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Aboliamo la Fornero … ma prima studiamola

28 Settembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 Settembre 2018



Costruire un buon sistema pensionistico, anche attraverso l’educazione finanziaria

Elsa Fornero ha pubblicato un libro, Chi ha paura delle riforme, che tutti dovrebbero leggere ma, dato che pochi lo faranno, riporto uno dei capitoli per me fondamentali…

Tenuto conto dei presupposti generali di adeguamento e di sostenibilità, e ricordando che non esiste un sistema ottimo, cerchiamo di determinare le caratteristiche generali di un sistema previdenza «buono», ossia ben disegnato.
La prima caratteristica è, in un certo senso, esterna al sistema stesso: un sistema buono incoraggia il lavoro, e il lavoro regolare, invece dell’occupazione irregolare (lavoro in nero) e dei pensionamenti anticipati, a età in cui si è ancora perfettamente in grado di lavorare, con uno stretto collegamento, anche a livello individuale, tra contributi versati e prestazioni ricevute (in luogo del collegamento debole caratteristico delle pensioni commisurate a una media delle ultime retribuzioni).
Un sistema buono, poi, non scoraggia il risparmio: non spinge i lavoratori a cercare sicurezza pensionistica prevalentemente nel bilancio pubblico, ma offre invece un veicolo efficiente per fronteggiare, possibilmente con il risparmio dello stesso lavoratore (contributi), i rischi «assicurabili» della vita lavorativa e post lavorativa. Le aliquote contributive non devono essere particolarmente elevate perché altrimenti finiscono per «spiazzare» la formazione di risparmio delle famiglie e per rendere indisponibile la ricchezza privata all’obiettivo di miglioramento dello standard di vita.

Il sistema previdenziale pubblico dovrebbe svolgere un ruolo di promozione dell’equità. Altra caratteristica di un buon sistema previdenziale pubblico è la capacità di svolgere efficacemente un ruolo di riduzione delle diseguaglianze entro le generazioni. Sebbene la previdenza non abbia uno specifico mandato a eliminare le disuguaglianze e sia preferibile affidare la redistribuzione alla tassazione progressiva dei redditi (e delle ricchezze) e non a un sistema finanziato con aliquote proporzionali, ragioni di equità sociale richiedono tuttavia che il sistema previdenziale pubblico svolga normalmente un ruolo di promozione dell’equità. E questo vale, a maggior ragione, se si pensa che il sistema previdenziale consente di redistribuire risorse riferite non già all’anno ma all’intero ciclo di vita. L’universalismo del sistema pubblico e la sua vocazione equitativa permettono, in un contesto di giustizia sociale, di assicurare chi nasce (nascerà) con una limitata capacità di generare reddito, per disabilità o per condizioni sociali svantaggiate.
Per favorire la giusta direzione della redistribuzione, è però molto importante che il sistema possegga un’altra caratteristica: la trasparenza. Mentre l’opacità delle regole facilita la creazione di privilegi, la trasparenza è generalmente associata a criteri di equità. Nella stessa direzione della trasparenza opera l’uniformità delle regole: la frammentazione dei regimi è in genere premessa per favoritismi e ingiustizie, oltre che causa di sprechi di risorse e duplicazione di costi; per contro, regole uniformi sono compatibili con eccezioni motivate da equità e non dall’obiettivo, squisitamente ma non «nobilmente» politico di favorire alcune categorie perché considerate più vicine al potere oppure ritenute elettoralmente conquistabili.
La segmentazione dei regimi pensionistici tende inoltre a generare rincorse sociali (per cercare di ottenere gli stessi vantaggi concessi a una qualche categoria) e comportamenti opportunistici, che mirano alla separazione e all’autonomia fino a che la gestione è in avanzo, per poi pretendere l’entrata nel regime generale quando si manifestano perdite strutturali, secondo la pratica, purtroppo diffusa in Italia, di tenersi i guadagni/privilegi per socializzare le perdite.
Anche una redistribuzione in senso equitativo, pur socialmente desiderabile, richiede naturalmente di essere giudicata alla luce non soltanto dei criteri di equità ai quali si ispira, ma anche dei disincentivi e delle distorsioni che può provocare.
La stessa obbligatorietà del sistema ha effetti sulle scelte individuali, per esempio in termini di «spiazzamento» del risparmio, oltre che di entrata nell’uscita dal mondo del lavoro. Aliquote elevate applicate indifferentemente a tutte le età possono comportare effetti distorsivi sulla domanda di lavoro delle imprese, e sfavorire l’occupazione di certi segmenti di età. L’evidenza empirica mostra in generale un andamento a campana (o a U invertita) della produttività del lavoro: rispetto alle età centrali, la produttività è inferiore sia all’inizio sia alla fine della vita lavorativa, il che può indurre le imprese da un lato ad assumere giovani soltanto se i contributi sono almeno parzialmente «fiscalizzati» (ossia parzialmente messi a carico della fiscalità generale) e dall’altro a cercare accordi per pensionamenti anticipati o a essere tolleranti verso formule pensionistiche che incoraggino l’uscita anticipata, senza considerazioni per i conti previdenziali. Inoltre, un’aliquota elevata può generare «vincoli di liquidità» a età giovani e interferire sui piani personali/famigliari di consumo, quando sono maggiori le restrizioni all’accesso al credito – proprio in concomitanza con le esigenze derivanti dalla formazione della famiglia, dalla nascita di un figlio o dall’acquisto della casa – e quando il soggetto vorrebbe risparmiare meno per la pensione e più per questi altri obiettivi.
Formule retributive che aggancino la pensione ai redditi finali della vita lavorativa possono, da parte loro, condurre ad aumenti retributivi indotti dal solo scopo di aumentare la pensione (ovviamente mettendone i costi a carico della generalità dei contribuenti). Possono, peraltro, anche determinare l’uscita prematura dei lavoratori con profili retributivi piuttosto piatti, i quali hanno convenienza ad andare in pensione non appena abbiano raggiunto l’età minima (o i requisiti minimi, per i sistemi che prevedono una combinazione di età e anzianità). Infatti, se continuassero a lavorare, la loro pensione non crescerebbe tanto da compensare da un lato i maggiori contributi da pagare nell’arco residuo della vita lavorativa, dall’altro la minore durata del pensionamento (una situazione abbastanza tipica dei dipendenti pubblici, il cui profilo retributivo non è in generale fortemente crescente, se non per i ruoli più elevati).

Pensioni… Pensioni di reversibilità relativamente generose possono far abbassare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e la pensione minima può indurre una parte dei lavoratori (in prevalenza, ancora donne) a ridurre l’offerta di lavoro, o a lavorare in nero.
Egualmente importante è che il sistema limiti i suoi obiettivi a quelli più squisitamente previdenziali, senza cercare di assorbire tutto (o quasi) il sistema di welfare e senza attribuirsi compiti di sussidiarietà rispetto al mercato del lavoro, come nel caso del facile ricorso ai prepensionamenti per agevolare ristrutturazioni aziendali che potrebbero, per esempio, essere affrontate con forme di pensionamento graduale; e senza proporsi obiettivi che poco o nulla hanno a che fare con la sicurezza nell’età anziana, come quando furono introdotte le baby pensioni con lo scopo di «lasciare tornare le donne in famiglia».
Oltre ai caratteri strumentali sin qui illustrati – presenza di caratteristiche positive e limitazione dei disincentivi – un buon sistema deve essere flessibile, amministrativamente efficiente (non sprecare risorse) e adattarsi in modo automatico ai cambiamenti strutturali nei parametri del contesto (come il tasso di dipendenza degli anziani). Questo permette di evitare le lacerazioni sociali tipiche di una previdenza interpretata come luogo di contrattazione salariale, anziché come istituzione tesa a favorire il risparmio previdenziale, e perciò come «casa comune» per la condivisione dei rischi che vi sono connessi.
Un buon sistema, inoltre, è «misto» ossia «multipilastro» e affianca perciò alla ripartizione pubblica uno o più pilastri privati a capitalizzazione in modo da migliorare la distribuzione del rischio e realizzare, a parità di risorse destinate al risparmio previdenziale, un più elevato grado di adeguatezza. Le ragioni a favore di un sistema misto escludono soluzioni più radicali di privatizzazione.
Infine, un buon sistema punta sull’informazione e sulla promozione di conoscenza ed educazione economico – finanziaria di base, contrastando la tendenza a nascondere le informazioni per timore delle reazioni dell’opinione pubblica. (Chi ha paura delle riforme. Illusioni, luoghi comuni e verità sulle pensioni, Elsa Fornero, Università Bocconi Editore, maggio 2018, pag. 127 e segg.).

Fonte: Diritto & Giustizia, per gentile concessione dell’autore


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