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Fisco: controllo conti correnti

2 ottobre 2018


Fisco: controllo conti correnti

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 ottobre 2018



I controlli del fisco sui conti correnti costituiscono sicuramente la forma più invasiva di accertamento fiscale. Cosa sono, cosa fare in caso di controllo e come prevenirli.

Per porre un freno all’evasione fiscale, il Legislatore, negli ultimi 20 anni, ha pian piano attenuato, fino a cancellarlo, il segreto bancario nei confronti del Fisco, tanto che attualmente l’Agenzia delle Entrate è in grado di conoscere tutte le operazioni poste in essere dai contribuenti attraverso gli istituti di credito e i vari intermediari. Detto ciò, è palese che la forma di controllo fiscale probabilmente più stringente è costituita dalle c.d. indagini sui conti correnti bancari o indagini finanziarie. Cosa sono e come funzionano? ll meccanismo è molto semplice. Tutte le movimentazioni dei conti correnti di tutti i contribuenti vengono annualmente comunicate dagli intermediari finanziari (banche, assicurazioni, Poste, società finanziarie) all’Agenzia delle Entrate, la quale può effettuare controlli incrociati con i dati a sua disposizione (Dichiarazioni dei redditi, Certificazioni, Visure catastali, ecc..). Se dal raffronto dei dati emergono incongruenze, operazioni “sospette” o particolari difformità, il Fisco può intraprendere la strada del controllo fiscale. Non solo, alle operazioni bancarie attive (incassi e versamenti) e passive (prelevamenti) la legge attribuisce, in via presuntiva, una valenza reddituale; il contribuente può certamente difendersi, ma spesso la strada è sicuramente in salita. Vediamo nel dettaglio fisco: controllo conti correnti.

I versamenti sul conto corrente

Il pericolo principale per i contribuenti sono i versamenti sul conto correnti, i quali, in base alla normativa attuale, si presumono ricavi se “ingiustificati”, ovvero se il soggetto sottoposto a controllo non ne fornisce adeguata giustificazione. Questo meccanismo presuntivo (versamenti ingiustificati=ricavi) riguarda tutta la platea dei contribuenti (lavoratori subordinati, pensionati, imprenditori, professionisti). Vediamo un piccolo esempio: il sig. Bianchi è un lavoratore dipendente ed ha appena ricevuto in donazione da un parente 2 mila euro in contanti; la sua intenzione è quella di versarli sul conto corrente. Come detto, l’Agenzia delle Entrate potrebbe convocare il sig. Bianchi per chiedergli informazioni in merito alla provenienza di quel denaro e di fornire chiarimenti sulla sua eventuale tassazione. Se tale prova dovesse mancare, il Fisco potrebbe desumere che si tratti di un’evasione fiscale, in quanto potrebbe trattarsi di ricavi incassati in nero relativi ad un’attività svolta dal sig. Bianchi e non tassati. Allora come potrebbe fare il sig. Bianchi per difendersi ed evitare i controlli bancari? Il primo consiglio è quello di evitare versamenti in contanti sul conto corrente, ma procedere tramite una modalità tracciabile (bonifici, ricariche di carte prepagate). Il secondo consiglio è quello di formalizzare l’operazione di donazione con una scrittura privata (tra il parente e il sig. Bianchi) avente data certa (da apporre tramite raccomandata oppure tramite posta elettronica certificata). Seguendo tali consigli, sarà possibile fornire una documentazione probatoria all’operazione ed evitare spiacevoli conseguenze. Il sig. Rossi, invece, è un imprenditore sottoposto a controllo bancario. Come può vincere la presunzione versamenti=ricavi? Sicuramente dimostrando che le operazioni attive (versamenti, incassi) sono state correttamente dichiarate ai fini delle imposte sui redditi e dell’Iva, oppure dimostrare che esse sono irrilevanti per i medesimi fini (per esempio, le somme versate sono state già tassate in un precedente periodo d’imposta, oppure sono state tassate alla fonte e non devono essere dichiarate, oppure sono esenti…). Per la dimostrazione relativa alla circostanza che il contribuente ha tenuto conto delle somme incassate, occorrerà produrre non solo il documento fiscale relativo a quella specifica operazione, ma anche il registro ove quel documento è stato annotato in contabilità.

I prelievi dal conto corrente

Diversamente dai versamenti di denaro contante sul conto, i prelevamenti di somme sono liberi per tutti i contribuenti, tranne che per gli imprenditori. In base all’attuale normativa, questi ultimi, sono liberi di prelevare dal conto corrente fino a un massimo di mille euro giornalieri e comunque non oltre 5 mila euro al mese. Oltre tale soglia l’imprenditore deve giustificare l’impiego del denaro prelevato.

Le ultime pronunce della giurisprudenza

La Corte di Cassazione, con la recentissima sentenza n. 26274 dell’8 giugno 2018 [1] ha confermato la rigidità dell’istituto dei controlli bancari nei confronti dei professionisti, statuendo che chi svolge un’attività professionale è obbligato a dare la prova analitica dell’estraneità dei versamenti rispetto a quanto dichiarato. In pratica, i versamenti sui conti correnti del professionista devono corrispondere all’importo da lui dichiarato; in caso contrario, spetta comunque al contribuente fornire la prova dell’estraneità del maggiori versamenti.

Senza specifica autorizzazione le indagini sui conti correnti sono legittime?

Un aspetto particolarmente delicato riguarda il presupposto autorizzativo, in quanto per l’accesso ai dati bancari, la legge richiede un’autorizzazione del direttore centrale o regionale dell’Agenzia delle Entrate o del comandante regionale della Guardia di Finanza. La mancanza di tale autorizzazione, però, non determina l’invalidita’ del successivo accertamento. Tale orientamento, ormai granitico sia in giurisprudenza di Legittimità che di merito, è stato recentemente confermato dalla Commissione Tributaria Provinciale di Savona, con la sentenza n. 192/2018 [2].

Indagini bancarie su conti correnti intestati a terzi 

Molto spesso l’Amministrazione finanziaria, nello svolgimento dell’attività accertativa, effettua controlli sui conti correnti bancari anche di soggetti terzi (caso più frequente: familiari del contribuente, soci del contribuente). Tale comportamento è da ritenere legittimo? O deve essere qualificato come assolutamente arbitrario? L’orientamento interpretativo della Corte di Cassazione su questo punto ha definito e affermato un filone molto “garantista”, secondo il quale sarebbe richiesto, al fine di legittimare l’estensione delle indagini bancarie ai familiari del contribuente, ai terzi e agli amministratori, che sia provata la “sostanziale imputabilità al contribuente delle posizioni creditorie e debitorie annotate sui conti di terzi” (Cassazione, sentenza n. 22013 del 13/10/2006 [3]). Degne di nota anche le sentenze della Cassazione del 23 luglio 2010, n. 17387 e n. 17390 [4], secondo le quali i conti intestati a terzi o familiari possono essere sottoposti a indagine solo in presenza di presunzioni idonee a ritenere che gli stessi siano stati utilizzati nell’attività commerciale dell’impresa del contribuente indagato. Tra le più recenti, si veda la sentenza della Cassazione del 30 novembre 2012, n. 21420 [5], dove è stato richiamato l’orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo il quale è possibile sottoporre a controllo i conti formalmente intestati ai soci, “allorché risulti provata dall’Amministrazione finanziaria, anche tramite presunzione, la natura fittizia dell’intestazione o, comunque, la sostanziale riferibilità all’ente dei conti medesimi o di alcuni loro singoli dati”. Concludendo, l’Amministrazione finanziaria può utilizzare anche i conti correnti di terzi nello svolgimento della propria attività accertativa, ma solo in presenta di presunzioni gravi, e tale onere della prova grava sull’Agenzia delle Entrate.

Allegazione del processo verbale di constatazione all’avviso di accertamento: obbligo o facoltà?

Le verifiche fiscali, oltre che svolgersi mediante accesso presso la sede/domicilio del contribuente, possono svolgersi direttamente presso gli Uffici dell’Amministrazione finanziaria. I controlli c.d. “a tavolino” sono quei controlli condotti presso la sede dell’Ufficio, aventi ad oggetti i dati trasmessi dallo stesso contribuente o acquisiti e/o ricevuti da terzi (come gli accertamenti bancari o indagini bancarie). Il processo verbale di constatazione, c.d. P.V.C., è l’atto conclusivo con il quale gli organi fiscali documentano e riassumono gli esiti della propria attività di controllo, evidenziando al contribuente le infrazioni rilevate (c.d. “rilievi”).  L’art. 12 della Legge n. 212/2000, Statuto dei Diritti del contribuente elenca le garanzie riconosciute ai contribuente in caso di accessi, ispezioni e verifiche. In particolare, il comma 7 prevede che il contribuente, dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, può comunicare agli stessi – entro 60 giorni – osservazioni e richieste che sono valutati dagli Uffici impositori. La fonte normativa del P.v.c. è contenuta dell’art. 24 della Legge n. 4 del 7 gennaio 1929, secondo cui “le violazioni delle norme contenute nelle leggi finanziarie sono constatate mediante processo verbale”. Leggendo la norma, pare chiaro che l’Amministrazione Finanziaria sarebbe obbligata a concludere qualsiasi attività di controllo con la redazione del processo verbale di constatazione. Si tratta, infatti, di una disposizione che, per com’è strutturata, ben può definirsi espressiva di un principio generale: il processo verbale deve essere redatto dopo ogni tipo di controllo, e quindi anche in caso di indagini bancarie. Infatti, se il P.V.C. fosse obbligatorio solo per i contribuenti verificati “in loco”, si avrebbe: da un lato, una lesione del principio di uguaglianza, posto che si opererebbe una iniqua distinzione tra i contribuenti tutelati e garantiti dalle previsioni dello Statuto dei diritti del contribuente, e quelli esclusi dalle stesse; dall’altro, si affiderebbe all’Amministrazione Finanziaria il potere di scegliere a propria discrezione (o forse arbitrio) i contribuenti da far accedere al godimento delle tutele dell’ art. 12, con conseguente esclusione di tutti gli altri.

note

[1] Cass. sent. n. 26274/2018 dell’8.06.2018.

[2] CTP Savona n. 192/2018.

[3] Cass. sent. n. 22013/2006.

[4] Cass. sent. n. 17387/2010 e sent. n. 17390/2010.

[5] Cass. sent. n. 21420/2012.

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