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Si può costringere una persona ad andare dallo psicologo?

30 ottobre 2018


Si può costringere una persona ad andare dallo psicologo?

> Cultura e società Pubblicato il 30 ottobre 2018



Problemi psicologici: spesso chi ne soffre rifiuta le cure dello specialista. Quali sono i casi in cui si può costringere una persona a recarsi dallo psicologo.

Sei convinto di avere un problema di salute, ma gli esami clinici effettuati risultano tutti negativi e i tuoi disturbi permangono. È molto probabile, allora, che la causa del tuo problema sia psicologica. In questi casi, è importante richiedere al più presto la consulenza di uno specialista in materia, anche se non accetti l’idea di sottoporti alle sue cure per diversi motivi, in primo luogo perché sei sicuro che i disturbi che accusi siano causati da malattie del corpo e non della mente; in secondo luogo, perché pensi che la malattia mentale sia una debolezza e per questo deve essere affrontata da soli. Il percorso terapeutico è spesso avvertito come una sconfitta ed è reale il timore che le persone che ci circondano potrebbero allontanarsi dalla nostra vita se venissero a conoscenza del problema psichico che si sta vivendo. La consapevolezza, dunque, di poter essere il destinatario di pregiudizi discriminanti induce la persona con sofferenza psicologica a rimandare l’inizio delle cure, malgrado le insistenze, a volte controproducenti, dei familiari. Sono proprio questi ultimi che, preoccupati per il loro congiunto, cercano di fargli intraprendere, seppur tra mille difficoltà, un percorso terapeutico. Ma vediamo se e in quali casi si può costringere qualcuno ad andare dallo psicologo?.

Partiamo dal principio che non si può obbligare nessuno a sottoporsi a un trattamento sanitario [1]. Il concetto di psicoterapia, peraltro, è, secondo alcune scuole di pensiero, inconciliabile con quello dell’obbligatorietà. A rafforzare quanto appena detto, è intervenuta una sentenza della Cassazione [2] che ha ritenuto lesiva del diritto alla libertà personale la prescrizione ai genitori di sottoporsi a percorsi psicoterapeutici.

Un soggetto non consenziente non può, dunque, essere sottoposto a cure del genere, salvo alcune situazioni specifiche, come l’affidamento dei figli minori. Fuori da questi casi, non sono poche le difficoltà che si incontrano quando si cerca di far intraprendere un percorso terapeutico a una persona che non intende rivolgersi allo psicologo.

Un soggetto maggiorenne affetto da disturbi psicologici, in assenza di una prescrizione da parte di un giudice, non può essere costretto ad andare dallo psicologo se non causa danni a sé e ad altri. In questi casi, tuttavia, i familiari possono insistere affinché il proprio congiunto decida di affidarsi alle cure di uno specialista, ma senza esagerare per non aumentare le resistenze del paziente nei confronti delle cure prospettate.

Se il soggetto è minorenne, è bene tentare, in un primo momento, di aiutarlo migliorando i rapporti, ponendosi in sintonia con lui e aumentando la stima e il dialogo. Spesso gli adolescenti lamentano di essere lasciati soli o di non essere compresi dai “grandi” o, peggio, di essere considerati incapaci perché troppo piccoli.

Nel caso di separazioni coniugali, l’autorità giudiziaria può disporre l’obbligo di sottoporre a psicoterapia i figli minori.

Se è il Tribunale a decidere un percorso psicologico 

I soggetti destinatari di un provvedimento da parte del giudice che li sottopone a terapia psicologica ‘coatta’, rappresentano quei casi in cui lo psicologo dovrà creare un rapporto di estrema fiducia con il paziente. Il percorso terapeutico dovrà impostarsi sulla comprensione delle motivazioni che hanno indotto il giudice ad assumere la sua decisione e cercare di modificare i comportamenti del paziente che hanno richiamato l’intervento giudiziario e la terapia obbligatoria.

Come convincere una persona a sottoporsi a cure psicologiche?

Il comportamento dei familiari può rivelarsi determinante nei pazienti che necessitano di cure specialistiche. Innanzitutto, è consigliabile adottare un atteggiamento non oppressivo per evitare che il congiunto bisognoso di terapia psicologica non senta alcuna pressione psicologica. In questo modo, si mostrerà più disponibile alle cure e meno propenso ad accentuare il suo malessere psicologico, che aumenterebbe le preoccupazioni e la sofferenza dei familiari.

Fondamentale è risultato in tanti casi il coinvolgimento attivo delle persone che contattano lo psicologo per curare il loro congiunto. Il paziente sentirà di ridurre le sue resistenze e accetterà di prendere parte ad alcune sedute terapeutiche se vede i suoi familiari partecipi a questa azione.

Ciò è la dimostrazione che alcuni disagi psichici presentano una certa sensibilità dinanzi a situazioni che riguardano la sfera degli affetti familiari. Si ristabilisce, spesso, il dialogo che favorisce un miglioramento delle condizioni del paziente.

Gli effetti delle terapie coatte

Quando un percorso psicologico è imposto da un familiare, occorre comprenderne le ragioni e lavorare per recuperare il rapporto di fiducia.

Di FRANCESCA CANINO

note

[1] Art. 32 Cost.

[2] Cass. sent. n. 13506/15.


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