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Marito e moglie sono parenti?

10 ottobre 2018


Marito e moglie sono parenti?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 ottobre 2018



Giuridicamente parlando, chi sono i parenti? Tra marito e moglie che tipo di vincolo esiste? Parenti e coniugi sono la stessa cosa o sono rapporti distinti?

Vuoi intraprendere la carriera universitaria e ti viene richiesto di dichiarare di non avere rapporti di parentela o di affinità, fino al quarto grado compreso, con un professore appartenente al dipartimento o alla struttura interessata oppure con il Rettore, il Direttore Generale o con un componente del Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo [1], ma tu sei il marito o la moglie di uno di questi soggetti e non sai se e cosa devi dichiarare? Sei il selezionatore di una azienda e tua moglie o tuo marito partecipano al colloquio di lavoro, da cui non sai se devi astenerti visto che il regolamento aziendale prevede il conflitto di interesse solo nei riguardi dei parenti e degli affini? La tua azienda ti ha inflitto una sanzione disciplinare perché hai sottoscritto un documento aziendale in cui hai negato il rapporto di parentela con una persona, tuo marito o tua moglie, che hai ingaggiato?  Ti è mai capitato di sentire marito e moglie che, durante un litigio, si rivolgono la frase “Ma chi ti conosce? Mica siamo parenti!”? Se, insomma, ti sei chiesto, per curiosità o per motivi più seri, se marito e moglie siano tra loro parenti, ecco l’articolo che fa al caso tuo.

Che cos’è la parentela?

Perché tu possa farti un’idea della questione e dare una risposta alla domanda da cui sei partito, è opportuno che per prima cosa capisca che cos’è e quando si ha la parentela. In questo ti è utile il Codice Civile, che definisce la parentela come il legame che esiste tra le persone che discendono da uno stesso ascendente, chiamato stipite, sia nel caso in cui il legame nasca all’interno del matrimonio o al di fuori di esso, sia nel caso in cui il legame derivi da una adozione, ad eccezione della sola adozione di persone maggiori di età [2]. I parenti, che quindi per il Codice Civile sono tali in ragione di un vincolo di consanguineità o di un rapporto di adozione, si distinguono poi in base a:

a) le linee [3]:

si dicono, infatti:

  • parenti in linea retta le persone che discendono l’una dall’altra, quindi, ad esempio,  genitori e figli, ma anche nonni e nipoti;
  • parenti in linea collaterale le persone che non discendono l’uno dall’altro, quindi, ad esempio, i fratelli tra loro, ma anche zii e nipoti

b) i gradi [4]:

la legge riconosce fino al sesto grado incluso, facendone derivare determinati effetti giuridici, salvo che per alcuni casi specificamente determinati.

I gradi si conteggiano nel seguente modo:

  • nella linea retta, i gradi sono tanti quante sono le generazioni escluso lo stipite. Ad esempio, nipoti e nonni sono parenti di secondo grado, perché ci sono il nipote, il padre e il nonno, che, in quanto capostipite, non si conta;
  • nella linea collaterale, i gradi si computano con le generazioni, partendo da uno dei parenti fino allo stipite comune e da questo arrivando all’altro parente, sempre con esclusione dello stipite. Ad esempio, i fratelli sono parenti di secondo grado, perché ci sono il fratello 1, il padre che non si conta in quanto stipite comune ed il fratello 2.

Che cos’è l’affinità?

Sebbene tale rapporto giuridico non sia direttamente richiamato dal quesito iniziale da cui sei partito, è bene comunque che tu sappia cosa sia anche l’affinità in quanto essa è strettamente connessa alla parentela tant’è che i due concetti vengono quasi sempre citati insieme. L’affinità è definita, infatti, dal Codice Civile [5] come il vincolo che esiste tra un coniuge e i parenti dell’altro coniuge, nella stessa linea e con lo stesso grado della parentela a cui corrisponde l’affinità. Per esempio, quindi, se i fratelli sono tra loro parenti in linea collaterale di secondo grado, sarà altrettanto affine di secondo grado in linea collaterale il marito nei confronti del fratello della moglie.

Che cos’è il coniugio?

E veniamo, ora, al rapporto tra marito e moglie, per vedere se è esso in qualche modo sovrapponibile alla parentela o se, invece, siano rapporti distinti da cui conseguono effetti giuridici diversi. Per la verità, il rapporto tra marito e moglie (il c.d. rapporto di coniugio), a differenza della parentela e dell’affinità, non trova una sua precisa e specifica definizione nel Codice Civile. La sua essenza ed i suoi contenuti, vengono, infatti, enucleati dall’insieme delle norme della Costituzione [6] e del Codice Civile [7], che fissano complessivamente i diritti e gli obblighi che da esso discendono nei confronti dei coniugi. Pertanto, il coniugio viene comunemente definito come il rapporto che lega marito e moglie in ragione del matrimonio e che si fonda sul principio dell’uguaglianza giuridica dei coniugi.

Quale dunque la risposta al quesito?

Fermati ora un attimo qui, ai concetti sopra rapidamente analizzati, alle definizioni fornite dal Codice Civile e riproponiti la domanda iniziale, cioè se marito e moglie siano parenti. Ebbene? La tua risposta sarà negativa, in quanto ti sarà apparso di tutta evidenza come per il Codice Civile il rapporto di coniugio sia una cosa del tutto diversa rispetto al rapporto di parentela. Marito e moglie, infatti, non possono essere considerati parenti in quanto profondamente e nettamente diversa è l’origine stessa del vincolo alla base dei due rapporti, che, tra marito e moglie, è un contratto (il matrimonio, appunto) e, tra i parenti, è una consanguineità o una adozione.

Cosa dice la giurisprudenza?

Se, in punto di diritto, quindi, la questione è chiara e quindi marito e moglie non sono parenti, la giurisprudenza tuttavia non sempre l’ha vista così, arrivando ad affermare talvolta che i rapporti di parentela e di coniugio siano in qualche modo sovrapponibili tra loro. La questione, infatti, avendo implicazioni non tanto affettive, quanto piuttosto giuridiche, è stata oggetto di diverse pronunce niente di meno che della Corte di Cassazione e del Consiglio di Stato, che rappresentano il grado più alto della giustizia, rispettivamente, civile ed amministrativa, giungendo tuttavia a posizioni diametralmente opposte. Sia l’una che l’altro si sono occupati della questione in ambito lavorativo (riferito agli ambienti accademici per quanto riguarda il Consiglio di Stato), dove, al fine di contrastare i cc. dd. nepotismi o favoritismi vari, sono previsti, quali forme di incompatibilità o divieti ai fini dell’accesso al lavoro, i rapporti di parentela ed affinità tra chi deve essere giudicato e chi deve giudicare, ma non anche il rapporto di coniugio[8]. Ciò ha, chiaramente, posto diversi dubbi interpretativi ed applicativi. Ebbene, per la Corte di Cassazione [9], a fronte di una distinta definizione nel Codice Civile delle nozioni di parentela, affinità e coniugio ed in presenza di divieti testualmente previsti solo per i parenti e gli affini e non anche per i coniugi, non è legittimo ricorrere ad una loro interpretazione estensiva per includervi anche questi ultimi, anche se il comune sentire percepisce come sovrapponibili le nozioni di parentela, affinità e coniugio. Infatti, se è vero che ubi lex voluit, dixit, se è vero che ad una norma non può essere attribuito un significato diverso da quello che essa testualmente e palesemente reca [10], eventuali incompatibilità o divieti possono valere anche nei confronti dei coniugi (oltre che dei parenti e degli affini) solo ove questi siano espressamente e testualmente contemplati e citati. Del tutto opposto, invece, è l’orientamento del Consiglio di Stato [11], per il quale anche in presenza di una norma (quale quella della Legge Gelmini, su cui si sono concentrate le sue pronunce) che non parla espressamente di coniugi, questi sono comunque colpiti dalla incompatibilità in essa prevista perché, se la ratio dell’incompatibilità si fonda sulla volontà di garantire il principio di eguaglianza e la conseguente par condicio dei candidati, a maggior ragione ciò deve valere nei confronti del rapporto di coniugio che presuppone una maggiore familiarità tra giudicante e giudicato, in ragione del suo obbligo di coabitazione [12], che per gli altri rapporti di parentela e affinità potrebbe anche non sussistere. Inoltre, se per il Codice Civile l’affinità (inclusa testualmente tra le incompatibilità) è il vincolo che lega un coniuge ai parenti dell’altro coniuge, e quindi presuppone il coniugio, a maggior ragione la ragione di incompatibilità prevista per l’affinità dovrebbe valere per il coniugio.

E’ una questione di legittimità costituzionale?

Solo di recente, però, il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (che corrisponde al Consiglio di Stato per la Sicilia), discostandosi dal suddetto orientamento della giurisprudenza amministrativa ed avvicinandosi piuttosto alla posizione della Corte di Cassazione, ha respinto la possibilità di una interpretazione estensiva delle cause di incompatibilità che vorrebbe inclusi anche i coniugi seppure non testualmente previsti. Piuttosto, a conferma della diversità tra il rapporto di parentela e quello di coniugio e della conclusione che  marito e moglie non sono parenti, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, la questione  di legittimità costituzionale dell’art. 18, co. 1, lett. b), ultimo periodo, della legge n. 104 del 2010 (la più volte citata Legge Gelmini) proprio nella parte in cui esso non prevede espressamente anche il rapporto di coniugio insieme alla parentela e alla affinità [13].

Di GABRIELLA SPARANO

note

[1] Art. 18, comma 1, lett. b) e c), della L. 30 dicembre 2010, n. 240 (c.d. Legge Gelmini) “Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario”.
[2] Art. 74 c.c.
[3] Art. 75 c.c.
[4] Art. 76 c.c.
[5] Art. 78 c.c.
[6] Art. 29 Cost.
[7] Artt. 143 e 144 c.c.
[8] Per l’ambiente universitario, si veda nota 1.
[9] Corte di Cassazione, sez. Lavoro civile, Sentenza del 04/05/2017, n. 10831.
[10] Artt. 12 e 14  Disp. prel. al cod. civ.
[11] Consiglio di Stato, sez. VI, Sentenza n. 1270/2013, confermata anche in sentenze successive.
[12] Art. 143, secondo comma, c.c.
[13] Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, Ordinanza del 08/02/2018, n. 76.

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