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Cambio mansioni ma la salute non lo consente: che fare?

3 Ottobre 2018


Cambio mansioni ma la salute non lo consente: che fare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 Ottobre 2018



Il lavoratore può rifiutare arbitrariamente le mansioni assegnate ritenendole incompatibili con il proprio stato di salute?

La salute viene prima di ogni altra cosa. Così quando ci ammaliamo seriamente non c’è lavoro che tenga: innanzitutto vogliamo guarire, anche a costo di guadagnare di meno. E se la guarigione è impossibile o il nostro stato di salute non ci consente di svolgere più ciò che facevamo prima, purtroppo non ci sono molte soluzioni: o troviamo un nuovo lavoro oppure chiediamo al nostro capo di adibirci a mansioni differenti. Ma che succede se l’azienda, indifferente alle nostre condizioni fisiche, dovesse inviarci in missione o impartirci dei compiti per noi ormai impossibili? Che fare se c’è un cambio di mansioni ma la salute non lo consente? Possiamo rifiutarci di rispettare il comando al fine di salvaguardare la nostra salute? Per capire come stanno le cose e in quale problema potrebbe trovarsi il lavoratore dipendente facciamo un esempio.

Immaginiamo che un’operatrice di call center, con orario di 20 ore di lavoro a settimana, venga giudicata inidonea dalla sorveglianza sanitaria allo svolgimento delle mansioni di addetta al videoterminale per una patologia oftalmica. Così il datore di lavoro la adibisce ad attività di segreteria. La dipendente si oppone: secondo lei anche tali compiti sono inadeguati alle sue condizioni di salute implicando comunque l’uso di un computer (necessario per comunicare con i colleghi tramite chat). Il datore di lavoro resta della sua posizione e le fa presente che le nuove mansioni prevedono solo un uso discontinuo del videoterminale, non incompatibile con la sua condizione fisica. Per tutta risposta la donna si rifiuta di svolgere i compiti assegnati e, pur presentandosi in azienda, lascia spento il computer. Il datore di lavoro a quel punto la licenzia. La lavoratrice, a sua volta, impugna il licenziamento davanti al tribunale. Chi dei due vincerà la causa?

La risposta è stata fornita da una recente sentenza della Cassazione [1]. La corte ha risposto a una domanda che affligge molti dipendenti: un lavoratore può rifiutare arbitrariamente le mansioni assegnate se il suo stato di salute non gli consente di svolgerle? Chi decide cosa è incompatibile con una patologia e cosa non lo è? Ecco qual è stato il verdetto dei giudici supremi.

Un dipendente può sempre contestare un ordine del proprio datore di lavoro, lo può fare verbalmente o con l’invio di una lettera, purché non abbia toni denigratori e offensivi (nel qual caso passerebbe dalla ragione al torto, rischiando anche il licenziamento per insubordinazione). L’interessato deve manifestare il proprio dissenso in modo pacato; oggetto della critica non deve essere colui che ha emesso l’ordine di servizio, la sua persona o la sua moralità, ma le ragioni dell’ordine stesso.

Fermo restando tale diritto di critica, però, il dipendente non può disobbedire arbitrariamente. Egli ha l’obbligo infatti di rispettare il comando fino a quando un giudice non lo abbia dichiarato illegittimo. Questo significa che il lavoratore ha l’onere di avviare una causa contro il proprio datore per l’annullamento dell’ordine di servizio.

Solo in un caso il dipendente può “autotutelarsi” ossia disattendere il comando: quando esso sia contrario a buona fede e possa per lui implicare un serio pregiudizio.

Proprio sulla scorta di tali argomentazioni, la Corte ha così concluso: il lavoratore adibito a mansioni ritenute incompatibili con il proprio stato di salute può chiedere al datore di lavoro di essere destinato a compiti più adeguati ma non può, senza prima che sia intervenuta una sentenza del giudice ad annullare la decisione dell’azienda, rifiutarsi di eseguire la prestazione. Egli può disobbedire prima ancora della sentenza del giudice solo se l’inadempimento del datore di lavoro sia totale ovvero sia talmente grave da pregiudicare irrimediabilmente le esigenze vitali del lavoratore [2].

Da quanto appena detto è chiaro che qui non è in dubbio il fatto che il lavoratore possa contestare le scelte del datore di lavoro, specie quelle illegittime. Il punto però è evitare l’arbitrio: c’è sempre un giudice a valutare chi ha ragione e chi ha torto. E siccome, almeno in prima battuta, non si può bloccare l’attività aziendale per ogni minima contestazione del dipendente, salvo che l’ordine del datore di lavoro sia palesemente illegittimo e contrario alla buona fede, l’unica cosa da fare, piuttosto che disobbedire, è avviare una causa, ossia lasciare che sia il tribunale a decidere su cosa è giusto o no.

note

[1] Cass. ord. n. 22677/18 del 25.09.2018.

[2] Art. 1460 cod. civ.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 13 aprile – 25 settembre 2018, n. 22677

Presidente Balestrieri – Relatore Garri

Fatto e diritto

Rilevato che:

1. La Corte di appello di Catanzaro, in accoglimento del reclamo proposto dalla Telecontact Center s.p.a. ed in riforma della sentenza del Tribunale di Catanzaro, ha accertato la legittimità del licenziamento intimato a P.A. in data 21 febbraio 2013 in relazione alla contestata insubordinazione per essersi la lavoratrice rifiutata di eseguire le prestazioni lavorative a lei affidate nei giorni dal 28 al 31 gennaio 2013, mansioni già rifiutate precedentemente con irrogazione di sei sanzioni conservative nel periodo dal 15 ottobre al 5 dicembre 2012 (dapprima una multa e poi sospensioni dal servizio e dalla retribuzione).

2. La Corte territoriale nel ritenere ingiustificato il rifiuto ha sottolineato che la lavoratrice, con orario settimanale di venti ore, era stata giudicata inidonea allo svolgimento delle mansioni di addetta al videoterminale che, ai sensi dell’art. 173 del d.lgs. n. 81 del 2008, presuppongono un impiego al videoterminale per più di venti ore settimanali. Ha chiarito quindi che era emerso che nello svolgimento delle mansioni assegnatele l’uso del video terminale era limitato alla fase di acquisizione dei nominativi dei clienti, che poi dovevano essere contattati telefonicamente, ed a quella di chiusura di archiviazione delle schede corrispondenti. Ha evidenziato che l’uso discontinuo e intermittente del videoterminale non era incompatibile con la patologia oftalmica dalla quale la lavoratrice era affetta. Quanto alla denunciata assegnazione a mansioni inferiori, la Corte di merito l’ha esclusa ponendo in rilievo che all’addetto al cali center, profilo di inquadramento della lavoratrice, erano assegnati compiti di supporto commerciale e informazione generale della clientela da svolgere mediante canali telefonici e in base a procedure standardizzate involgenti anche compiti di back office, vale a dire attività di completamento del ciclo organizzativo del servizio reso dal cali center. Ha quindi accertato che la lavoratrice assegnata, a due particolari procedure (Gefron e KO cliente), doveva contattare i clienti per fini commerciali avvalendosi di canali telefonici per acquisire informazioni ed inviare documenti secondo procedure e metodologie predeterminate curando alla fine l’archiviazione delle schede una volta chiusa la pratica dal cali center. Ha sottolineato, poi, che il rifiuto da parte della lavoratrice di eseguire la prestazione non era stato motivato dalla violazione degli obblighi gravanti sul datore di lavoro di sorveglianza sanitaria ma piuttosto dal ritenuto carattere dequalificante delle prestazioni assegnate e dalla indisponibilità a qualsiasi impiego al video terminale. Ha quindi concluso che non si giustificava il rifiuto dell’adempimento, che la condotta tenuta dalla lavoratrice andava qualificata come insubordinazione e che, anche in considerazione della sua reiterazione in un ristretto ambito temporale e dopo la vana adozione di sanzioni conservative, si giustificava per l’effetto l’irrogazione del licenziamento.

3. Per la cassazione della sentenza propone tempestivo ricorso P.A. fondato su un unico motivo al quale oppone difese la Telecontact Center s.p.a. con controricorso. Il Procuratore Generale ha concluso per l’inammissibilità o il rigetto del ricorso. Entrambe le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 380 bis.1 cod. proc. civ. per insistere nelle rispettive conclusioni.

Considerato che:

4. Con l’unico motivo di ricorso è denunciata la violazione o falsa applicazione dell’art. 18 comma 1 lett. c) e d) del d.lgs. n. 81 del 2008 e dell’art. 2087 cod. civ. in relazione all’art. 1460 cod. civ..

4.1. Sostiene la ricorrente che la Corte di merito, davanti alla quale era stata dedotta la violazione delle citate disposizioni ai fini della valutazione dell’inadempimento contestato alla lavoratrice, ne avrebbe erroneamente ritenuto l’irrilevanza sull’errato presupposto che il rifiuto della prestazione non aveva tratto origine da violazioni degli obblighi di sorveglianza sanitaria. Sostiene al contrario la ricorrente che sin dal ricorso introduttivo del giudizio era stato rappresentato che la datrice di lavoro si era resa inadempiente a tali obblighi ed in particolare, all’atto della modifica delle mansioni, non era stato disposto l’invio alle visite mediche di controllo per verificare l’idoneità della lavoratrice al loro svolgimento. Evidenzia che, con provvedimento della Commissione ASP di Catanzaro del 23.7.2009, era stata accertata l’inidoneità alle mansioni di videoterminalista e perciò la Telecontact aveva l’obbligo di assegnarla a mansioni compatibili con la sua infermità. Sottolinea che tali disposizioni non sono derogabili da parte del datore di lavoro e,dunque, non rileva la circostanza che la lavoratrice, prima del recesso, non avesse contestato sotto tale profilo l’inadempimento datoriale. Osserva infatti che resta comunque nella facoltà del lavoratore di astenersi dallo svolgere mansioni pregiudizievoli per la sua salute o comunque con le stesse dichiaratamente incompatibili.

5. Il ricorso è infondato.

5.1. Occorre premettere che il lavoratore adibito a mansioni che ritenga incompatibili con il proprio stato di salute può chiedere la destinazione a compiti più adeguati ma non, senza avallo giudiziario, rifiutare l’esecuzione della prestazione, potendo invocare l’art. 1460 cod.civ. solo se l’inadempimento del datore di lavoro sia totale ovvero sia talmente grave da pregiudicare irrimediabilmente le esigenze vitali del lavoratore (cfr. Cass. 19/01/2016 n. 831 e 20/07/2012 n. 12696) 5.2. Va rilevato allora che la Corte territoriale ha in concreto accertato che le mansioni assegnate alla lavoratrice venivano svolte essenzialmente al telefono, utilizzando informazioni e documenti che provenivano via fax, e che, solo per l’acquisizione dei nominativi dei clienti da contattare e per la chiusura delle singole pratiche era necessario utilizzare il video terminale. Ha poi precisato che l’inidoneità era stata accertata con specifico riferimento alle mansioni di videoterminalista, per il quale è previsto un impegno a video per più di venti ore settimanali. Ha evidenziato poi che, in disparte la circostanza già decisiva che l’orario settimanale della ricorrente era di venti ore, comunque il suo impegno al terminale era limitato, come si è detto alla mera acquisizione dei nominativi ed all’archiviazione finale della pratica. Un utilizzo discontinuo ed intermittente non incompatibile con la patologia oftalmica dalla quale la P. era affetta il cui rifiuto di rendere la prestazione andava qualificato come una insubordinazione che giustificava la risoluzione del rapporto.

5.3. Va altresì evidenziato che la Corte ha accertato che il rifiuto della prestazione risultava piuttosto ancorato ad un preteso demansionamento che come è stato più volte affermato da questa Corte può autorizzare un legittimo diniego solo in quanto incida in maniera irrimediabile sulle esigenze vitali del lavoratore medesimo (cfr. Cass. n. 12696 del 2012 cit.). La Corte di merito ha accertato infatti che non era stata la violazione del d.lgs. n. 81 del 2008 a determinare la lavoratrice a rifiutare la prestazione ma piuttosto si era trattato di una reazione al preteso demansionamento. Dopo l’accertamento da parte della commissione sanitaria la P. non era più stata addetta a mansioni di videoterminalista ma destinata al back office dove l’uso non era sistematico e abituale sicché non si era resa più necessaria la sottoposizione a sorveglianza sanitaria prevista per il caso in cui le mansioni prevedessero l’adibizione a video terminale per più di venti ore settimanali ed almeno quattro giornaliere.

5.4. Si tratta di una corretta ricostruzione del quadro normativo applicabile alla fattispecie e di una esatta sussunzione dei fatti accertati nella fattispecie astratta che non si espone alle critiche che le vengono mosse.

6. In conclusione il ricorso, per le ragioni esposte, deve essere rigettato. Le spese del giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate nella misura indicata in dispositivo Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002 va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dell’art.13 comma 1 bis del citato d.P.R..

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in Euro 4000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, 15% per spese forfetarie oltre agli accessori dovuti per legge.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dell’art.13 comma 1 bis del citato d.P.R..


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