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Per uscire dall’euro all’Italia basta un decreto legge?

2 novembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 novembre 2018



Riguardo alla possibilità di uscire dall’euro: a) l’art. 15 della Legge n. 400/1988 vieta l’adozione dello strumento del decreto legge in materia di autorizzazione alla ratifica dei Trattati internazionali, e non di uscita da uno status di membro dell’euro. In altre parole riguarda l’entrata e non l’uscita da un trattato; b) in base alla lettera (A) mancano i presupposti per estendere arbitrariamente l’applicabilità della disposizione dell’art. 15 all’uscita dell’Euro (non esistono nell’ordinamento riferimenti giuridici sul recesso da un trattato che vada sempre deliberato con una legge ordinaria); c) In una precedente consulenza LPPT si è detto che il decreto legge è utile per regolare gli effetti interni; d) se anche la legge fosse censurata dalla Corte costituzionale, gli effetti non potrebbero mettere in discussione una decisione sovrana del Parlamento,al massimo sarebbe una questione di risarcimenti ai creditori. Ci sono criticità in questo ragionamento? Può bastare un decreto legge?

L’articolo 15, comma 2, lettera b) della legge n. 400 del 1988 vieta al Governo di provvedere mediante decreto legge nelle materie indicate dall’articolo 72, comma 4, della Costituzione.

Questo vuol dire che il Governo non può, con decreto legge, (tra l’altro) autorizzare la ratifica di trattati internazionali.

Alla luce di questa norma, quindi, non è precluso al Governo di decidere con decreto legge “l’uscita dall’Euro” ferma restando, ovviamente, la successiva conversione in legge del decreto da parte del Parlamento nel termine di sessanta giorni dall’emanazione del decreto stesso.

Tuttavia occorre precisare quanto segue:

– l’adesione dell’Italia alla moneta unica deriva dalla firma da parte del nostro paese del Trattato di Maastricht (in vigore dal 1° gennaio 1993) che ha gettato le basi, dettando una sorta di crono programma, per l’istituzione dell’area della moneta unica e della stessa moneta unica;

– le disposizioni contenute nel Trattato di Maastricht sono confluite nel Trattato dell’Unione europea (Tue) e nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue) firmati a Lisbona il 13 dicembre 2007, entrati in vigore il 1° dicembre 2009 e ratificati in Italia con legge 2 agosto 2008, n. 130;

– l’articolo 3, n. 4, del Trattato sull’Unione europea stabilisce che l’Unione istituisce un’unione economica e monetaria la cui moneta è l’euro;

– l’articolo 50 del Tue stabilisce la procedura per recedere dall’Unione: essa prevede che i trattati cessano di essere applicabili allo Stato dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica della intenzione di recedere al Consiglio europeo (salva proroga del termine di due anni decisa d’intesa tra Consiglio europeo e stato recedente).

Questo vuol dire che:

1) essendo stata incorporata l’unione economica e monetaria, e la stessa moneta unica, nel Trattato sull’Unione europea, a rigor di logica e di diritto e sulla base quindi delle norme citate, “uscire dall’euro” non è possibile se non recedendo dai Trattati istitutivi dell’Unione stessa (o quantomeno, ammesso che ciò sia possibile, recedendo solo in parte dai Trattati nella parte relativa alla sola unione economica e monetaria, ma sempre secondo la procedura fissata dall’articolo 50);

2) siccome l’articolo 50 prevede che i trattati (o parte di essi, se si volesse recedere dalla sola unione economica e monetaria) cessano di essere applicabili allo Stato in conseguenza della entrata in vigore dell’accordo di recesso tra Unione e Stato recedente oppure, in mancanza, decorsi due anni dalla notifica al Consigli europeo della intenzione di recedere, da questo deriva che: a) se lo Stato che recede raggiunge un accordo con l’Unione, per “uscire dall’Euro” sarà necessario che quell’accordo di recesso, che è in sostanza un trattato internazionale, sia ratificato nell’ordinamento nazionale e ciò non potrà avvenire con decreto legge (per il divieto contenuto nell’articolo 15 della legge n. 400 del 1988), ma dovrà avvenire con legge autorizzativa del Parlamento; b) se invece l’accordo di recesso con l’Unione non dovesse essere raggiunto, per la legittimità del recesso nell’ambito dell’ordinamento interno sarà sufficiente anche il solo decreto legge (se convertito), restando poi il compito di disciplinare gli effetti del recesso (interni ed internazionali) con gli strumenti normativi che si riterranno più idonei.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte


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