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Pensione per inabilità lavorativa e demansionamento

2 novembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 novembre 2018



Lavoro da circa 32 anni in un piccolo ente con il contratto delle autonomie locali (quello dei comuni), ma per problemi di depressione, a settembre 2017, dopo un mese di malattia, sono passato a mansioni inferiori a seguito di un giudizio di idoneità con prescrizioni del Medico Competente. Ho accettato il demansionamento per paura di perdere il lavoro. Soffro anche di forti lombosciatalgie per cui ho fatto tanti periodi di malattia. (nel 2016, 21gg, nel 2017, 50 gg (per depressione), nel 2018, 11gg). In caso di visita presso la commissione medica attestante la non idoneità alle mansioni svolte, a cosa potrei andare incontro? Avrei diritto alla pensione per inabilità alla specifica mansione?  Il nuovo contratto regioni autonomie locali prevede nel caso che il dipendente sia riconosciuto idoneo a proficuo lavoro, ma non allo svolgimento delle mansioni del proprio profilo professionale, l’ente procede secondo quanto previsto dal DPR n. 171/2011, dove in particolare si dice che se non fosse possibile una ricollocazione in mansioni adeguate si applica l’articolo 33 del decreto legislativo n.165 del 200,  il quale prevede due anni di mobilità e poi il licenziamento. Io ho 32 anni circa di contributi. In alternativa, ci potrebbe essere un giudizio della commissione medica tale da comportare un licenziamento senza poi riuscire ad ottenere la pensione? Temo che per via di altri periodi di malattia potrei trovarmi nella situazione di essere senza stipendio e senza pensione.

Innanzitutto esistono tre possibili tipologie di inabilità lavorativa:

– inabilità assoluta e permanente alla mansione: una volta accertata dalla commissione medica, l’amministrazione è tenuta ad attribuire una mansione equivalente, che sia compatibile con l’inabilità riconosciuta. In mancanza di mansioni compatibili, l’amministrazione può proporre una mansione di posizione funzionale inferiore e, nel caso in cui il dipendente rifiuti questa collocazione, potrà procedere alla dispensa dal servizio del dipendente e questo ottenere la pensione per inabilità alla mansione se possiede almeno 20 anni di servizio.

– Inabilità assoluta e permanente a proficuo lavoro: si verifica quando un dipendente pubblico presenta un’inabilità permanente e assoluta, fisica o mentale, a svolgere qualsiasi proficuo lavoro, non derivante da causa di servizio, accertata da apposita commissione medica. In questi casi è possibile accedere alla pensione per inabilità assoluta e permanente a proficuo lavoro se in possesso di almeno 15 anni di servizio e se la risoluzione del rapporto da parte dell’amministrazione avviene specificamente per dispensa dal servizio per inabilità.

– inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa: si tratta di una inabilità, sempre medicalmente accertata a svolgere qualsiasi attività lavorativa. L’accesso alla pensione è consentito in questi casi in presenza dei seguenti requisiti: accertamento sanitario effettuato dalla commissione medica di verifica (le Cmv sono istituite presso il Ministero del Tesoro) dal quale risulti che il dipendente è permanentemente impossibilitato a svolgere qualsiasi attività lavorativa a causa di difetto fisico o mentale; almeno 5 anni di contributi, dei quali almeno 3 accreditati nel quinquennio precedente alla decorrenza della pensione di inabilità; risoluzione del rapporto di lavoro, da parte dell’amministrazione, per infermità, non dipendente da causa di servizio, che determina uno stato di assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa.

In ragione dello stato di salute del lettore, l’esito di una sua sottoposizione a visita medica presso apposita commissione potrebbe comportare con molta probabilità un giudizio di inidoneità riconducibile ad una delle tre ipotesi suindicate.

Qualora il lettore venisse considerato inidoneo alla mansione specifica, tuttavia, l’amministrazione di appartenenza sarebbe obbligata a ricollocarlo in altra mansione compatibile o addirittura inferiore, oppure – in mancanza – a collocarlo in mobilità per due anni ed, infine, dovrebbe procedere con il licenziamento specificando quale causa l’inidoneità alla mansione specifica.

Importantissima è la specificazione da parte della commissione medica prima, e dell’amministrazione poi, della tipologia di inabilità cui è riconducibile l’impossibilità del lettore di svolgere le normali attività lavorative, poiché in base a tale motivazione, questi potrà fare domanda di pensione rientrando in una delle tre predette categorie.

Qualora il lettore ritenga di dover fare parecchi giorni di assenza per motivi di salute, deve tener presente che il contratto collettivo Eni Locali prevede che il lavoratore possa restare assente per malattia per un determinato periodo di tempo massimo, superato il quale l’amministrazione potrà licenziarlo per superamento del periodo di comporto (ossia per eccessiva morbilità). In tal caso il lettore non avrebbe diritto alla pensione per inabilità, dunque si troverebbe privo di occupazione e privo di pensione.

Tale periodo è stabilito dal CCNL Enti Locali in diciotto mesi. Ai fini della maturazione del predetto periodo, si sommano tutte le assenze per malattia intervenute nei tre anni precedenti l’ultimo episodio morboso in corso.

Superato tale periodo, al dipendente che ne faccia richiesta può essere concesso di assentarsi per un ulteriore periodo di 18 mesi, in casi particolarmente gravi.

Conseguentemente la sottoposizione a visita medica presso apposita commissione, consentirebbe al lettore di ottenere un giudizio propedeutico alla futura possibile domanda di pensione e gli eviterebbe l’immediata perdita del posto di lavoro (immediata o comunque posticipata in caso gli venisse concesso il congedo di 18 mesi).

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Valentina Azzini


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