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Lavoratore con malattia grave: può essere licenziato?

27 settembre 2018


Lavoratore con malattia grave: può essere licenziato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 settembre 2018



Si può escludere il licenziamento discriminatorio solo se si supera il comporto o si dimostra la soppressione del posto.

Prima di tutto la salute. Poi il lavoro. Proprio per questo, se manca la salute, il dipendente può restare a casa fino a intervenuta guarigione, senza temere di perdere il posto. Finché dura la malattia infatti il datore di lavoro ha il divieto categorico di licenziare e, se dovesse farlo, sarebbe costretto a reintegrare il lavoratore. Solo se, nonostante la malattia perdurante, le assenze del lavoratore dovessero superare un limite di giorni prestabilito dal contratto collettivo (“cosiddetto comporto”) questi potrebbe essere licenziato. In ogni caso, prima del superamento del periodo di comporto il datore di lavoro non può interrompere il rapporto con un lavoratore gravemente malato, neanche se già sa in anticipo che la malattia durerà ancora a lungo: deve comunque attendere la scadenza del termine fissato dal ccnl. Ma attenzione, in alcuni casi il lavoratore con malattia grave può essere licenziato ancor prima di tale momento. Possibile? Assolutamente sì, e A confermarlo è una sentenza della Cassazione pubblicata oggi [1]. Per comprenderla ricorreremo al nostro consueto esempio pratico.

Immaginiamo un lavoratore che, purtroppo, subisca un grave incidente stradale. Rimane vivo per miracolo ma le sue condizioni sono disperate. Avrà bisogno di molti mesi prima di riprendersi e di diversi interventi chirurgici. Il datore di lavoro lo viene a sapere. Lo incontra e capisce che, per il suo lavoratore, non ci vorrà meno di un anno per tornare a camminare e riprendere l’uso delle proprie capacità fisiche. Qualche mese dopo, quando ancora è su un letto d’ospedale, gli invia la lettera di licenziamento. Il periodo di comporto non è stato ancora consumato, così il lavoratore – che, pur sapendo di non poter riprendere il lavoro per tempo, non intende nel frattempo rinunciare alle buste paga che gli verserà l’Inps – impugna il licenziamento. A suo avviso è un licenziamento discriminatorio, dettato unicamente dalla grave malattia. Che chance ha di vincere la causa?

L’unico caso in cui la legge consente di licenziare un dipendente ancora in malattia e prima ancora che sia scaduto il comporto è per giustificato motivo oggettivo ossia, come volgarmente viene detto, per motivazioni economiche attinenti cioè all’organizzazione e alla produzione. Se l’azienda ritiene che, al di là ed a prescindere dalla condizione di salute del proprio dipendente, le sue mansioni sono diventate inutili, superflue o troppo costose può procedere al licenziamento. Si pensi al caso in cui l’azienda provvede alla soppressione del ramo d’azienda cui è addetto il malato o quando sussistono delle grosse perdite economiche.

Al lavoratore che subisce il licenziamento è sempre data la possibilità di impugnarlo nel termine di 60 giorni dalla comunicazione e, nei successivi 180 giorni, presentare il ricorso in tribunale. In quella sede spetterà al datore di lavoro dimostrare che la propria scelta non è stata dettata da motivi discriminatori ma da effettive esigenze aziendali. Ad esempio, bisognerà produrre i bilanci che mettono in evidenza i conti disastrati o la perdita di commesse. Ed ancora si può dar prova che è in corso una riorganizzazione interna, con riduzione del personale e licenziamenti ai quali non sono seguite altre assunzioni.

La soppressione del posto del dipendente dettata dal calo di lavoro e dalla diminuzione degli introiti giustifica quindi il licenziamento per «giustificato motivo oggettivo» del dipendente gravemente malato. Affinché il licenziamento venga annullato dal giudice serve la prova di una relazione tra la malattia e l’intento discriminatorio del datore nei confronti del lavoratore “inutile” perché assente. Prova che non si raggiunge semplicemente richiamando il fatto che il dipendente manca ormai da diverso tempo.

Solo in questo caso si può licenziare il dipendente gravemente malato anche prima del periodo di comporto.

Con la differenza però che se il datore attende il compimento del comporto non dovrà dimostrare più alcunché perché gli basterà far leva sul calcolo dei giorni di assenza; mentre invece, nel caso del licenziamento per motivazioni economiche, in caso di contestazione bisogna essere pronti a provare l’effettività delle ragioni dell’azienda poste a base del recesso.

Un lavoratore malato non può essere licenziato prima della fine del comporto, anche se il datore di lavoro è consapevole già in partenza che, alla scadenza di tale periodo, questi non potrà comunque riprendere servizio.

All’esito del comporto il datore di lavoro non è obbligato a dimostrare le ragioni del licenziamento: gli basta far rilevare il superamento del tetto di giorni prestabilito nel contratto collettivo.

Il lavoratore malato può essere eccezionalmente licenziato prima del termine del comporto solo per giustificato motivo oggettivo, ossia per ristrutturazione aziendale. Il datore di lavoro deve però dimostrare, in questo caso, nell’ipotesi in cui vi sia impugnazione del licenziamento, l’effettività delle proprie ragioni: quindi la riorganizzazione, la crisi o la soppressione del posto.

Chiaramente è sempre licenziabile il dipendente in malattia che finge di essere malato o che, nonostante la patologia, non resta a casa aggravando il proprio stato di salute.

note

[1] Cass. sent. n. 23338/18 del 27.09.2018.

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