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Acquisto auto usata: il fisco fa controlli?

2 ottobre 2018


Acquisto auto usata: il fisco fa controlli?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 ottobre 2018



Illegittimo l’accertamento fiscale fatto tramite redditometro per la macchina di seconda mano se il contribuente dimostra la provenienza del denaro e lo scarso valore residuo del bene.

Hai intenzione di acquistare un’auto usata di grossa cilindrata, una di quelle che non potresti permetterti se fosse nuova. Hai trovato un’occasione: il prezzo che sei riuscito a strappare è davvero conveniente, di gran lunga inferiore al valore di mercato. Con una buona manutenzione e una riverniciata sembrerà nuova. Ti poni però un problema: cosa penserà l’Agenzia delle Entrate quando scoprirà che sei diventato proprietario di una macchina di questo tipo? La confronterà che il reddito che hai dichiarato e noterà una incongruenza. Il tuo timore è che da questa scelta possa scattare un accertamento fiscale. Non vuoi rischiare, ma neanche rinunciare all’oggetto dei tuoi sogni. Tanto più ora che sei riuscito ad averlo a buon prezzo. Ebbene, ti ripeti: «se l’Agenzia dovesse chiedermi spiegazioni le dirò che ho trovato un’occasione». E se non dovesse crederti? Hai un contratto con data certa? Qui sorge un altro problema: il venditore vuole che il denaro gli sia dato in contanti perché non intende farlo passare sul conto corrente. Insomma, le cose si fanno più complicate del previsto. Decidi allora di rivolgerti a un consulente e gli chiedi: in caso di acquisto di un’auto usata, il fisco fa controlli? La questione è stata oggetto di una pronuncia della Cassazione di ieri [1].

Solo gli acquisti di maggior valore destano il sospetto del fisco

La Corte ha fatto il punto della situazione in merito agli accertamenti fiscali tramite redditometro (anche chiamati “accertamenti sintetici”). Si tratta di uno strumento (o meglio, un software) in grado di confrontare i beni di lusso acquistati dal contribuente con il reddito che lo stesso ha dichiarato: se il valore dei primi o le spese per il relativo mantenimento (tra tasse e manutenzione) eccede di oltre il 20% il netto della dichiarazione dei redditi, allora il contribuente viene “sospettato”: viene cioè chiamato a spiegare con quali altri soldi è riuscito a permettersi l’acquisto. E se in questa sede le sue difese dovessero apparire inconsistenti, allora per lui scatta l’accertamento fiscale.

L’acquisto di un’auto nuova è uno dei tipici casi in cui l’Agenzia delle Entrate mette in moto il redditometro. Se l’intestatario risulta senza reddito o con un reddito basso rispetto al costo del mezzo, ha la possibilità di difendersi dall’incombente accertamento solo dimostrando che:

  • ha ottenuto i soldi da parenti: dovrà quindi dimostrare il passaggio di denaro dal conto del familiare a quello proprio o a quello dello stesso venditore; oppure dovrà produrre le copie degli assegni con cui gli è stato donato il denaro;
  • ha ottenuto i soldi da un risarcimento o da una vincita al gioco: anche in questo caso è necessaria la prova documentale della maggiore disponibilità economica;
  • ha venduto un oggetto di sua proprietà (ad esempio la precedente macchina) e con il ricavato, o parte di questo, ha comprato il nuovo veicolo. Lo stesso dicasi se possedeva dei titoli di Stato o altre obbligazioni;
  • ha ottenuto un mutuo;
  • ha percepito altri redditi esenti o già tassati alla fonte che, come tali, non andavano riportati nella dichiarazione dei redditi.

L’Agenzia delle Entrate riesce a controllare gli acquisti se fatti con partita Iva o se riportati un pubblici registri come il Pra o i Registri immobiliari

Veniamo ora al caso dell’acquisto di un’auto usata: l’Agenzia delle Entrate può far scattare un controllo fiscale? Secondo la Cassazione no, almeno quando il valore residuo del mezzo di seconda mano è minimo. È pertanto inapplicabile il redditometro in caso di acquisto di auto di seconda mano. Ma se anche l’auto dovesse avere ancora un discreto valore si può “sopravvivere” all’accertamento dimostrando che parte, anche se non tutto, il denaro per l’acquisto della macchina proviene dai parenti, donazioni, redditi non esenti (come da elenco che abbiamo riportato prima).

La vicenda che ha dato origine alla sentenza in commento riguarda proprio l’acquisto di un’auto di seconda mano fatto da un contribuente che, tuttavia, nel medesimo anno di imposta, aveva dichiarato un reddito molto basso. La cosa aveva giustamente insospettito il fisco che gli ha chiesto spiegazioni. Lui si era difeso sostenendo che parte di quel denaro era un’elargizione dei familiari. Qui l’aspetto centrale della partita contro gli agenti del fisco: la prova non può essere una semplice dichiarazione ma deve essere documentale. E la “prova documentale” per eccellenza, in questi casi, è il bonifico bancario o l’assegno non trasferibile. Si tratta di strumenti di pagamento che garantiscono la tracciabilità circa la provenienza del denaro e non lasciano spazio a dubbi.

Anche l’apertura di una successione può essere un valido appiglio per dimostrare le proprie aumentate capacità reddituali quando si diventa eredi di un conto in banca.

La Cassazione non ha dato peso alle contestazioni dell’erario secondo cui le spese delle autovetture, in realtà due utilitarie acquistate di seconda mano, una delle quali già con undici anni di vita, avrebbero manifestato una maggiore capacità contributiva del nuovo titolare.

note

[1] Cass. ord. n. 23715/2018.


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