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Rinuncia congedo parentale: quando conviene

19 Ottobre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 Ottobre 2018



I vantaggi di rinunciare al congedo parentale

Stai per diventare mamma o papà e stai già pensando a come organizzare la gestione della famiglia e del lavoro, pensare di separarti dal tuo bambino così piccolo ti spaventa e sai che la legge ti garantisce la possibilità di restargli accanto nei primi anni di vita, anche se questo inciderà negativamente sulla retribuzione che guadagnerai in quel periodo. Del resto, se tornerai al lavoro dovrai trovare una babysitter o un asilo nido e pagarli. Sai che ci sono dei “bonus” erogati dall’Inps, ma non si capisce esattamente come funzionino. Cerchiamo allora di capire cos’è il congedo parentale, quando e a chi spetta, se è possibile rinunciarvi e la rinuncia al congedo quando conviene.

Il congedo parentale

Il congedo parentale è quel periodo di astensione dal lavoro riconosciuto ai genitori per prendersi cura dei figli nei primi anni della loro vita.

Diversamente dal congedo di maternità, che è obbligatorio in quanto pensato nell’interesse della madre in gravidanza e del neonato nei primissimi mesi di vita, il congedo parentale è facoltativo, potendovi rinunciare e rientrare al lavoro.

Del resto, ci sono diversi motivi per rinunciare al congedo parentale: lo Stato, infatti, riconosce ai lavoratori dipendenti che non se ne avvalgono degli strumenti alternativi che, a seconda delle esigenze, possono essere addirittura più vantaggiosi del congedo.

Innanzitutto si tenga presente che i giorni di permesso riconosciuti dal congedo parentale vengono retribuiti solo in alcuni casi e solo nella misura del 30% dello stipendio.

Ciò avviene quando i giorni di permesso vengono goduti:

  • prima del compimento dei 6 anni del figlio;
  • dai 6 agli 8 anni del figlio, ma solo se il reddito individuale del genitore richiedente è inferiore a 2,5 volte l’importo annuo del trattamento minimo di pensione.

Negli altri casi il congedo parentale, di cui si può beneficiare fino al compimento dei 12 anni del figlio, non viene retribuito.

Quindi, già dal punto di vista retributivo, il genitore-lavoratore, anziché accontentarsi di una retribuzione minima riconosciuta solamente in un determinato periodo di tempo, potrebbe decidere di rinunciare sin da subito al congedo parentale, optando per una soluzione alternativa finanziata dallo Stato o comunque più conveniente economicamente, quale il voucher babysitter e asili nido e i permessi per allattamento.

Voucher per babysitter e asili nido

Le lavoratrici dipendenti neomamme che rinunciano al congedo parentale possono richiedere all’Inps i voucher baby sitter o asili nido.

Questi servono per pagare le spese sostenute per la babysitter o per la retta all’asilo nido e devono essere richiesti entro gli 11 mesi successivi dal rientro dalla maternità obbligatoria.

L’importo mensile dei voucher è di massimo 600€ e può essere corrisposto per un periodo massimo di 6 mesi per le lavoratrici dipendenti, 3 mesi per le lavoratrici autonome iscritte alla Gestione separata Inps.

Nel caso in cui questi buoni vengano utilizzati per il servizio asilo nido, il contributo verrà erogato dall’Inps direttamente alla struttura scolastica in cui si decide di iscrivere il proprio figlio; qualora invece vengano utilizzati per pagare la babysitter, il contributo verrà pagato attraverso il sistema buoni lavoro del Libretto Famiglia.

Quindi, rinunciando al congedo parentale e usufruendo del voucher babysitter si ha un duplice vantaggio:

  • la retribuzione non viene ridotta perché la lavoratrice, dopo ilo congedo per maternità rientra subito al lavoro
  • la lavoratrice madre può beneficiare di una soluzione quasi gratuita a cui affidare il proprio figlio nelle ore in cui è impegnata al lavoro.

Permessi per allattamento

Sempre rinunciando al congedo parentale, si può fruire dei riposi giornalieri per allattamento.

I riposi giornalieri per allattamento sono permessi orari della durata variabile da 2 a 1 ora, a seconda dell’orario di lavoro dell’interessato.

In particolare, se la lavoratrice è impiegata per almeno 6 ore, potrà fruire di 2 ore di permesso giornaliere (utilizzabili posticipando l’inizio dell’attività lavorativa giornaliera o anticipando l’uscita), mentre chi ha un orario lavorativo inferiore ha diritto solamente ad 1 ora di permesso al giorno.

Nel caso di parto gemellare, la durata dei permessi raddoppia (da 2 a 4 ore o da 1 a 2 ore).

Questi permessi possono essere fruiti fino al compimento del 1° anno di età del figlio e sono retribuiti al 100% per il lavoratore.

Quindi, grazie ai riposi giornalieri per allattamento, si potrà svolgere un orario di lavoro ridotto, senza influire subire una diminuzione della retribuzione.

Anche in questo caso, rinunciare al congedo parentale potrebbe comportare un vero e proprio vantaggio per la lavoratrice dipendente: si tenga presente però che, anche in questo caso, si perdono tutti i 6 mesi di congedo riconosciuti e utilizzabili – sebbene con una decurtazione dello stipendio – fino al compimento dei 12 anni del figlio.


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