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Latitanza: cos’è?

19 Ottobre 2018 | Autore:


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Cos’è lo stato di latitanza? Quando il giudice dichiara la latitanza? Qual è la differenza tra latitante e irreperibile? Qual è la differenza tra latitante ed evaso?

Alcuni termini giuridici sono diventati, col tempo, talmente noti da entrare nel linguaggio comune e da non necessitare di alcuna spiegazione che, altrimenti, risulterebbe superflua: pensa, ad esempio, allo sfratto, all’usucapione, agli arresti domiciliari, alla messa in mora; l’elenco sarebbe ancora lungo. Si tratta di concetti talmente compenetrati nella realtà sociale da essersi quasi distaccati dal mondo giuridico in senso stretto da cui sono nati. Tra queste nozioni rientra anche la latitanza, istituto giuridico prettamente penalistico che viene associato sempre ai delinquenti (spesso mafiosi) che riescono a sottrarsi, per un periodo di tempo più o meno lungo, alla cattura da parte delle autorità. In maniera assolutamente più informale e ironica, per latitante si intende anche colui che cerca di sfuggire alle grinfie di persone poco desiderate, tipo quelle dei debitori oppure della moglie. La latitanza, però, non deve essere data per scontato: lo status di latitante, infatti, può essere attribuito solamente in presenza di precise circostanze, e comporta per la persona delle conseguenze giuridiche determinate. Se quanto detto finora ti interessa, ti invito a proseguire nella lettura: approfondiremo insieme il problema della latitanza e tutte le sue implicazioni. Dunque: cos’è la latitanza?

Chi è il latitante?

Secondo la legge, è latitante colui che volontariamente si sottrae alla cattura da parte delle forze dell’ordine; più precisamente, il latitante è colui che scampa alla custodia cautelare, agli arresti domiciliari, al divieto di espatrio, all’obbligo di dimora o a un ordine con cui si dispone la carcerazione [1].

Lo stato di latitanza, quindi, è proprio di colui che, per provvedimento del giudice, dovrebbe essere privato della libertà personale (in tutto o in parte, come nel caso del divieto di espatrio o dell’obbligo di dimora) ma che, in qualche maniera, riesca a sottrarvisi. In pratica, è latitante chi riesce a sfuggire ad una misura cautelare restrittiva della propria libertà oppure ad un ordine di carcerazione emesso a seguito di sentenza di condanna definitiva. Ciò implica due cose:

  • la latitanza è strettamente legata all’emissione di un provvedimento del giudice con cui si dispone l’applicazione di una misura cautelare privativa della libertà personale dell’indagato/imputato oppure l’esecuzione di una sentenza di condanna definitiva;
  • non può definirsi latitante colui che sfugge all’arresto in flagranza, in quanto in questo caso non c’è (ancora) un provvedimento del giudice.

Latitanza: chi la dichiara?

La latitanza è un vero e proprio status, in quanto trattasi di “qualità” che deve essere attribuita formalmente al fuggiasco. Secondo la legge, la latitanza viene dichiarata dal giudice con decreto, una volta che la persona nei cui confronti il provvedimento sia stato disposto non venga rintracciata a seguito di ricerche degli agenti [2]. In buona sostanza, la latitanza viene dichiarata sulla base del verbale di vane ricerche redatto dalla polizia giudiziaria a seguito della mancata esecuzione dell’ordinanza che dispone la misura cautelare o dell’ordine di carcerazione.

Latitanza e irreperibilità: quali differenze?

Giunto a questo punto, avrai senz’altro capito cos’è la latitanza, ma ti starai ponendo una domanda: se occorre notificare un provvedimento restrittivo della libertà personale ad un individuo che è via e non si sa dove abiti, viene dichiarato lo stato di latitanza? La risposta è no. Perché una persona possa essere dichiarata latitante occorre che si sia sottratta volontariamente alla cattura; pertanto, la latitanza va tenuta ben distinta dall’irreperibilità, che è tutta un’altra cosa. In comune, latitanza e irreperibilità hanno solamente il fatto che le persone cercate dalla giustizia non sono rintracciabili, con la sostanziale differenza, però, che:

  • l’irreperibilità è una situazione di fatto quasi casuale, nel senso che all’autorità giudiziaria è effettivamente ignoto il luogo ove abiti il ricercato;
  • la latitanza presuppone la consapevolezza di nascondersi per evitare la cattura; in pratica, la latitanza è un’irreperibilità voluta.

Anche la giurisprudenza è d’accordo: la volontarietà della sottrazione è alla base della latitanza, rappresentandone il presupposto psicologico; non occorre, inoltre, dimostrare che il latitante avesse conoscenza dell’avvenuta emissione del provvedimento restrittivo della sua libertà, essendo sufficiente che egli si ponga in una condizione di irreperibilità in vista proprio della possibile emissione del provvedimento stesso [3].

La differenza tra irreperibilità e latitanza è importantissima: solo nel primo caso, infatti, il giudice deve disporre la sospensione del procedimento fino ad un anno per consentire idonee ricerche dell’indagato irreperibile. Inoltre, mentre l’irreperibilità deve essere accertata in ogni grado di giudizio, essendo onere degli inquirenti effettuare nuove ricerche, la latitanza attraversa trasversalmente l’intero procedimento penale, nel senso che, una volta dichiarata, resta tale fino alla sua cessazione e senza che vengano disposte nuove ricerche.

Latitante ed evaso: c’è differenza?

Abbiamo spiegato qual è la differenza tra latitante e irreperibile; è probabile, però, che tu abbia un altro dubbio: il latitante è un evaso? In realtà, c’è una bella differenza: il latitante si sottrae fin dall’inizio alla cattura, mentre l’evaso è colui che viene catturato e, solo successivamente, riesce a fuggire. L’evaso, in poche parole, è il classico detenuto che taglia le sbarre con la lima per poi calarsi giù dalle mura del penitenziario attraverso lenzuoli legati l’uno all’altro. Evaso è anche colui che non rispetta gli arresti domiciliari o, comunque, il luogo ove dovrebbe stare per ordine del giudice.

Tra latitanza ed evasione passa poi un’altra differenza: l’evasione è un reato vero e proprio, punito a sua volta con la reclusione, mentre la latitanza ha effetti solamente processuali, cioè nel corso del procedimento penale [4].

Latitante ed evaso sono invece accomunati dal sistema di notificazioni: come meglio si dirà nel prossimo paragrafo, entrambi sono rappresentati da un difensore, di fiducia oppure designato d’ufficio dal giudice procedente.

Latitanza: effetti

Abbiamo visto cos’è la latitanza e qual è la differenza con la mera irreperibilità; passiamo ora a vedere gli effetti pratici della dichiarazione di latitanza. Sempre secondo la legge, con li decreto con cui dichiara la latitanza, il giudice designa un difensore d’ufficio al latitante, sempreché non ne abbia già uno. Il difensore rappresenterà l’indagato/imputato nel procedimento penale, in quanto la giustizia non può arrestarsi solamente perché il reo si è dato alla fuga. Tutte le notifiche e gli atti processuali verranno pertanto verranno indirizzati al difensore cosi designato [5].

Secondo il codice, gli effetti processuali conseguenti alla latitanza operano solamente in riferimento al procedimento penale per cui essa è stata dichiarata. Cosa significa? Vuol dire che la designazione di difensore d’ufficio (se manca quello di fiducia) e la validità delle notifiche processuali a quest’ultimo fatte valgono solamente nel procedimento penale in cui sia stata riscontrata l’irreperibilità volontaria dell’indagato/imputato: negli altri procedimenti, ove ad esempio esista un difensore di fiducia perché già nominato, si procederà normalmente, come se l’individuo non sia latitante.

Nello specifico, la giurisprudenza ha detto che la cessazione dello stato di latitanza, a seguito di arresto avvenuto all’estero in relazione ad altro procedimento penale, non comporta l’illegittimità delle successive notificazioni eseguite nelle forme previste per l’imputato latitante, fino a quando il giudice non abbia avuto notizia dell’arresto. In questo caso, la cattura della persona in riguardo ad altro procedimento (e, quindi, ad altro capo di imputazione) fa cessare la latitanza nel processo in cui essa era stata dichiarata, purché le autorità che hanno eseguito la cattura informino prontamente il giudice [6].

Facciamo un esempio: Tizio è imputato per un furto commesso nel 2014 e, in altro procedimento, per una rapina avvenuta nel 2017. Ora, se per il primo fatto egli si era reso volontariamente irreperibile, lo stato di latitanza viene revocato se, tratto in arresto per la rapina, il magistrato che giudica del furto viene reso edotto della cattura, seppur avvenuta per crimine diverso.

Latitanza e misure cautelari

Molto importante è il problema della latitanza in riferimento alla durata delle misure cautelari. Come si dirà anche nel prossimo paragrafo, la latitanza è legata a filo doppio alle misure cautelari, cioè a quei provvedimenti che limitano la libertà personale della persona indagata o imputata: e infatti, latitante è proprio colui che sfugge a queste sanzioni (o all’ordine di carcerazione, che invece consegue ad una sentenza definitiva di condanna). Le misure cautelari, però, non hanno una durata eterna: decorso un determinato lasso di tempo stabilito dalla legge, diventano inefficaci (in gergo giuridico si dice che esse sono “perente”).

Secondo la legge, ci sono delle cause al cui verificarsi la durata della misura cautelare resta sospesa, come ad esempio nel caso in cui il processo sia rinviato su richiesta dell’imputato o del suo difensore, durante il periodo dedicato alla redazione della sentenza, ecc. Ebbene, la giurisprudenza è concorde nel ritenere che la sospensione dei termini di durata della custodia cautelare opera anche nei confronti del latitante, cioè nei confronti di colui che, di fatto, si è sottratto alla stessa [7]. Mi spiego meglio con un esempio.

Tizio e Caio sono imputati per rapina; nelle more del procedimento, poiché l’autorità giudiziaria è venuta a conoscenza del piano dei malviventi di darsi alla fuga, il giudice emette un’ordinanza con cui dispone la custodia in carcere per entrambi. Quando bussano alle loro porte, la polizia trova Tizio ma non Caio, il quale, subodorando la possibilità di essere catturato, era già scappato via. Orbene, mentre Tizio verrà condotto in carcere, Caio verrà dichiarato latitante. Il processo va avanti e i difensori degli imputati chiedono ed ottengono più volte il rinvio dell’udienza: secondo la legge, in questo caso la durata della misura cautelare resta sospesa, nel senso che non va avanti, si blocca per poi riprendere al termine dell’impedimento addotto dai difensori. La giurisprudenza dice che la sospensione è valida anche per Caio, il quale non sta scontando la misura perché latitante. D’altra parte, se così non fosse, il latitante si troverebbe favorito rispetto al detenuto, in quanto per quest’ultimo la misura durerebbe di più (perché allungata dal periodo in cui resta sospesa), mentre per il primo, qualora venisse catturato, non si dovrebbe contare il predetto periodo di sospensione.

Latitanza: quando viene revocata?

Da quanto detto sinora è facile intuire che la latitanza, così come viene dichiarata, è anche revocata dal giudice: in particolare, la qualità di latitante permane fino a che il provvedimento che l’ha causata (cioè, quello che ordinava la restrizione della libertà) non venga revocato ovvero perda di efficacia, oppure ancora il reato o la pena per cui era stato emesso sono estinti.

Praticamente, il latitante cessa di essere tale quando:

  • viene catturato (anche in procedimento diverso, come detto sopra);
  • l’ordinanza con cui il giudice disponeva la misura cautelare è stata revocata, ad esempio su istanza del difensore a causa del venir meno delle esigenze che erano alla base del provvedimento stesso (in poche parole, il latitante non è più tale per via del contrordine del giudice);
  • la stessa ordinanza ha perso efficacia per via del decorso del tempo (le misure cautelari, infatti, non sono perpetue);
  • il reato o la pena sono stati dichiarati estinti: si pensi ad un provvedimento di amnistia nel frattempo intervenuto oppure alla sopravvenuta prescrizione del reato.

note

[1] Art. 296 cod. proc. pen.

[2] Art. 295 cod. pen.

[3] Cass., sent. n. 43962 del 28.10.2013.

[4] Art. 385 cod. pen.

[5] Art. 165 cod. proc. pen.

[6] Cass., Sez. Un., sent. n. 18822 del 23.10.2014.

[7] Cass., sent. n. 35767 del 28.09.2007.

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