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Fornire false generalità: che si rischia?

30 Set 2018


Fornire false generalità: che si rischia?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 Set 2018



Dare al controllore un nome e cognome falso può costare una condanna penale per il reato di falsa dichiarazione sulla propria identità a un pubblico ufficiale.

Il capotreno o il controllore di un autobus di linea è un pubblico ufficiale? A chiederselo sono tutti coloro che, fermati senza biglietto, provano a fare i furbi e a fornire false generalità. Che si rischia nel dare un nome e un cognome che non è il  proprio? Quali sono i poteri del controllore nel caso in cui dovesse scoprire l’inganno?Si può finire alla questura per così poco? La questione è stata spesso analizzata dalla giurisprudenza a dimostrazione di come il comportamento sia tutt’altro che raro. Eppure, stando a una recente sentenza della Cassazione [1], c’è poco da scherzare: non stiamo infatti parlando di una sanzione amministrativa al pari di una comune multa per chi sale su un mezzo pubblico senza biglietto, ma di un vero e proprio reato.

Per chiarire che si rischia a fornire false generalità al controllore sarà bene fare un esempio, simile a quello che ha interessato la verificata analizzata dai giudici supremi nella pronuncia in commento.

Immaginiamo che un uomo salga sul treno senza biglietto, magari perché non ha avuto il tempo di acquistarlo in stazione. Al passaggio del controllore cerca inutilmente di opporsi alle sue contestazioni. Il capotreno gli dà così un modulo ove scrivere le proprie generalità per poter poi elevare la sanzione e inviargliela a casa con raccomandata. Nel foglio deve indicare il proprio nome, cognome, data e luogo di nascita, Comune e via di residenza. Il trasgressore cerca di fare il furbetto e, con la scusa del movimento del vagone, scrive con grafia tremula, in modo da fa apparire una “C” come una “G”, una “F” come una “T”, un “8” come un “6” e così via. Insomma, fa di tutto per far cadere in errore chi dovrà successivamente leggere il foglio di carta e spedirgli la multa. Alla richiesta dell’esibizione di un documento di identità, l’uomo risponde di non esserne munito. Il caso vuole che la polizia ferroviaria sia presente sullo stesso treno e, accorsa, gli intimi di far vedere il portafogli, a costo di portarlo in questura. Dinanzi al comando, il viaggiatore svuota le tasche e da lì compaiono miracolosamente i documenti. Il controllore può così verificare che il soggetto aveva tentato di scrivere un cognome e un indirizzo diverso da quelli effettivi. Così lo denuncia alle forze dell’ordine. Parte il procedimento penale per il reato di «falsa dichiarazione sulla propria identità a un pubblico ufficiale». L’indagato però si difende sostenendo che il controllore non sarebbe un pubblico ufficiale. Chi ha ragione?

La circostanza di simulare le proprie identità con errori di scrittura, unita al fatto che, contrariamente al vero, il viaggiatore abbia dichiarato di non avere con sé alcun documento d’identità, è indiche più che sufficiente di un intento fraudolento, volto a far cadere in errore il verbalizzante.

Il controllore di un autobus, di un treno o di qualsiasi altro mezzo pubblico è un pubblico ufficiale al pari di un poliziotto o di un carabiniere. Questo significa che chi ha la brillante idea di dargli un nome e cognome falso per fare in modo di non pagare la multa o chi si rifiuta di fornire le proprie generalità commette un reato.

Il controllore però non ha il potere di perquisire il viaggiatore, pur potendogli comunque intimare l’esibizione del documento di identità. Se ci si rifiuta di dare un documento non si commette il reato di resistenza a pubblico ufficiale ma comunque si resta nel penale: il reato è quello di “rifiuto d’indicazioni sulla propria identità personale” punito con l’arresto fino a un mese o con l’ammenda fino a 206 euro.  Invece dando un nome o cognome falso, o anche omettendo un numero civico o non riportando correttamente il proprio indirizzo di residenza, scatta il reato di falsa dichiarazione sulla propria identità a un pubblico ufficiale. Rientra nelle false dichiarazioni anche il fornire dati confusi o poco leggibili su un modulo da compilare.

note

[1] Cass. sent. n. 41824/18 del 26.09.2018.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 5 aprile – 26 settembre 2018, n. 41824

Presidente Bruno – Relatore Mazzitelli

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza, emessa in data 14/10/2016, la Corte d’Appello di Bologna, in parziale riforma della sentenza emessa in data 13/04/2015 dal Tribunale di Bologna, assolveva Eg. Ha. dal delitto, sub b), ex art. 594 c.p., perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, e riduceva a mesi 8 di reclusione la pena inflitta per il reato, sub A), contestato ai sensi dell’art. 495 c.p., per aver fornito false generalità al capo treno Minardi Marco, il quale le aveva contestato la violazione amministrativa di aver viaggiato su un treno senza biglietto ferroviario.

2. L’imputata, tramite difensore di fiducia, ha proposto ricorso per cassazione avverso tale provvedimento, con cui deduce l’inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità, stante la notificazione all’imputata dell’avviso di fissazione dell’udienza avanti alla Corte d’Appello a mezzo PEC. Parte ricorrente allega che l’utilizzo della PEC, da parte delle cancellerie, è consentito, nei procedimenti penali, a norma dell’art. 148 c.p.p., e. 2 bis, 149 e 150 c.p.p., e 151 c.p.p., c. 2, a persona diversa dall’imputato. La notificazione in questione all’imputata avrebbe dovuto essere completata con mezzi ordinari ai sensi dell’art. 148, c. 1 c.p.p. e dunque a mezzo dell’ufficiale giudiziario o al più a mezzo del servizio postale. La ricorrente allega altresì la carenza di motivazione circa l’idoneità o meno della condotta della prevenuta a ledere il bene giuridico protetto dalla norma asseritamente violata ai sensi dell’art. 49, secondo comma, c.p.. L’analisi del modulo per la rilevazione delle generalità dei viaggiatori conteneva, nella parte relativa al cognome del viaggiatore, varie espressioni, tra cui “EG”, cancellata con due tratti di penna. In sostanza, il controllore non aveva mai ricevuto vere generalità, essendo confuse le espressioni utilizzate dall’imputata, inidonee a trarre in inganno chicchessia. Ne conseguirebbe l’inidoneità della condotta, ai sensi dell’art. 49, secondo comma, c.p., profilo del tutto pretermesso dal giudice del secondo grado. A ciò si aggiungerebbe la considerazione secondo cui la ratio sottesa all’art. 495 c.p. sarebbe connessa alla tutela della pubblica fede, implicante la valutazione dell’idoneità della condotta a ledere il bene giuridico protetto.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è manifestamente infondato.

Innanzitutto va posto in evidenza che la notificazione dell’avviso di fissazione dell’udienza avanti alla Corte d’Appello a mezzo PEC risulta effettuata presso il difensore di fiducia, avv. Ar., presso il quale era stato eletto il domicilio, essendo l’utilizzo della PEC consentito nei confronti del difensore domiciliatario.

E’ sufficiente osservare, al riguardo, che un recente orientamento giurisprudenziale ha riconosciuto la validità della notificazione, fatta tramite l’ausilio delle comunicazioni elettroniche al difensore, sia in proprio sia in qualità di domiciliatario, con un’unica copia (Sez. 1, n. 12309 del 29/01/2018 – dep. 16/03/2018, Vi., Rv. 272313).

E ciò in considerazione evidente di principi di economia processuale, avuto riguardo al rapporto fiduciario, intercorrente tra il difensore e l’imputato.

2. Per quanto poi attiene ai restanti profili, trattati nel ricorso, e, in particolare, ai vizi, di natura argomentativa, circa l’idoneità della condotta, tenuta dall’imputata, rispetto alla lesione del bene, protetto dalla norma, ossia dall’art. 495 c.p., con riferimento all’art. 49 c.p., va osservato che sul punto specifico il provvedimento impugnato è congruamente motivato.

L’estensore, invero, ha ribadito l’inaccettabilità della tesi, prospettata dalla difesa circa l’assenza di un intento della prevenuta di fornire false generalità, essendo detta tesi smentita dalle false indicazioni, circa la data di nascita ed il luogo di residenza. Parimenti, ha poi osservato il Tribunale, l’imputata, appena interpellata dall’agente ferroviario, aveva esordito, asserendo, contrariamente al vero, di non avere con sé alcun documento d’identità.

La motivazione risulta esaustiva e determinante, a nulla valendo le argomentazioni odierne della difesa, circa indicazioni confuse, di per se inidonee a trarre in inganno circa l’effettiva identità della prevenuta, alla stregua del cd. reato impossibile, ex art. 49 c.p., rispetto al bene giuridico tutelato dalla disposizione incriminatrice, coincidente con la tutela della pubblica fede.

2. Alla luce delle considerazioni esposte, si deve, pertanto, dichiarare l’inammissibilità del ricorso, con contestuale condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma, che si reputa equo determinare in Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 2.000,00 a favore della Cassa delle ammende.


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