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Pensione di invalidità anche agli stranieri

2 Ottobre 2018


Pensione di invalidità anche agli stranieri

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 Ottobre 2018



Ai fini del riconoscimento delle prestazioni sociali rispondenti a bisogni primari, non è consentita alcuna discriminazione tra italiani e stranieri con titolo di soggiorno. 

La legge italiana non può subordinare una prestazione assistenziale alla nazionalità se lo straniero è munito di regolare permesso di soggiorno. Un’affermazione, quella appena uscita dalle aule della Cassazione, che farà certo parlare con riferimento al cosiddetto reddito di cittadinanza che, a dispetto del nome, non potrà essere negato anche a chi viene dall’estero ed è ormai regolarizzato nel nostro Paese. La pronuncia è di ieri [1] ed ha, da un lato, un forte significato per quanto attiene alla consacrazione del principio di uguaglianza, ma dall’altro mina seriamente la tenuta delle casse dell’Istituto di Previdenza, ora costretto ad allargare l’assegno anche a chi presenta il requisito del regolare soggiorno. Ma procediamo con ordine e vediamo in che misura, ed entro quali limiti, spetta la pensione di invalidità anche agli stranieri.

Dopo quanto tempo lo straniero regolarmente soggiornante nel nostro Paese può prendere una pensione di invalidità italiana? Secondo l’Inps sono necessari cinque anni: tale infatti è il termine per ottenere il cosiddetto “permesso di soggiorno illimitato” (l’ex carta di soggiorno), ossia il permesso CE per soggiornanti di lungo periodo. E, sulla base di questa motivazione, l’Istituto di Previdenza ha rigettato la richiesta presentata da un extracomunitario, dimenticando però il principio di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione. Principio che già la Corte Costituzionale, nel 2008 e 2013 [2], aveva attuato spiegando che non si possono negare né la pensione di inabilità, né l’indennità di accompagnamento agli extracomunitari soggiornanti con permessi brevi. Ne sarebbe altrimenti pregiudicati l’articolo 3 della Costituzione e il rispetto dei diritti umani fondamentali sanciti anche dalle Carte internazionali cui l’Italia ha aderito. Ad esempio, l’articolo 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo pone il principio di non discriminazione e impedisce di fare differenze tra cittadini e stranieri legalmente soggiornanti in merito all’erogazione di quelle «provvidenze destinate al sostentamento della persona nonché alla salvaguardia di condizioni di vita accettabili per il contesto familiare» del disabile. Tanto è vero che sempre la Corte Costituzionale ha cancellato il requisito del reddito per accedere a tali benefici. E, così come il reddito, anche il requisito temporale è caduto sotto la scure.

Il risultato è abbastanza chiaro: i requisiti per ottenere la pensione di invalidità previsti per i cittadini italiani devono essere applicati anche agli extracomunitari regolari senza possibilità di fare discriminazioni sulla base della semplice nazionalità. Nazionalità che non potrà neanche essere quindi differenziazione per qualsiasi altra misura assistenziale, al di là del suo nome o di ciò che prevede il parlamento, come appunto il reddito di cittadinanza, visto che la Costituzione viene prima di qualsiasi altra legge e la norma che la viola deve essere cancellata. Chi ci pensa a cancellarla? La Corte Costituzionale ovviamente: basta che un semplice cittadino extracomunitario chieda il rinvio ad essa che la Consulta estenderà la normativa interna in contrasto con i principi internazionali e la Costituzione. Di tanto avevamo già parlato in Reddito di cittadinanza: gli stranieri ne hanno diritto?

Sulla base di queste argomentazioni, la Cassazione afferma il principio secondo cui, ai fini del riconoscimento delle prestazioni sociali atte a soddisfare bisogni primari della persona, gli articoli 2 e 3 della Costituzione vietano la differenziazione tra cittadini italiani e stranieri regolari in Italia. Ed a conferma di ciò si tenga conto che non è la prima volta che i nostri giudici si imbattono in interpretazioni così “estensive”. Non sono infatti pochi i precedenti, tutti peraltro citati dalla sentenza in commento, che impediscono tanto all’Inps quanto ai giudici di negare o fortemente limitare il diritto delle richiedenti l’assistenza sociale.  

note

[1] Cass. sent. n. 23763/2018.

[2] C. Cost. sent. n. 36/2008 e n. 40/2013.


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