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Pensionato: per quanto tempo deve versare il mantenimento all’ex

27 Ottobre 2018


Pensionato: per quanto tempo deve versare il mantenimento all’ex

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 Ottobre 2018



Sono pensionato e sono stato condannato a pagare un mantenimento alla mia ex moglie, anche lei pensionata. Fino a quando devo pagare?

Per rispondere al quesito bisogna ricapitolare brevemente la situazione giurisprudenziale attuale. La Corte di Cassazione, con la famosa “sentenza Grilli” (Cass., sent. n. 11504 del 10.05.2017) ha segnato l’archiviazione (definitiva?) del criterio dell’analogo tenore di vita quale parametro per commisurare l’assegno di mantenimento all’ex coniuge. Col divorzio, infatti, cessa ogni legame tra moglie e marito e ciascuno dei due deve iniziare a badare a sé stesso. Questo significa che il coniuge con il reddito più elevato non è più tenuto a garantire all’ex (come invece è tutt’ora obbligatorio subito dopo la separazione) lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio, ma solo l’autosufficienza economica. Autosufficienza che consiste nel minimo per sopravvivere e sempre che lo stesso coniuge non sia in grado, per età e condizioni di salute, a procurarselo da solo.

L’ex coniuge che pretende il mantenimento non deve solo dimostrare di avere un reddito insufficiente a vivere, ma anche di non essere nelle condizioni di procurarselo, avendo ad esempio superato l’età per reimmettersi sul mercato del lavoro o per non essere nelle condizioni fisiche di cercare un impiego. La conseguenza è che possono ottenere l’assegno divorzile solo le donne che:

– sono state casalinghe per tutto l’arco del matrimonio e ormai hanno raggiunto i 50 anni, età limite – secondo la Cassazione – oltre la quale è difficile immettersi nel mercato del lavoro;

– per ragioni di salute non possono lavorare.

La Cassazione ha escluso il mantenimento anche per la donna disoccupata, se giovane e con un bagaglio formativo tale da consentirle di cercare un posto.

Nel frattempo la giurisprudenza è andata avanti e, al momento, la pronuncia di riferimento è quella resa a Sezioni Unite (sent. n. 18287 del 11.07.2018) che ha, almeno in parte, confermato i principi della sentenza “Grilli”: l’assegno di divorzio deve avere funzione assistenziale (per assenza incolpevole di mezzi di sostentamento), ma anche compensativa e perequativa per il sacrificio di forze che hanno consentito all’altro coniuge di accumulare un patrimonio personale e di impiegare il proprio tempo nel lavoro, spesso disinteressandosi dell’assistenza familiare. In pratica, le Sezioni Unite hanno escluso che il criterio enunciato dalla sentenza Grilli possa essere l’unico al fine della determinazione dell’assegno divorzile: occorre tenere conto anche della durata del matrimonio e del contributo fornito dall’ex coniuge alla conduzione della vita familiare ed alla conseguente formazione del patrimonio comune e personale.

Alla luce dei principi testé enunciati, a parere dello scrivente è probabile una revoca dell’assegno divorzile oggi versato dal lettore alla sua ex moglie, sempreché questa sia in grado di provvedere economicamente a se stessa. Se la pensione percepita, però, dovesse essere irrisoria e, cumulata ad altri redditi (ad esempio, proprietà date in locazione), non dovesse superare un importo minimo, allora non è da escludere che il giudice confermi l’assegno, tenendo in considerazione anche gli altri criteri rappresentati dalla durata del vincolo coniugale e dal contributo apportato dalla sua ex moglie alla crescita del patrimonio comune.

In pratica, il consiglio al lettore è quello di adire il tribunale (nel caso in cui non trovasse un accordo bonario con l’ex coniuge) al fine di chiedere la revoca dell’assegno, anche perché non esiste un termine superato il quale lo stesso non deve più essere versato: dovrà attivarsi il lettore al fine di tutelare i suoi diritti. Se ricorrono le condizioni sopra descritte, ci sono buone possibilità perché il giudice gli dia ragione.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva


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