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Compensazione spese legali: in quali casi

3 ottobre 2018


Compensazione spese legali: in quali casi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 ottobre 2018



Le eccezioni alla condanna alle spese processuali. La Cassazione spiega quando il giudice deve motivare la compensazione.

Hai vinto una causa e, dopo aver pagato fior di euro al tuo avvocato, convinto di recuperare i soldi dal tuo avversario con la sentenza di condanna, sei invece rimasto a bocca asciutta. Il giudice, senza neanche spiegare il perché, ha disposto la cosiddetta “compensazione delle spese”. Insomma: niente rimborso delle spese processuali. Il tuo difensore ti ha spiegato che, con questo provvedimento, il magistrato ha ritenuto valide le ragioni di entrambe le parti sicché non se l’è sentita di condannare quella soccombente al pagamento dei costi del processo. A te però sembra un abuso: perché mai, in presenza di una vittoria netta, non devi essere risarcito per l’ingiustizia subìta, che ti ha costretto a vivere una annosa vicenda giudiziaria? Ti dò una buona notizia: con una recente sentenza [1], la Cassazione – intervenuta sul sempre delicato tema della cosiddetta «condanna alle spese processuali» – ha detto che il provvedimento di compensazione va sempre motivato. La pronuncia ha così dettato un vademecum comportamentale per i giudici all’esito della riforma legislativa del 2014 e dell’intervento della Corte Costituzionale [2] che ha modificato il codice di procedura civile [3]. Di tanto parleremo in questo articolo. Spiegheremo, più nel dettaglio, in quali casi c’è la compensazione delle spese legali.

La regola: la condanna alle spese processuali

La regola generale vuole che chi perde la causa deve pagare all’avversario le spese che ha sostenuto per difendersi: quindi spese vive, avvocato  (nei limiti dell’importo liquidato dal giudice) ed eventuale consulenza tecnica d’ufficio. È la cosiddetta soccombenza processuale. Restano escluse dal rimborso le spese relative ai rapporti tra parte e avvocato estranei alla lite in senso proprio come quelle sostenute per effettuare le indagini sulla consistenza patrimoniale della controparte, la perizia di parte, le diffide stragiudiziali.

Il soccombente deve restituire anche l’Iva che l’avversario ha dovuto versare al proprio legale.

Il giudice può escludere che la parte soccombente rimborsi alla parte vittoriosa le spese eccessive e superflue che quest’ultima abbia arbitrariamente affrontato per il giudizio.

Ad esempio:

  • è spesa superflua il parere stragiudiziale di un perito del danneggiato per un banale incidente in forza del quale si sono sostenute spese di trasferta;
  • non sono superflue le spese di chiamata in causa di un terzo se la chiamata è necessaria od opportuna in conseguenza delle tesi della controparte e le spese di trasferta del difensore scelto dalla parte e non residente nel luogo del giudice adito.

L’eccezione: la compensazione delle spese

In via del tutto eccezionale, il giudice può disporre la cosiddetta “compensazione delle spese”. Con questa soluzione, i costi sostenuti per la causa restano a carico di ciascuna delle parti che li ha sostenuti. Ciascuno dei due, quindi, pagherà il proprio avvocato. L’attore, che ha pagato anche il contributo unificato iniziale e probabilmente il consulente d’ufficio, non potrà ottenere il rimborso di tali costi.

La compensazione delle spese viene disposta in casi straordinari. Eccoli indicati.

Soccombenza reciproca

Si ha quando, al termine della causa, non c’è un vincitore netto. Il giudice ha rigettato tutto o parte delle richieste delle parti. Si pensi al caso in cui vengano accolti solo alcuni capi dell’unica domanda proposta dall’attore. Ad esempio Mario agisce per ottenere 10mila euro da Caio il quale sostiene di non dovere nulla. All’esito della causa il tribunale accerta solo un debito di 3mila euro.

Un’altra ipotesi è quando Giovanni agisce per un inadempimento contrattuale contro Luca che non lo ha pagato per la prestazione e quest’ultimo sostiene di non dovere nulla perché ha subito dei danni per i quali chiede il risarcimento; il tribunale, alla fine della causa, accerta che il credito di giovanni è inesistente per non aver realizzato l’opera in modo corretto, ma è inesistente anche il danno di Luca perché non dimostrato.

Quando al termine del processo le parti risultano parzialmente sconfitte la soccombenza è reciproca. Il giudice può, in tale ipotesi, compensare le spese tra le parti. La compensazione può essere:

  • totale quando ogni parte sopporta le spese che ha anticipato dall’inizio del giudizio;
  • parziale quando il giudice decide una compensazione proporzionata alla misura della reciproca soccombenza (ad esempio compensa le spese per la metà e pone la restante metà a carico della parte soccombente). In caso di compensazione parziale, per la parte non compensata le spese devono fare carico al convenuto e non all’attore.

Assoluta novità della questione trattata 

Quando in causa si decide una questione giuridica mai affrontata in precedenza dalla giurisprudenza (magari perché la norma è nuova o poco applicata) e non si sono formati precedenti a riguardo, è chiaro che è più difficile farsi in partenza un’idea dell’esito del giudizio. Perciò, posta l’incertezza, anche in questo caso il giudice può disporre la compensazione delle spese processuali. La questione che riveste carattere di novità deve però essere “centrale” per la decisione della causa, ossia determinante. Non deve cioè trattarsi di un aspetto marginale che influisce minimamente sul convincimento del giudice.

Mutamento della giurisprudenza

Un’altra ipotesi in cui il giudice può compensare le spese è quando la Cassazione ha mutato, in corso di causa, il proprio orientamento, in tal modo spiazzando chi ha agito nella convinzione di avere ragione. In tal caso, si tratta di un errore giustificabile che viene perdonato con la compensazione delle spese.

Anche in questo caso, come nel precedente, il mutamento della giurisprudenza deve riguardare le questioni dirimenti ossia quelle principiali.

Per altre gravi ragioni

Il Giudice può compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, anche qualora sussistano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni a quelle appena indicate. Tale previsione, inizialmente non contenuta nell’articolo del codice di procedura civile, è stata introdotta dalla Corte Costituzionale [2].

Il giudice deve comunque motivare quali sono queste gravi ed eccezionali ragioni non potendosi limitare a una formula generica. Qualora non dovesse farlo, la sentenza è appellabile.

La Cassazione spiega che la complessità e la pluralità delle questioni trattate non costituiscono ragioni “gravi ed eccezionali” per compensare le spese. Semmai di tali parametri si può tenere conto, in senso diametralmente opposto, al momento della liquidazione delle spese in favore della parte vittoriosa per quantificare l’ammontare della parcella del suo avvocato.

Anche l’incertezza circa la fondatezza delle ragioni avanzate in giudizio, in assenza di orientamenti giurisprudenziali di segno contrario alla sentenza o quantomeno contraddittori, non costituisce una ragione “grave ed eccezionale” per la quale compensare le spese processuali.

Rifiuto di una proposta conciliativa

Se una parte rifiuta senza giustificato motivo l’eventuale proposta conciliativa e il giudice accoglie la domanda in misura non superiore a tale proposta, il giudice può condannare la parte al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta, salvo il caso di soccombenza reciproca.

note

[1] Cass. ord. n. 22598/2018 del 25.09.2018.

[2] C. Cost. sent. n. 77/2018.

[3] Art. 92 cod. proc. civ.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 16 gennaio – 25 settembre 2018, n. 22598

Presidente Frasca – Relatore D’Arrigo

Ritenuto in fatto

La G. s.r.l. proponeva opposizione ad un atto di precetto intimatole da P.G.M. , V.M. e V.S. per il pagamento dell’importo di Euro 108.782,63, richiesto a titolo di restituzione del prezzo di una compravendita risolta per impossibilità sopravvenuta.

Il Tribunale di Livorno dapprima sospendeva, ai sensi dell’art. 615 cod. proc. civ., l’esecutorietà del titolo azionato; poi, in composizione collegiale, rigettava il reclamo proposto ex artt. 624 e 669-terdecies cod. proc. civ.; infine, decidendo nel merito, accoglieva l’opposizione e condannava le opposte al pagamento delle spese processuali in favore della G. s.r.l..

La decisione veniva impugnata dalle soccombenti limitatamente al capo concernente la condanna alle spese processuali.

Costituitasi in giudizio l’appellata, la Corte d’appello di Firenze – con la sentenza indicata in epigrafe – accoglieva l’impugnazione in relazione all’omessa compensazione delle spese processuali in primo grado, che invece riteneva dovuta in considerazione de “la complessità e la pluralità delle questioni sostanziali e processuali delibate, diffusamente trattate nella decisione gravata, idonee altresì ad incidere sull’esatta conoscibilità a priori delle rispettive ragioni delle parti”. Pertanto, riformava sul punto la decisione del tribunale e condannava l’appellata al pagamento delle spese del grado.

Questa decisione è fatta oggetto di ricorso per cassazione da parte della G. s.r.l., che la censura per cinque motivi. P.G.M. , V.M. e V.S. resistono con controricorso.

Il consigliere relatore, ritenuta la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 380-bis cod. proc. civ. (come modificato dal comma 1, lett. e), dell’art. 1-bis d.l. 31 agosto 2016, n. 168, conv. con modif. dalla l. 25 ottobre 2016, n. 197), ha formulato proposta di trattazione del ricorso in camera di consiglio non partecipata.

La G. s.r.l. ha depositato memorie difensive.

Considerato in diritto

Le varie censure articolate dalla società ricorrente possono essere esaminate congiuntamente in quanto tutte relative alla medesima questione, ossia all’insussistenza dei presupposti per disporre la compensazione delle spese processuali del primo grado di giudizio ai sensi dall’art. 92 cod. proc. civ. che, nella versione applicabile ratione temporis, subordinava la compensabilità alla ricorrenza di gravi ed eccezionali ragioni. Tali ragioni non sarebbero né sussistenti in concreto, giacché la G. s.r.l. era risultata pienamente vittoriosa in primo grado (sia nel merito che nella fase della sospensiva e del relativo reclamo), né comunque esplicitate dalla sentenza impugnata, che giustifica la decisione mediante un generico rinvio alla “complessità e la pluralità delle questioni sostanziali e processuali delibate, diffusamente trattate nella decisione gravata”. Inoltre, la G. s.r.l. deduce che i giudici di merito avrebbero rotto la “unitarietà della valutazione”, ponendo le spese processuali (dell’appello) a carico di una parte risultata (in primo grado) totalmente vittoriosa.

Il ricorso è fondato.

Va rilevata, anzitutto, la violazione dell’art. 132, primo comma, n. 4 cod. proc. civ., stante la mera apparenza della motivazione impugnata.

Com’è noto, la riformulazione dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., disposta dall’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 delle preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830; conf. Sez. U, Sentenza n. 8054 del 07/04/2014, Rv. 629833).

Consegue che, se per un verso deve ritenersi oramai esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione, è pur vero che, per altro verso, il provvedimento il cui apparato argomentativo si colloca al di sotto della predetta soglia “minima costituzionale” è censurabile per omessa osservanza dell’obbligo di motivazione affermato dall’art. 111, sesto comma, Cost. e dall’art. 132, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ., concretando tale omissione una nullità processuale deducibile in sede di legittimità ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4, cod. proc. civ. (v. Sez. 3, Sentenza n. 7402 del 23/03/2017, Rv. 643692).

Va dunque affermato il seguente principio di diritto:

“Pur dopo la riformulazione dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., disposta dall’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, che ha reso non più deducibile quale vizio di legittimità il semplice difetto di sufficienza della motivazione, i provvedimenti giudiziari non si sottraggono all’obbligo di motivazione previsto in via generale dall’art. 111 sesto comma, Cost. e, nel processo civile, dall’art. 132, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ. Tale obbligo è violato qualora la motivazione sia totalmente mancante o meramente apparente, ovvero essa risulti del tutto inidonea ad assolvere alla funzione specifica di esplicitare le ragioni della decisione (per essere afflitta da un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili oppure perché perplessa ed obiettivamente incomprensibile) e, in tal caso, si concreta una nullità processuale deducibile in sede di legittimità ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4, cod. proc. civ.”.

Nella specie, la corte d’appello ha motivato in ordine alla sussistenza dei presupposti previsti dall’art. 92 cod. proc. civ., nella versione applicabile ratione temporis, mediante il rinvio alla complessità delle questioni affrontate dal tribunale, tale da rendere imprevedibile ex ante quale potesse essere l’esito della causa. Tale motivazione deve ritenersi meramente apparente, anzitutto perché è del tutto inidonea a consentire l’individuazione delle questioni la cui complessità giustificherebbe l’esercizio del potere di compensare le spese di lite, consentito dall’art. 92 cod. proc. civ. (nella versione qui applicabile) solo in presenza di “gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione”. In secondo luogo, perché la “complessità” e la “pluralità” delle questioni trattate non costituiscono ragioni “gravi ed eccezionali”; semmai di tali parametri si può tenere conto, in senso diametralmente opposto, al momento della liquidazione delle spese in favore della parte vittoriosa. Infine, perché la decisione di primo grado – cui sostanzialmente la corte d’appello rinvia per relationem, in palese violazione dell’obbligo di motivazione esplicita – ha assunto sul punto una decisione di segno esattamente opposto, sicché, ferma restando l’impossibilità di individuare le questioni indicate dalla corte territoriale come “complesse”, deve ritenersi che le stesse siano state valutate irrilevanti ai sensi dell’art. 92 cod. proc. civ. da parte del giudice al cui provvedimento si rinvia. Anche il giudizio sull’imprevedibilità dell’esito della lite è del tutto immotivato, scontando ancora una volta il problema della mancata individuazione specifica delle questioni – in fatto o in diritto – che avrebbero determinato tale imprevedibilità. Del resto, l’incertezza circa la fondatezza delle ragioni azionate in giudizio, in assenza di orientamenti giurisprudenziali di segno contrario alla decisione finalmente assunta o quantomeno contraddittori, non si tramuta automaticamente in una ragione “grave ed eccezionale” per la quale compensare le spese processuali; anche in questo caso sarebbe occorsa quantomeno l’esplicita indicazione dei motivi per i quali l’imprevedibilità della lite poteva assurgere a criterio per l’esercizio del potere previsto dall’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ..

Sotto questo profilo risulta quindi fondata anche la denunciata violazione della disposizione testé citata.

Infatti, l’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ., nella parte in cui permette la compensazione delle spese di lite allorché concorrano “gravi ed eccezionali ragioni”, costituisce una norma elastica, quale clausola generale che il legislatore ha previsto per adeguarla ad un dato contesto storico-sociale o a speciali situazioni, non esattamente ed efficacemente determinabili a priori, ma da specificare in via interpretativa da parte del giudice del merito, con un giudizio censurabile in sede di legittimità, in quanto fondato su norme giuridiche. In particolare, anche la novità delle questioni affrontate può integrare la suddetta nozione, ma se ed in quanto sia sintomo di un atteggiamento soggettivo del soccombente, ricollegabile alla considerazione delle ragioni che lo hanno indotto ad agire o resistere in giudizio e, quindi, da valutare con riferimento al momento in cui la lite è stata introdotta o è stata posta in essere l’attività che ha dato origine alle spese, sempre che si tratti di questioni sulle quali si sia determinata effettivamente la soccombenza, ossia di questioni decise (Sez. U, Sentenza n. 2572 del 22/02/2012, Rv. 621247).

La sentenza impugnata non ottempera neppure all’onere di verificare le ragioni che hanno indotto le pretese creditrici ad intimare l’atto di precetto opposto. Anche sotto questo profilo, pertanto, il ricorso è fondato.

L’accoglimento delle censure esaminate determina l’assorbimento di ogni ulteriore profilo dedotto dalla società ricorrente.

Non incide sulla presente decisione la recente sentenza della Corte costituzionale n. 77 del 2018, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ., nella parte in cui non prevede che il giudice possa compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, anche qualora sussistano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni. Tale pronuncia, infatti, riguarda l’art. 92 cod. proc. civ. nel testo modificato dall’art. 13, comma 1, del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132, convertito, con modificazioni, nella legge 10 novembre 2014, n. 162, non applicabile nel caso di specie in ragione della disciplina transitoria. Peraltro, la pronuncia additiva del giudice delle leggi ha, nella sostanza, ripristinato il testo anteriormente vigente, ossia quello che faceva leva sulle “gravi ed eccezionali ragioni”, di cui si è discusso finora.

In conclusione, la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio alla Corte d’appello di Firenze in diversa composizione, che provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il ricorso, nei termini di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Firenze in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.


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