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Che cos’è il lavoro intermittente?

25 Nov 2018


Che cos’è il lavoro intermittente?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 Nov 2018



Il mercato del lavoro è negli anni cambiato e le aziende hanno modificato il loro modo di produrre. Sempre più spesso le imprese hanno bisogno di utilizzare in modo flessibile il personale, per periodi limitati e in occasione di particolari esigenze. Per questo è nato il lavoro intermittente.

Nel corso del tempo la centralità del contratto di lavoro subordinato a tempo pieno e indeterminato è stata progressivamente messa in discussione. Questo perché sono cambiate le esigenze delle imprese, che hanno chiesto sempre di più la possibilità di utilizzare le risorse umane in modo discontinuo, in occasione di particolari esigenze e non in maniera fissa e rigida. In alcuni casi, a dire il vero, può essere anche un’esigenza del lavoratore quella di lavorare per una determinata impresa solo a fasi alterne. Basti pensare ai lavoratori-studenti che non potrebbero assumersi un impegno lavorativo a tempo pieno, altrimenti non avrebbero abbastanza tempo per dedicarsi agli studi, ma possono avere comunque interesse ad iniziare ad entrare progressivamente nel mondo del lavoro. Per far fronte a queste esigenze la legge ha iniziato ad introdurre delle forme di lavoro nuove, più flessibili e meno rigide e più adattabili a situazioni come quelle descritte. Cerchiamo di capire una di queste tipologie contrattuali e rispondiamo alla domanda: che cos’è il lavoro intermittente?.

Cos’è il lavoro intermittente?

Il lavoro intermittente, come dice il termine stesso, nasce per dare una risposta a quelle imprese e a quei lavoratori che non vogliono costituire tra di loro un rapporto di lavoro stabile e che impegna completamente la giornata lavorativa ma vogliono collaborare a fasi alterne, senza continuità. Il contratto di lavoro intermittente, infatti, è il contratto, che può essere sottoscritto a tempo determinato o a tempo indeterminato, mediante il quale un lavoratore si mette a disposizione di un datore di lavoro che ne può utilizzare la prestazione lavorativa in modo discontinuo o intermittente, secondo le esigenze individuate dai contratti collettivi nazionali di lavoro, anche con riferimento alla possibilità di svolgere le prestazioni in periodi predeterminati nell’arco della settimana, del mese o dell’anno.

Se il contratto collettivo non specifica i casi in cui si può ricorrere al lavoro intermittente si deve fare riferimento ai casi di utilizzo del lavoro intermittente individuati con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali. Tale decreto non è stato mai approvato e il Ministero ha chiarito [2] che i casi di utilizzo del lavoro intermittente sono quelli individuati nella tabella allegata al regio decreto [3]. In questa sede non è opportuno indicare tutta la lista di casi riportati nella tabella.

Per fare alcuni esempi, nell’elenco contenuto nella tabella troviamo custodi, guardiani diurni e notturni, guardie daziarie, portinai, fattorini, uscieri e inservienti, camerieri, personale di servizio e di cucina negli alberghi, etc. Oltre a dover essere attivato in uno dei casi individuati dal contratto collettivo o dalla tabella allegata al regio decreto, il lavoro intermittente può essere sottoscritto solo se ricorre un requisito anagrafico: il dipendente deve avere meno di 24 anni di età, purché’ le prestazioni lavorative siano svolte entro il venticinquesimo anno, oppure più di 55 anni di età. C’è poi un limiti massimo di utilizzazione dell’attività del lavoratore intermittente.

Infatti, con l’eccezione dei settori del turismo, dei pubblici esercizi e dello spettacolo, il contratto di lavoro intermittente è ammesso, per ciascun lavoratore con il medesimo datore di lavoro, per un periodo complessivamente non superiore a quattrocento giornate di effettivo lavoro nell’arco di tre anni solari.

In caso di superamento del predetto periodo il relativo rapporto si trasforma in un rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato. Sarà dunque particolarmente importante per l’impresa monitorare con attenzione quante giornate in un triennio viene chiamato il lavoratore intermittente perché se si sforano le 400 giornate triennali il lavoratore diventa a tempo indeterminato.

Cosa deve indicare il contratto di lavoro intermittente?

Il contratto di lavoro intermittente deve essere stipulato in forma scritta e deve indicare:

a) durata e ipotesi, oggettive o soggettive, che consentono la stipulazione del contratto. Si dovrà dunque indicare l’età anagrafica del lavoratore e la sussistenza di uno dei casi indicati dal contratto collettivo o dalla tabella allegata al regio decreto;

b) luogo e modalità della disponibilità, eventualmente garantita dal lavoratore, e del relativo preavviso di chiamata del lavoratore, che non può essere inferiore a un giorno lavorativo;

c) trattamento economico e normativo spettante al lavoratore per la prestazione eseguita e relativa indennità di disponibilità, ove prevista;

d) forme e modalità, con cui il datore di lavoro è legittimato a richiedere l’esecuzione della prestazione di lavoro, nonché’ modalità di rilevazione della prestazione;

e) tempi e modalità di pagamento della retribuzione e della indennità di disponibilità;

f) misure di sicurezza necessarie in relazione al tipo di attività dedotta in contratto.

Cosa accade nei periodi di non lavoro?

Ci sono due tipologie di lavoro intermittente a seconda degli obblighi posti a carico del lavoratore intermittente nei periodi in cui non viene chiamato a lavorare. Infatti, in alcuni casi il lavoratore intermittente garantisce al datore di lavoro la propria disponibilità a rispondere alle chiamate. È un po’ ciò che avviene per i lavoratori dipendenti con la cosiddetta reperibilità.

Essere a disposizione ed impegnarsi a rispondere ad una chiamata è già di per sé un impegno e va dunque pagato. Infatti, in questo caso, il lavoratore intermittente, nei periodi in cui non ne viene utilizzata la prestazione, ha comunque diritto a percepire la cosiddetta indennità di disponibilità.

In altri casi, invece, il dipendente non da alcuna garanzia al datore di lavoro di rispondere alle chiamate. In questa ipotesi, nei periodi in cui non ne viene utilizzata la prestazione, il lavoratore intermittente non matura alcun trattamento economico e normativo. Verrà pagato solo in base al lavoro effettivamente svolto e non riceverà nullo nei periodi di non lavoro tra una chiamata ed un’altra.

Che cos’è l’indennità di disponibilità?

L’indennità di disponibilità, come abbiamo visto, è il compenso che spetta al lavoratore intermittente nei periodi di non lavoro e che gli viene erogata a fronte del suo impegno a rispondere alle chiamate. La misura dell’indennità mensile di disponibilità, che è divisibile in quote orarie, è determinata dai contratti collettivi e non può essere comunque inferiore all’importo fissato con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sentite le associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Il Ministero [4] ha stabilito che la misura dell’indennità di disponibilità non può essere inferiore al 20% della retribuzione prevista dal contratto collettivo di riferimento.

Per fare un esempio, se Tizio viene assunto con contratto di lavoro intermittente e si obbliga a rispondere alle chiamate durante i periodi di non lavoro e viene inquadrato al V livello del contratto collettivo metalmeccanico, per capire quanto prenderà come indennità di disponibilità occorre vedere qual è il minimo salariale previsto dal contratto collettivo per il V livello. Se questo importo fosse 1.000 euro mensili, nei periodi di disponibilità non potrebbe prendere un compenso inferiore a 200 euro.

Non essendo una vera  e propria retribuzione, l’indennità di disponibilità è esclusa dal computo di ogni istituto di legge o di contratto collettivo (trattamento di fine rapporto, indennità sostitutiva del preavviso, etc.). Sull’indennità di disponibilità, in ogni caso, vanno pagati i contributi previdenziali ed assistenziali. In caso di malattia o di altro evento che gli renda temporaneamente impossibile rispondere alla chiamata, il lavoratore è tenuto a informarne tempestivamente il datore di lavoro, specificando la durata dell’impedimento, durante il quale non matura il diritto all’indennità di disponibilità.

Ove non provveda alla comunicazione tempestiva, il lavoratore perde il diritto all’indennità per un periodo di quindici giorni, salvo diversa previsione del contratto individuale di lavoro. Il rifiuto ingiustificato di rispondere alla chiamata può costituire motivo di licenziamento e comportare la restituzione della quota di indennità di disponibilità riferita al periodo successivo al rifiuto.

In quali casi il lavoro intermittente è vietato?

E’ vietato il ricorso al lavoro intermittente:

  •  per la sostituzione di lavoratori che esercitano il diritto di sciopero;
  • presso unità produttive nelle quali si è proceduto, entro i sei mesi precedenti, a licenziamenti collettivi, ovvero presso unità produttive nelle quali sono operanti una sospensione del lavoro o una riduzione dell’orario in regime di cassa integrazione guadagni;
  • ai datori di lavoro che non hanno effettuato la valutazione dei rischi in applicazione della normativa di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori [5].

Principio di non discriminazione

Il lavoratore intermittente non deve ricevere, per i periodi lavorati e a parità di mansioni svolte, un trattamento economico e normativo complessivamente meno favorevole rispetto al lavoratore di pari livello. In sostanza, nell’esempio che abbiamo fatto, se come visto per un V livello spetta al dipendente uno stipendio di 1.000 euro mensili  anche al lavoratore intermittente, nei periodi di effettivo lavoro, spetterà questa retribuzione al pari di tutti gli altri diritti riconosciuti ai dipendenti di pari livello e di pari mansioni.

Ovviamente, tutti i diritti di cui gode un dipendente a tempo pieno e indeterminato dovranno essere ricalcolati sul minor tempo in cui il lavoratore intermittente presta il proprio lavoro.

Dunque, il trattamento economico, normativo e previdenziale del lavoratore intermittente verrà riproporzionato in ragione della prestazione lavorativa effettivamente eseguita, in particolare per quanto riguarda l’importo della retribuzione, le ferie e i trattamenti per malattia e infortunio, congedo di maternità e parentale. Se, ad esempio, il contratto collettivo prevede un numero di giorni di ferie annue pari a 30 e il lavoratore intermittente lavora effettivamente per due mesi (cioè un sesto dell’intero anno) gli spetteranno 5 giorni di ferie annue.

note

[1] Art. 13 D. Lgs. n. 81/2015 del 15.06.2015.

[2] R.D. n. 2657 del 6.12.1923.

[3] Ministero del Lavoro, Interpello n.10/2016.

[4] D. M. del 20.03.2004.

[5] D. Lgs. n. 81/2008 del 9.04.2008.


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