di pagamento, sia nella precedente fase della consultazione allo sportello. Ma procediamo con ordine.

Se un dipendente dell’Agenzia delle Entrate dà un consiglio sbagliato spetta il risarcimento?

Per comprendere bene cosa fare se l’Agenzia delle Entrate sbaglia facciamo un esempio, peraltro non lontano dalla realtà di tutti i giorni.

Immaginiamo di avere un dubbio in materia tributaria. Vogliamo usufruire di una detrazione fiscale ma non sappiamo innanzitutto se ci spetta e, in secondo luogo, quali sono i documenti da presentare. Piuttosto che pagare un commercialista preferiamo andare direttamente al vertice: decidiamo così di recarci al più vicino ufficio dell’Agenzia delle Entrate per chiedere un consiglio. Dopo aver preso il numerino e atteso il nostro turno, ci riceve un dipendente allo sportello a cui spieghiamo la nostra situazione. Questi ci dà le informazioni necessarie e, usando un foglio di carta che ha sulla scrivania, ci scrive l’iter che dobbiamo seguire per avere l’agevolazione. Seguiamo alla lettera ciò che il funzionario ci ha detto ma, ciò nonostante, dopo qualche mese, riceviamo un controllo da parte del Fisco. L’avviso non solo ci chiede indietro i soldi che abbiamo risparmiato con la detrazione, ma ci obbliga a pagare anche le sanzioni. Nel difenderci, ritorniamo allo sportello e facciamo presente che, se abbiamo agito in tal modo, è solo perché così ci è stato consigliato. Ma il direttore della sede ci dice che per le risposte ufficiali ai quesiti posti dai contribuenti c’è solo la procedura dell’interpello. Tutto il resto sono da considerarsi solo consigli amichevoli, ma informali e privi di alcun valore. Cosa possiamo fare?

In ipotesi del genere, per la Cassazione, è possibile chiedere il risarcimento del danno all’Agenzia delle Entrate, ovviamente a patto di dimostrare con certezza che l’errore è stato causato dalla cattiva consulenza.

L’Agenzia delle Entrate, a prescindere dalla forma con cui interloquisce con il cittadino, ha comunque un obbligo di informativa nei suoi confronti; deve cioè comportarsi in modo corretto e secondo buona fede (così come ogni ufficio della pubblica amministrazione) per consentire una conoscenza agevole delle disposizioni vigenti in materia tributaria. Il tutto ovviamente allo scopo di rendere il contribuente edotto di ogni elemento idoneo a evitare di commettere, tanto più se in buona fede, illeciti. Si tratta

La Suprema Corte ha inoltre precisato che non è in gioco il diritto del contribuente a ottenere l’agevolazione fiscale (diritto che, se per legge non sussiste, non può essere rivendicato solo per aver ricevuto un cattivo consiglio), ma il diritto a ottenere un’informazione completa dall’amministrazione finanziaria, ad esempio chiedendo al cittadino l’ulteriore documentazione necessaria per accedere a eventuali benefici fiscali. Un diverso comportamento finisce per trarre in inganno il malcapitato.

Risultato: d’ora innanzi i cittadini mal consigliati agli sportelli pubblici potranno incassare il risarcimento.

Se l’Agenzia delle Entrate invia un accertamento sbagliato cosa fare?

Un altro caso in cui l’Agenzia delle Entrate sbaglia è quando, prima ancora di avere un confronto con il cittadino o all’esito di un contraddittorio con questo, gli notifica un avviso di accertamento fondato su presupposti sbagliati. Qui il cittadino ha due chance:

  1. la prima è presentare un ricorso in autotutela all’Agenzia stessa che, nel termine di 60 giorni, dovrà rispondere. La risposta non è obbligatoria e l’eventuale silenzio varrà come un rigetto. C’è tuttavia giurisprudenza che sanziona la mancata collaborazione del fisco che non ha prestato un comportamento collaborativo con il contribuente (si tratta ancora di mosche bianche). Si tenga conto che il ricorso in autotutela non sospende i termini per presentare un ricorso al giudice; sicché, in prossimità della scadenza dei 60 giorni dalla notifica dell’atto, sarà bene imbracciare le armi processuali e, rivolgendosi a un avvocato o a un commercialista, avviare anche il ricorso;
  2. la seconda è, ovviamente, il ricorso alla Commissione Tributaria, ricorso da presentare inderogabilmente entro 60 giorni. Non importa se il funzionario dell’ufficio ha ammesso, a voce, di aver sbagliato e che l’atto sarà ritirato: se non ottieni un immediata cancellazione per iscritto, l’accertamento non impugnato diventa definitivo e in seguito non potrai più fare nulla per difenderti neanche dalla successiva cartella esattoriale.

Se poi ritieni di aver subito un danno da un errore dell’Agenzia delle Entrate potresti fare un’apposita richiesta al giudice civile: si tratta di una domanda giudiziale che va presentata in separata sede e non davanti alle Commissioni Tributarie, competenti solo a stabilire se un atto fiscale è legittimo o meno. Ma ti avverto: difficilmente un giudice ti potrà dare ragione se non rileva che vi è stato un errore plateale e un danno consistente. Meglio a quel punto accontentarsi della pronuncia che cancella l’accertamento illegittimo. E il tempo perso e l’ansia per difenderti chi te li paga? Per questi c’è la condanna alle spese processuali, dovuta a rigore da chi perde il processo.

Se, dopo che ti è stato dato ragione, vuoi infierire sull’Agenzia delle Entrate che ha sbagliato puoi presentare una denuncia alla Procura della Corte dei Conti per danno erariale, che serve per punire il funzionario del fisco che insiste in una richiesta illegittima. Il danno consiste nel pagare anche il risarcimento al contribuente oltre alle spese del processo.

note

[1] Cass. sent. n. 23163/18 del 27.09.2018.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 18 maggio – 27 settembre 2018, n. 23163

Presidente Travaglino – Relatore Positano

Fatto e diritto

Rilevato che:

con atto di citazione del 15 ottobre 2007, C.P. evocava in giudizio, davanti al Tribunale di Oristano, l’Agenzia delle Entrate lamentando l’illegittimo comportamento tenuto dai responsabili nella violazione degli obblighi di informativa e per aver disatteso il suo legittimo affidamento inducendolo in errore riguardo al regime di tassazione applicabile, chiedendo, pertanto, la condanna dell’Agenzia al risarcimento del danno corrispondente alla somma in relazione alla quale era stata concessa la rateazione del debito tributario (Euro 29.094). L’attore aggiungeva che, recatosi presso l’ufficio dell’Agenzia delle Entrate per registrare una scrittura privata, documentando la propria qualità di coltivatore diretto, attraverso la relativa certificazione Inps il direttore dell’Agenzia chiedeva all’attore di apporre sulla scrittura privata da registrare una dichiarazione contenente l’indicazione del valore della vendita. Tuttavia dopo due mesi l’attore riceveva l’avviso di liquidazione della maggiore tassazione applicata sulla base del valore dichiarato in calce all’atto, ritenendo non applicabile l’imposta ridotta a tassa fissa. Sulla base di tali elementi il C. chiedeva il risarcimento del danno determinato dalla condotta omissiva della amministrazione convenuta. Quest’ultima si costituiva in giudizio deducendo l’infondatezza della domanda;

il Tribunale di Oristano, con sentenza del 23 febbraio 2011 rigettava la domanda risarcitoria rilevando che l’attore non aveva fornito la prova dei requisiti previsti dalla legge n. 604 del 1954 per il beneficio fiscale in quanto l’atto di compravendita non conteneva la dichiarazione del sottoscrittore di volersi avvalere dell’agevolazione;

avverso tale decisione proponeva appello C.P. e si costituiva l’Agenzia delle Entrate contestando l’impugnazione. Con sentenza delle 18 agosto 2016 la Corte d’Appello di Cagliari in accoglimento dell’impugnazione condannava l’Agenzia delle Entrate al risarcimento in favore dell’appellante della somma di Euro 39.538,43 oltre interessi e spese di lite;

avverso tale sentenza l’Agenzia delle Entrate, per il tramite dell’Avvocatura Generale dello Stato, propone ricorso per cassazione affidandosi a due motivi che illustra con memoria. Il PG conclude per il rigetto del ricorso.

Considerato che:

con il primo motivo la ricorrente deduce la violazione degli articoli 3, 4 e 5 della legge n. 604 del 6 agosto 1954, in relazione all’articolo 360, n. 3 c.p.c. Osserva che nel caso di specie non ricorreva nessuna delle tre ipotesi previste dalla disciplina delle agevolazioni fiscali in materia di piccola proprietà contadina, in quanto controparte solo in occasione della richiesta di registrazione dell’atto di compravendita privo della manifestazione di volontà di avvalersi dei benefici in favore della piccola proprietà contadina, ha esibito all’ufficio un certificato Inps, peraltro privo dei requisiti richiesti dalla legge. Sotto tale profilo la violazione dei principi di buon andamento ricorre solo nel caso di errata applicazione delle norme tributarie ovvero nell’ipotesi in cui l’ufficio è legittimato a modificare la richiesta di registrazione. Nel caso di specie l’ufficio non avrebbe potuto consigliare diversamente il contribuente rispetto a un contratto già stipulato e l’atto non avrebbe potuto essere reiterato con la volontà del venditore di avvalersi delle agevolazioni poiché quest’ultimo era deceduto alla data della richiesta di registrazione;

con il secondo motivo deduce la violazione l’articolo 2043 c.c. in relazione all’articolo 360, n. 3 c.p.c. rilevando l’insussistenza del nesso causale. Infatti, i presupposti necessari per beneficiare dell’agevolazione in oggetto (sussistenza dei requisiti previsti dall’articolo 1 della legge n. 604 del 1954) dovevano essere presenti in data precedente alla presentazione dell’atto presso l’ufficio. Pertanto la condotta dei responsabili di tale ufficio risulta irrilevante;

i motivi possono essere trattati congiuntamente perché strettamente connessi e sono strutturati come violazione di legge, ma le doglianze non colgono nel segno poiché le considerazioni oggetto della decisione impugnata attengono un differente profilo. In particolare, al momento della registrazione della scrittura privata il contraente aveva reso palese la qualità di coltivatore diretto e tale circostanza non è contestata, oltre alla mancata conoscenza delle previsioni normative in materia di sgravi fiscali. La sentenza impugnata rileva che l’amministrazione avrebbe dovuto porre maggiore attenzione al livello di informativa da rendere nei confronti dell’utente, circa di adempimenti da porre in essere per beneficiare dei vantaggi fiscali previsti dalla normativa di settore, eventualmente modificando o integrando l’atto con le indicazioni mancanti. Adempimenti da espletare in separata sede. La decisione impugnata censura la mancata osservanza da parte dell’Agenzia di un obbligo di informativa verso il contribuente, volto a consentire la conoscenza agevole delle disposizioni vigenti in materia tributaria, al fine di renderlo edotto di ogni elemento idoneo a pregiudicare il riconoscimento del proprio credito. L’insieme degli elementi evidenziati nella sentenza impugnata riguarda la violazione, da parte dell’Agenzia convenuta, degli obblighi di correttezza e collaborazione secondo un canone comportamentale di buona fede, che deve caratterizzare l’attività della pubblica amministrazione;

la controversia, però, non ha ad oggetto il diritto del contribuente all’agevolazione (diritto non sussistente a causa della insufficiente documentazione), ma del diritto ad ottenere un’informazione completa dalla Amministrazione finanziaria. Questa, non potendo chiedere al contribuente di modificare un atto ormai perfetto, avrebbe potuto informarlo della necessità di dotarsi di ulteriore documentazione (certificato o attestazione provvisoria dell’Ispettorato) al fine di accedere all’agevolazione in oggetto ed evitare le sanzioni per l’omesso versamento dell’imposta ordinaria dovuta. Al contrario, l’Agenzia ha richiesto al contribuente un dato irrilevante (la dichiarazione sul valore dell’atto) provvedendo a tassarlo in misura agevolata, pur in assenza delle condizioni di legge, ingenerando nel contribuente un affidamento sull’idoneità della documentazione prodromica al beneficio, atteso che l’Agenzia si era accontentata della produzione documentale (in realtà, inidonea), così violando il principio di collaborazione informativa ex art. 6 della legge n. 212/2000;

nella sentenza impugnata il danno ingiusto è stato individuato nella condotta negligente dell’amministrazione per la mancata considerazione della peculiarità del caso concreto, per la totale omissione del dovere di informativa e per avere ingenerato nel contribuente, dapprima ammesso alla tassazione favorevole sulla base di una semplice dichiarazione orale, l’affidamento legittimo che non fosse necessario altro adempimento per evitare la perdita del beneficio spettante, quale coltivatore diretto da oltre quarant’anni. La censura non si interessa di tale profilo; pertanto si appalesa inammissibile dovendosi, peraltro, rilevare che la circostanza dedotta dalla ricorrente dell’intervenuto decesso di uno dei contraenti in data precedente gli adempimenti per cui è causa, costituisce elemento fattuale del tutto nuovo e privo di autosufficienza, che non può essere fatto valere in questa sede;

ne consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; nessun provvedimento va adottato riguardo alle spese poiché l’intimato non ha espletato attività processuale in questa sede. Pur sussistendo le condizioni di quell’articolo 13 del d.p.r. 30 maggio 2002, n. 115, per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, tale obbligo non va disposto in considerazione della natura di parte pubblica del soggetto ricorrente.

P.T.M.

dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese.

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