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Presupposti fallimento

2 Ottobre 2018


Presupposti fallimento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 Ottobre 2018



Guardandoti attorno avrai visto molte imprese fallire: ti spiegheremo quando questo può accadere.   

Se ti sei mai chiesto chi può fallire in Italia e perché viene decretato il fallimento, cioè se ti sei mai chiesto quali sono i presupposti del fallimento, di seguito cercheremo di spiegartelo. Innanzitutto, non tutti possono fallire: ad esempio, uno studio legale non fallirà e nemmeno l’INPS potrà essere dichiarato fallito. Molti lettori potrebbero poi rispondere in maniera spontanea che un’impresa fallisce quando gli affari vanno male, l’impresa è soffocata dai debiti e non ha più soldi per continuare l’attività. Questa risposta, pur nella sua semplicità, non è del tutto sbagliata, anzi. La legge prevede infatti che un’impresa fallisce quando è insolvente, ossia quando non è più in grado di adempiere regolarmente alle proprie obbligazioni. Cosa significa? In realtà non significa quasi nulla, cioè la legge utilizza il termine «insolvenza» in maniera molto vaga: così i tribunali, nel corso del tempo, hanno individuato dei fatti esteriori, come se fossero i sintomi di una malattia, che indicano, nella maggior parte dei casi, che l’impresa è quasi morente e che non è in grado di pagare i propri debiti. Il fallimento di un’impresa è un affare molto delicato e che comporta conseguenze molto gravi, sia per il fallito sia per i terzi (in particolar modo, per i creditori). Per questo, il fallimento di un’impresa è sempre decretato da un tribunale, che giudica rigorosamente se nel singolo caso sussistono i presupposti del fallimento. Infine, diremo chi può chiedere al tribunale il fallimento di un’impresa e cercheremo di capire se c’è un modo per evitare di fallire.

Cos’è il fallimento?

Con il fallimento l’impresa – salvi rarissimi casi – esce dal mercato, cioè non produce e non scambia più i propri beni o servizi. L’imprenditore viene privato della gestione della propria impresa e della proprietà dei beni funzionali all’attività imprenditoriale. Al posto dell’imprenditore viene nominato dal tribunale un curatore fallimentare, ossia un professionista (avvocato, dottore commercialista o ragioniere) o un manager, il quale si occupa della gestione dell’impresa fallita. Il fallimento, infatti, è finalizzato soltanto a reperire risorse per pagare i creditori dell’imprenditore fallito.

Tutti possono fallire?

A poter fallire sono solo gli imprenditori commerciali. L’aggettivo «commerciale» non indica solo l’impresa che pratica il commercio, ma possono essere imprenditori commerciali le imprese che [1]:

1. producono beni o servizi;

2. esercitano un’attività intermediaria nella circolazione dei beni (come ad esempio un’impresa che esercita commercio all’ingrosso);

3. esercitano un’attività di trasporto per terra, per acqua, per aria;

4. esercitano un’attività bancaria o assicurativa;

5. esercitano un’attività ausiliaria delle precedenti (come ad esempio un’impresa che esercita attività di pubblicità).

Per essere ancora più brevi e sintetici potremmo dire che possono fallire solo gli imprenditori che hanno l’obbligo di iscriversi nel registro delle imprese tenuto presso le Camere di commercio. Quindi, tanto per esemplificare, non possono fallire i lavoratori autonomi  (avvocati, notai, commercialisti ecc.), gli enti come associazioni, fondazioni e comitati che non perseguano scopi di lucro e gli imprenditori che svolgono attività non commerciale (come ad esempio gli imprenditori agricoli). Questa affermazione, tuttavia, è ancora un po’ troppo generica: infatti, non possono fallire nemmeno i cosiddetti piccoli imprenditori, cioè le imprese che hanno una struttura particolarmente limitata. Riassumendo, tanto per essere sintetici, le imprese che non possono fallire sono [2]:

1. gli imprenditori agricoli;

2. gli enti pubblici;

3. i piccoli imprenditori. Sono considerati piccoli imprenditori quelle imprese che per tutti e tre gli ultimi esercizi hanno avuto congiuntamente (ossia contemporaneamente per tutti e tre gli anni):

  • un attivo patrimoniale annuo inferiore a 300mila euro;
  • ricavi lordi annui inferiori a 200mila euro;
  • debiti complessivi, anche non scaduti, inferiori a 500mila euro.

Ti facciamo un esempio: se la società Alfa ha avuto tutti e tre gli ultimi esercizi un attivo patrimoniale annuo di 200mila euro (cioè è rimasta sotto il limite previsto dal primo parametro in tutti e tre gli anni) e ricavi lordi annui di 100mila euro (cioè è rimasta sotto il limite previsto dal secondo parametro in tutti e tre gli anni), ma due anni fa ha avuto debiti complessivi di 600 mila euro (cioè per un solo anno ha «sforato» il solo terzo parametro), la società Alfa non è considerata piccolo imprenditore e potrà quindi fallire.

Chi è il fallito?

La legge fallimentare parla spesso di fallito. Attenzione, il fallito non è sempre un soggetto in carne ed ossa. Potremmo infatti tradurre l’espressione «fallito» con «impresa fallita»; questo significa che l’impresa fallita può consistere:

1. in un’impresa individuale (ad esempio: Pizzeria Bella Napoli di Mario Rossi);

2. un’impresa esercitata in forma societaria, ossia:

a. una società semplice;

b. una società di persone (per capirci, quelle società che terminano il proprio nome con s.n.c. e s.a.s.)

c. una società di capitali (quelle società che terminano il proprio nome con s.r.l., s.p.a. e s.a.p.a.).

In altre parole, il fallito di cui parla la legge fallimentare potrà essere una persona fisica (ad esempio, il Mario Rossi della Pizzeria Bella Napoli), ma potrà essere anche una società di grandi dimensioni (come ad esempio, ne avrai sentito parlare, la Melegatti, dichiarata fallita lo scorso 29 maggio). Nel caso del fallimento di una società, quindi, non c’è un «fallito» in carne ed ossa, perché a fallire è la società e non i suoi soci e amministratori: tieni presente, però, che se a fallire è una società di persone (una s.n.c. o una s.a.s.) falliscono anche i suoi soci, che sono illimitatamente responsabili (cioè che rispondono personalmente dei debiti della società) [3].

Quando un’impresa fallisce?

Se quelli che abbiamo visto prima sono i cosiddetti presupposti soggettivi del fallimento, per fallire occorre possedere anche dei presupposti oggettivi. Si tratta, come abbiamo detto prima, dell’insolvenza, ossia l’incapacità di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni [4]. Ti chiederai: ho più o meno capito cos’è l’insolvenza, ma essa come si manifesta? Come si misura? Come faccio a dire che questa società è insolvente? È una domanda più che lecita perché la legge non offre spunti per calcolare o misurare l’insolvenza. Ad esempio, come abbiamo visto, la legge si preoccupa di definire il concetto di «piccolo imprenditore», stabilendo dei parametri numerici, che abbiamo visto sopra, per misurare la dimensione di un’impresa. Se un’impresa supera tali parametri, allora non è considerata piccola e può fallire, se non li supera è considerata piccola e non può fallire. La legge non fa lo stesso con l’insolvenza: non dice ad esempio quanti debiti deve avere un’impresa o quanti giorni di ritardo nei pagamenti deve accumulare per definirsi insolvente. Così ci hanno pensato i giudici ad elaborare una serie di sintomi, che permettono di riconoscere l’insolvenza, come la febbre alta permette al medico di riconoscere la presenza dell’influenza. Ovviamente, si tratta di una diagnosi a partire da alcuni sintomi: così come il medico potrà prendere un abbaglio, scambiando l’influenza con un’altra malattia, allo stesso modo il giudice potrebbe dichiarare insolvente e quindi far fallire una società che in realtà è soltanto sofferente, ma non ancora sul punto di morire. I sintomi che i giudici prendono in considerazione per valutare l’insolvenza di un’impresa possono essere raggruppati in queste due categorie:

1. l’inadempimento, cioè l’incapacità di pagare i propri debiti;

2. l’inconsistenza del proprio patrimonio, che quindi non consente di dare ai creditori garanzie circa il pagamento dei debiti.

Di seguito facciamo esempi concreti dei «sintomi» presi in considerazione dai giudici per stabilire se un’impresa è insolvente:

  • esistenza di protesti (cioè assegni e cambiali scoperti e protestati);
  • ipoteche iscritte sugli immobili. Se un’impresa ha tante ipoteche significa che ha tanti debiti. Ricorda che se non esiste il debito non esiste nemmeno l’ipoteca (questa è infatti una garanzia di un debito, ma se il debito è già stato pagato non rimane nulla da garantire);
  • pignoramenti eseguiti dai creditori sui beni dell’impresa (significa che l’impresa ha debiti che non riesce a pagare spontaneamente, costringendo i creditori a pignorarle i beni);
  • inesistenza di beni di proprietà dell’impresa: se l’impresa non possiede niente, è presumibile che non abbia di che pagare i propri creditori. Per dimostrare che l’impresa non ha nulla basterà mostrare al tribunale un verbale di pignoramento negativo, cioè un verbale nel quale l’ufficiale giudiziario incaricato del pignoramento dichiari di non aver trovato nulla da pignorare;
  • precedenti concordati non omologati: il concordato preventivo, come vedremo più avanti, è un modo, per un’impresa in crisi, di evitare il fallimento. Tuttavia, il tribunale non omologa (cioè, potremmo dire, non approva) un concordato se il piano presentato dall’imprenditore non è abbastanza serio e credibile. Se l’imprenditore non offre sufficienti garanzie ai propri creditori e quindi il concordato non viene approvato, significa che l’impresa è messa abbastanza male;
  • bilanci negativi: leggere i bilanci di un’impresa, soprattutto se di grandi dimensioni, non è compito agevole. Una lettura approssimativa potrebbe infatti condurre a conclusioni sbagliate. Tuttavia, se i bilanci dell’impresa mostrano esercizi conclusi con perdite significative e prolungate negli anni, non servirà una laurea in economia per capire che l’impresa sta precipitando.

Chi può chiedere il fallimento di un’impresa?

La legge prevede che possano chiedere al tribunale di dichiarare il fallimento di un’impresa coloro che ne sono principalmente interessati, ossia [5]:

1. l’impresa stessa;

2. i creditori. Bada bene che il tribunale non può dichiarare il fallimento se risulta che l’impresa ha debiti inferiori a trentamila euro [6]. Ad esempio: Tizio ha un credito di quindicimila euro verso l’impresa Alfa e ne chiede il fallimento al tribunale. Il tribunale farà delle verifiche innanzitutto sulla fondatezza del credito di Tizio e poi farà delle ricerche presso le pubbliche amministrazioni, in particolare all’Agenzia delle entrate, per accertare eventuali debiti tributari. Se risulta che la società Alfa ha debiti fiscali per sedicimila euro, allora il tribunale potrà dichiarare il fallimento di Alfa (il credito di Tizio di quindicimila euro più debiti tributari per sedicimila euro danno la somma di trentunomila euro), sempre che ricorrano gli altri presupposti indicati in precedenza nell’articolo. Se invece non risultano debiti fiscali o risultano debiti ulteriori, ad esempio, di cinquemila euro, il tribunale non potrà in alcun modo far fallire Alfa, perché l’ammontare totale dei suoi debiti è inferiore a trentamila euro. Facendo un altro esempio: se Tizio ha invece un credito verso Alfa di cinquantamila euro (ossia più di trentamila) potrà chiedere il fallimento ed il tribunale potrà far fallire Alfa senza eseguire ulteriori accertamenti, sempre che ovviamente sussistano gli altri presupposti previsti dalla legge.

Può chiedere il fallimento anche il pubblico ministero, ma solo quando lo stato di insolvenza si è manifestato [7]:

1. in un processo penale;

2. a seguito della fuga, irreperibilità e latitanza dell’imprenditore;

3. a seguito della chiusura dei locali dell’impresa, trafugamento, sostituzione o diminuzione fraudolenta dell’attivo da parte dell’imprenditore;

4. in un altro processo civile.

Chi decide il fallimento?

È sempre il tribunale, in composizione collegiale (cioè più giudici e non uno solo) a decidere sul fallimento di un’impresa. Il fallimento si chiede con un ricorso al tribunale del luogo dove l’imprenditore ha la sede principale. Il tribunale svolge un processo caratterizzato da celerità e semplicità (non è come una causa ordinaria, per intenderci). Le cause pre-fallimentari sono caratterizzate dalla segretezza, cioè non ne viene data notizia nel registro delle imprese né è possibile assistere alle udienze. Contro la sentenza che dichiara il fallimento è ammesso reclamo alla corte d’appello competente.

Ci sono modi per evitare il fallimento?

Il fallimento a volte può essere evitato, come ad esempio nei seguenti casi:

1. facendo accordi con i creditori che hanno fatto istanza di fallimento, convincendoli a rinunciare all’istanza. Infatti, i creditori che chiedono il fallimento vogliono soltanto essere pagati e spesso utilizzano l’istanza di fallimento come strumento di pressione per farsi pagare. L’imprenditore tendenzialmente farà di tutto pur di non fallire, perché come visto il fallimento comporta gravi conseguenze. È ovvio, però, che se ad esempio l’impresa ha accumulato milioni e milioni di euro di debiti e non ha liquidità in cassa non sarà in grado di raggiungere alcun accordo;

2. presentando un piano di concordato preventivo. L’imprenditore, quando sa di essere in procinto di fallire, può ricorrere al tribunale presentando un proprio piano, attestato dalla relazione di un professionista, con cui promette di risanare i debiti (anche solo in parte). Se il piano viene approvato dai creditori ed omologato dal tribunale, l’imprenditore continua a gestire la propria impresa, seppure sotto la supervisione di un commissario nominato dal tribunale. Ti chiederai che differenza c’è tra i presupposti del fallimento ed i presupposti del concordato: si può essere ammessi al concordato quando l’impresa versa in uno stato di «crisi», cioè quando l’impresa è in difficoltà ma ha le risorse sufficienti per pagare, anche se solo in parte, i propri creditori. Infatti, la legge prevede che non si possa essere ammessi al concordato se non si promette, con proposte credibili, il pagamento dei creditori chirografari (cioè i creditori che vengono pagati per ultimi) almeno al 20 % [8];

3. presentando al tribunale un accordo di ristrutturazione dei debiti stipulato con i creditori che rappresentino almeno il 60 % dei crediti [9]. In questo caso, l’imprenditore presenta al tribunale un piano che è già stato concordato con la maggior parte dei creditori. Anche in questo caso, i presupposti dell’accordo di ristrutturazione dei debiti sono lo stato di «crisi», ossia una situazione grave, ma non così patologica come l’insolvenza, che giustifica invece il fallimento dell’impresa.

Di ALBERTO MELOTTO

note

[1] Art. 2195 cod. civ.
[2] Art. 1 L. fall. (Regio decreto n. 267 del 1942).
[3] Art. 147 L. fall.
[4] Art. 5 L. fall.
[5] Art. 6 L. fall.
[6] Art. 15 L. fall.
[7] Art. 7 L. fall.
[8] Art. 160 L. fall.
[9] Art. 182 bis L. fall.


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2 Commenti

  1. Buongiorno sottopongo un quesito:
    una ditta individuale può superare i requisiti del articolo 1 della legge fallimentare con il propio mutuo della unica casa dove vive?
    Grazie per la risposta

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