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Insulti e offese su email o messaggio: è reato?

1 ottobre 2018


Insulti e offese su email o messaggio: è reato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 ottobre 2018



Denuncia per insulti su Whatsapp, sms o per email: che differenza c’è rispetto alle offese verbali e quando scatta la diffamazione.

Verba volant, scripta manent, dicevano i latini. Ossia: le parole volano, gli scritti rimangono. Anche quando si tratta di insulti ed offese. “Carta canta”, qualcuno dice riferendosi al fatto che una prova documentale è difficilmente contestabile in un processo. Ma che succede se la dimostrazione dell’illecito è contenuta in un’email, un sms o un messaggio WhatsApp? Le cose non cambiano: la giurisprudenza ha allargato i propri orizzonti, ritenendo che anche gli scritti telematici, quelli cioè sullo smartphone o sulla casella di posta elettronica, “rimangono” al pari dei fogli di carta. Ma non sempre è possibile difendersi per come si vorrebbe, ossia con una semplice querela, lasciando che le autorità facciano il resto (indagini e processo al colpevole). Non sempre c’è infatti responsabilità penale. Di tanto si sono occupate diverse sentenze, da ultimo una pronuncia della Cassazione di qualche giorno fa [1]. I giudici sono entrati nel vivo dell’argomento relativo all’ingiuria e alla diffamazione segnando i confini penali di questi due comportamenti. Di tanto parleremo qui di seguito: spiegheremo cioè se inviare insulti e offese su email o messaggio è reato.

Tieni presente che quanto andremo a dire si riferisce indistintamente a qualsiasi forma di comunicazione telematica. Non c’è quindi differenza tra un sms o un messaggio di chat, tra un’email inviata a un gruppo di persone e una rispostaccia riferita in un gruppo di WhatsApp. Ma procediamo con ordine.

Ingiuria o diffamazione: differenze

Prima di procedere con la lettura e scoprire se gli insulti e le offese per email o su WhatsApp costituiscono reato è bene chiarire “cosa” fa scattare il penale e cosa no. 

Partiamo quindi dai concetti base. È reato la diffamazione; non è reato l’ingiuria. Qual è la differenza? Molto semplice. La diffamazione è l’offesa pronunciata in assenza della vittima davanti a più persone (almeno due). L’ingiuria è invece rivolta direttamente alla vittima, in un colloquio a due, a prescindere dal fatto che ad assistere possano essere anche altre persone. 

Dicevamo che la diffamazione è reato. Questo significa che la parte lesa può limitarsi a depositare una querela ai carabinieri o alla Procura della Repubblica. Sarà lo Stato ad avviare indagini e processo nei confronti del colpevole, senza che la vittima spenda un euro, a meno che non voglia anche ottenere il risarcimento del danno per il quale dovrà costituirsi parte civile nel giudizio a mezzo di un avvocato.

Nel caso dell’ingiuria, invece, la punizione può avvenire solo tramite un atto di citazione notificato all’avversario dal proprio legale. Chi agisce anticipa i costi della causa. La prova è molto più difficile: posto il divieto per le parti di testimoniare a proprio favore, se nessuno ha assistito al fattaccio sarà impossibile dimostrare l’illecito. In ogni caso, se il giudice dovesse ritenere raggiunta la prova, condannerà il colpevole al risarcimento degli eventuali danni all’onore dell’attore e a una sanzione da 200 a 12mila euro.

Messaggio offensivo: è reato?

Non è più pericoloso come una volta inviare un messaggio offensivo tramite sms, WhatsApp o email. Questo perché, se oltre al destinatario non ci sono altri soggetti in copia, si commette un’ingiuria che, come appena detto, non costituisce più reato. L’unica sanzione è ormai solo civile: significa che la vittima non può più andare dai carabinieri e querelarti ma deve avviare una causa contro di te per ottenere il risarcimento. E questo si fa solo anticipando le spese legali (che non tutti amano sborsare, specie per questioni di poco conto). Peraltro sorge anche la difficoltà di dimostrare al giudice di aver subito un danno, che non sempre è così evidente. Certo è che, anche all’esito del processo civile, il magistrato deve addossare al responsabile una sanzione – che non ha comunque carattere penale – come detto prima da 200 a 12mila euro. Nessuna conseguenza, però, sulla fedina penale.

Dall’ingiuria si passa però alla diffamazione se in copia nell’email ci sono altri indirizzi di posta elettronica o se l’espressione viene proferita all’interno di un gruppo Whatsapp e quindi innanzi a più soggetti. 

«L’invio di email a contenuto diffamatorio», spiega la Cassazione, «realizzato tramite l’utilizzo di internet, integra un’ipotesi di diffamazione aggravata e l’eventualità che fra i fruitori del messaggio vi sia anche la persona a cui si rivolgono le espressioni offensive, non consente di mutare il titolo del reato nella diversa ipotesi di ingiuria. La missiva a contenuto diffamatorio», proseguono i giudici «diretta a una pluralità di destinatari oltre all’offeso, non integra il reato di ingiuria aggravata dalla presenza di più persone, bensì quello di diffamazione, stante la non contestualità del recepimento delle offese medesime e la conseguente maggiore diffusione della stessa». 

I giudici proseguono nell’argomentazione del principio di diritto secondo cui «il fatto che quando la corrispondenza con più destinatari avviene per via telematica», si legge, «se è vero che la digitazione della missiva avviene con unica azione, la sua trasmissione si realizza attraverso una pluralità di atti operati dal sistema e di cui l’agente è ben consapevole; di qui la conclusione che in ogni caso il fatto contestato integra quantomeno anche il reato di diffamazione».

Il messaggio inviato tramite sms, chat o WhatsApp con cui una persona, parlando con un amico, riferisce offese nei confronti di un terzo non configura né ingiuria (mancando la presenza del soggetto leso), né diffamazione (è lecito parlare male di una terza persona se la conversazione non avviene alla presenza di altri). Viceversa se il destinatario è presente, allora si ha diffamazione.

note

[1] Cass. sent. n. 34484/2018.


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1 Commento

  1. Io sono stato querelato per aver inviato una mail in cui definivo l’altra persona “bambacione” e gli consigliavo di “dormire preoccupato” (ingiurie e minacce). Però, dalla data in cui sono stato avvisato della querela ad oggi, non ho saputo più niente.

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