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Dipendente pubblico e domanda per pensione di inabilità

27 ottobre 2018


Dipendente pubblico e domanda per pensione di inabilità

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 ottobre 2018



Con riguardo alla domanda per mia moglie (dipendente pubblico) di inabilità al lavoro di cui alla L. 335/95, le è stata riconosciuta negli ultimi 3 anni consecutivi l’Invalidità Civile al 100 %, oltre al riconoscimento di Handicap Grave di cui all’art 3 comma 3 L. 104/92. Ad oggi ha maturato 17 anni contributivi di cui 5 negli ultimi 5 anni. Ci è stato riferito che la domanda andrebbe inoltrata per: a) Inabilità assoluta e permanente al lavoro; b) Inabilità a Proficuo lavoro. Se la commissione Medica riconosce l’una o l’altra mia moglie avrebbe diritto alla pensione. Ma nel caso in cui la Commissione Medica riconoscesse: c) l’Inabilità alle Mansioni; mia moglie avrebbe i requisiti necessari ed otterrebbe comunque una pensione e/o dovrebbe essere reintegrata al lavoro sempre che questo sia possibile? Questo quesito è valido anche per sapere se la commissione rigettasse totalmente la domanda di mia moglie perchè vorremmo capire se la stessa dovrà ma sopratutto potrà rientrare al lavoro e/o rischierebbe l’eventuale licenziamento. Mia moglie inoltre da pochi giorni ha superato un periodo di “prova” richiesto per lo svolgimento del proprio lavoro (sicuramente con delle limitazioni) ed il dirigente dovrebbe a breve consegnarle una relazione che conferma ciò. Questo nulla interesserà le commissioni mediche che verificheranno i requisiti sanitari di mia moglie, ma potrebbe tornare utile nel caso in cui fosse rigettata, in tutto o in parte, la domanda di Inabilità di mia moglie e per avere della documentazione utile per un eventuale reintegro al lavoro.

La Legge 8 agosto 1995, n. 335 prevede che qualora un dipendente pubblico non sia in grado di proseguire l’attività lavorativa per l’aggravamento del proprio stato di salute, può chiedere al proprio ente datore di lavoro di essere sottoposto alla visita medico-collegiale per il riconoscimento dell’inabilità.

L’art. 2, co. 12 della predetta legge prevede il diritto a conseguire un trattamento pensionistico nei casi in cui la cessazione del servizio sia dovuta a infermità non dipendente da causa di servizio e per la quale gli interessati si trovino “nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa”.

Sono destinatari della pensione d’inabilità tutti i dipendenti pubblici iscritti alle forme di previdenza esclusive dell’Assicurazione Generale Obbligatoria (AGO).

Venendo ai requisiti e condizioni minimi da possedere per l’accesso al trattamento pensionistico, il diritto alla pensione di inabilità spetta alle seguenti condizioni:

  1. possesso di un’anzianità contributiva di 5 anni di cui almeno 3 nel quinquennio precedente la decorrenza del trattamento pensionistico (requisito rispettato da quanto descritto nel quesito);
  2. risoluzione del rapporto di lavoro per infermità non dipendente da causa di servizio;
  3. riconoscimento dello stato di assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa conseguente a infermità non dipendente da causa di servizio.

Questo tipo di pensione è incompatibile con lo svolgimento di un lavoro dipendente o autonomo, sia esso in Italia o all’estero ed è revocata nel caso venissero meno le condizioni per la sua concessione. Nel caso in cui venga accertata una contribuzione connessa ad attività lavorativa autonoma o subordinata che si collochi in un arco temporale successivo alla decorrenza della pensione di inabilità, il trattamento è revocato a decorrere dal primo giorno del mese successivo a quello in cui si è verificata la causa di incompatibilità, con contestuale recupero delle eventuali somme indebitamente percepite.

Per richiedere la pensione di inabilità disciplinata dall’art. 2, comma 12, legge 8 agosto 1995, n. 335 è necessario presentare domanda all’amministrazione presso la quale il dipendente o l’ex dipendente presta o ha prestato attività lavorativa. A tale istanza va allegato un certificato medico attestante lo stato di inabilità assoluta e permanente a svolgere qualsiasi attività lavorativa.

In funzione dell’ente o amministrazione di appartenenza l’accertamento dello stato di inabilità viene affidato a vari organismi sanitari:

– Commissioni mediche ospedaliere per il comparto Forze armate, corpi di Polizia anche a ordinamento civile, dipendenti del Ministeri della Difesa e del Ministero dell’Interno;

– Commissione medica dell’ASL per il comparto enti pubblici non economici;

– Commissione medica di verifica per il comparto scuola, università, ministeri, sanità, enti locali.

Ricevuto l’esito degli accertamenti sanitari attestante lo stato di inabilità assoluta e permanente a svolgere qualsiasi attività lavorativa, l’amministrazione di appartenenza deve provvedere con effetto immediato alla risoluzione del rapporto di lavoro e, contemporaneamente, deve inoltrare tutta la documentazione, necessaria per la determinazione del trattamento di quiescenza per inabilità, alla sede provinciale ex Inpdap (ora accorpato all’INPS) che liquiderà la pensione con procedura di urgenza e priorità assoluta. L’ente datore di lavoro non è, pertanto, autorizzato a determinare il trattamento provvisorio di pensione per inabilità riconosciuta ai sensi dell’art. 2 comma 12 L. 335/95, ma si dovrà limitare a:

– inviare necessariamente il verbale di visita medico-collegiale attestante lo stato d’inabilità;

– e la delibera di collocamento a riposo per inabilità.

In caso di mancato riconoscimento dello stato di assoluta e permanente inabilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa, è possibile ricorrere presso il Comitato Provinciale entro 90 giorni dalla comunicazione di diniego; il ricorso deve essere presentato con il supporto di un ulteriore certificato medico sul modello SS3 e preferibilmente con l’assistenza di un ente di Patronato il quale potrà fornire anche l’assistenza di un medico di parte in occasione della nuova visita.

Se viene rigettato anche il ricorso al comitato provinciale è possibile promuovere un’azione legale presso il Giudice del Lavoro per il riconoscimento del negato beneficio; è bene, in tali casi, rivolgersi ad un Patronato il quale potrà fornire consulenza legale e medico-legale e metterà a disposizione un Avvocato.

Il D.L n. 98/2011 ha introdotto alcune modifiche sostanziali delle modalità di ricorso giudiziario:

– con l’assistenza di un avvocato occorre proporre il ricorso giudiziario con cui si espongono le condizioni sanitarie che provocano lo stato invalidante, allegando idonea documentazione medica specialistica e, se opportuno, una perizia di parte; con il deposito si interrompe la prescrizione;

– il giudice, dopo lettura del ricorso, ordina la comparizione delle parti assieme ad un CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio) per il giuramento;

– il CTU, un medico, chiama a visita il ricorrente, alla presenza dei CTP (consulenti tecnici di parte), valuta la documentazione sanitaria, eventualmente dispone supplementi d’indagine, quindi redige e poi deposita la relazione di CTU (accertamento tecnico preventivo)

– entro un termine perentorio fissato da giudice ma comunque non superiore a 30 gg, le parti dovranno depositare atto scritto di accettazione o di contestazione della CTU. Il mancato deposito è considerata accettazione implicita;

– l’accettazione provoca la omologazione giudiziale della CTU, con il provvedimento vengono anche ripartite le spese;

– se la CTU e la successiva omologazione hanno dato ragione al ricorrente, l’INPS dovrà necessariamente pagare la prestazione entro i successivi 120 gg;

ma l’INPS a questo punto, eventualmente, può eccepire la carenza dei requisiti amministrativi. In questo caso il ricorrente, anche se vittorioso, dovrà intraprendere un’altro giudizio, questa volta nella forma ordinaria.

– Se la CTU viene contestata da una delle parti entro il termine indicato dal giudice tramite deposito di note di contestazione, allora si avvia una ricorso giudiziario nella forma consueta;

– la sentenza però è inappellabile.

Se la domanda viene accolta, in prima istanza o dopo il ricorso al Comitato Provinciale, viene concessa la pensione di inabilità.

In occasione delle visite di revisione disposte dall’INPS è indispensabile produrre una documentazione sanitaria completa e soprattutto aggiornata. I sanitari INPS non possono valutare favorevolmente una cardiopatia il cui ultimo esame risale a tre anni prima oppure un diabete di cui non si producano né certificazioni né esami ematochimici.

In occasione di una visita disposta a seguito di ricorso al Comitato Provinciale per un negato riconoscimento, è indispensabile produrre ulteriore documentazione specialistica rispetto a quella prodotta in prima istanza, per permettere al medico INPS di giustificare serenamente l’eventuale cambio di giudizio.

Alle Commissioni occorre produrre documentazione aggiornata, completa e, non meno importante, veritiera.

In definitiva, in risposta al quesito, la pensione per inabilità spetta solamente nei casi di assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa conseguente a infermità non dipendente da causa di servizio, a nulla rilevando quindi l’inabilità alle mansioni. In quest’ultimo caso, potrebbe essere respinta la domanda.

Prima ancora di interrompere il rapporto di lavoro – come descritto sopra – si svolge la visita medica che produrrà il verdetto. Non è quindi necessario cessare il rapporto di lavoro subito per poi rischiare di non essere reintegrati. Naturalmente, in caso di diniego, il rapporto continua ma con le capacità lavorative ridotte come previsto dall’invalidità civile.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dal dott. Daniele Bonaddio


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