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Auto intestata a società straniera: si può?

3 novembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 novembre 2018



Ho un’azienda all’estero da 15 anni e svolgo attività commerciale e di produzione vendendo in tutta Europa. Ho una macchina con la targa del mio Paese dell’UE intestata alla mia società e circolo ovunque (Germania, Svizzera, Slovenia etc etc) Italia compresa. Mi ha fermato la Guardia di Finanza e mi ha contestato l’articolo 132 c.1 e 5. Devo dedurre quindi che un italiano che ha un azienda nel mio Paese non può possedere veicoli aziendali intestati alla società del mio Paese?

L’art. 132, comma 1, c.d.s. dice che «Gli autoveicoli, i motoveicoli e i rimorchi immatricolati in uno Stato estero e che abbiano già adempiuto alle formalità doganali o a quelle di cui all’articolo 53, comma 2, del D.L. 30 agosto 1993, n. 331, se prescritte, sono ammessi a circolare in Italia per la durata massima di un anno, in base al certificato di immatricolazione dello Stato di origine». Lo scopo del legislatore è quello di evitare che residenti italiani possano immatricolare la macchina all’estero per evitare di pagare le tasse. Orbene, se la norma è di facile applicazione per auto immatricolate in Paesi extra-UE, lo stesso non può dirsi per quelle regolarmente immatricolate in uno dei Paesi membri dell’Unione Europea: in quest’ultima circostanza, infatti, sussiste il principio della libera circolazione di cose e persone, onde per cui non è possibile accertare quando tale veicolo sia effettivamente entrato nel territorio italiano, non essendo annotato in alcun modo l’ingresso e l’uscita in e dall’Italia dei veicoli in questione. Si è sopperito a tale incertezza con una circolare ministeriale (del 24 ottobre 2007) che ha stabilito che la decorrenza dell’anno inizia dalla data in cui il proprietario del veicolo ha acquisito la prima residenza in Italia. Decorso l’anno, scatta l’obbligo dell’immatricolazione italiana anche nel caso in cui l’auto sia stata immatricolata in un Paese UE. La circolare, avente per oggetto «Nazionalizzazione dei veicoli di proprietà di cittadini della U.E. che hanno acquisito la residenza in Italia», ha infatti stabilito che rientrano nell’alveo della casistica dell’art. 132 C.d.S. anche i veicoli non nazionalizzati di proprietà e/o condotti da cittadini comunitari che abbiano trasferito da oltre un anno la loro residenza in Italia.

La norma in commento, quindi, si applicherebbe solamente a quei veicoli destinati ad una permanenza definitiva nel territorio italiano, ovvero nelle ipotesi in cui il loro proprietario trasferisca la residenza in Italia.

Al contrario, nelle ipotesi di importazione temporanea di veicoli immatricolati in Stati non appartenenti all’UE, la circolazione degli stessi è consentita ai cittadini stranieri ed italiani residenti all’estero per un periodo non superiore a sei mesi l’anno. Detti veicoli non devono essere accompagnati da alcun documento di dogana e possono essere condotti dal proprietario e da un suo parente fino al terzo grado sempre residente all’estero. Nessun limite sussisterebbe, invece, nel caso di veicolo immatricolato in Paese UE che circoli solamente temporaneamente sul territorio nazionale.

Tanto premesso, poiché il lettore non rientra in nessuno dei casi sopra analizzati per i quali occorrerebbe l’immatricolazione italiana (l’auto aziendale si può immaginare dal quesito che sia immatricolata nel suo Paese, e quindi può circolare liberamente in tutti i Paesi comunitari), la contestazione è a parere dello scrivente illegittima. Evidentemente, la Guardia di finanza è incorsa in errore, dimenticando che l’auto non è del lettore, ma dell’azienda. Il lettore potrebbe pensare di fare ricorso.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva


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