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Coppia non sposata: chi decide affidamento e mantenimento figlio

19 Novembre 2018


Coppia non sposata: chi decide affidamento e mantenimento figlio

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 Novembre 2018



La legge tutela anche i minori nati da coppie non sposate, spingendo in più occasioni per una risoluzione positiva del contenzioso tra i due genitori.

I numeri dicono che sempre più coppie oggi evitano il matrimonio, sia quello civile che quello religioso, in favore della convivenza. Tantissimi esperti in materia, o sedicenti tali, hanno descritto questo fenomeno come una cartina tornasole dell’epoca che stiamo vivendo, in cui vi è un crollo dei valori morali e umani. In realtà, dietro la scelta della convivenza vi sono ragioni ben più semplici: il matrimonio è un contratto a tutti gli effetti e con tutti gli obblighi del caso. Se uno dei due viene meno agli accordi presi, l’altro può rivalersi legalmente, ottenendo vantaggi pecuniari conosciuti anche come mantenimento del coniuge, assegnazione della casa coniugale, e via discorrendo. La convivenza è molto più semplice. Finita la storia d’amore, non vi sono strascichi giudiziari: uno dei due lascia la casa, portando con sé le sue cose ed entrambi vanno per la loro strada. Nulla di complicato, quindi. Tuttavia, vi è una casistica in cui i due conviventi devono raggiungere, in un modo o in un altro, un accordo legale: ci riferiamo ovviamente a quei casi in cui vi sono dei figli e bisogna decidere sul loro affidamento. Se questa casistica ti riguarda da vicino, o se vuoi semplicemente sapere in una coppia non sposata chi decide affidamento e mantenimento del figlio,nei prossimi paragrafi potrai trovare le risposte che cerchi.

Come risolvere le crisi di coppia?

Ancor prima di capire quali siano le vie legali che una coppia non sposata può intraprendere per decidere l’affidamento del proprio figlio, sarebbe buona cosa se i due conviventi analizzassero in prima persona la loro situazione.

La maggior parte delle crisi di coppia, infatti, scaturisce da una mancanza di dialogo tra le parti. Intavolare quindi una conversazione costruttiva in tal senso non può che far bene. Riuscire a salvare un rapporto è fondamentale non solo per le parti in causa, ma soprattutto per il figlio della coppia, la cui felicità deve essere la priorità dei genitori. Le cause che si trovano alla base di una crisi di coppia sono diverse, e alcune di esse non possono essere cancellate con un colpo di spugna.

Una delle più frequenti è sicuramente il tradimento: trovare il proprio partner a letto con un’altra persona è una delle esperienze peggiori che possono capitare a una persona, e sono immagini difficili da cancellare. Tuttavia, in nome della felicità del proprio bambino, anche in caso di tradimento i due conviventi dovrebbero provare a instaurare un dialogo, almeno per capire se ci sono margini per recuperare il rapporto.

Se ogni tentativo di dialogo è stato vano, la coppia può adire le vie legali per trovare una soluzione che, come vedremo, non sempre deve portare alla separazione.

Quale norma regola l’affidamento dei figli delle coppie non sposate?

Iniziamo col dire che la possibilità di regolamentare giuridicamente l’affidamento dei figli delle coppie non sposate è molto recente. È grazie alla legge [1], infatti, che si è finalmente eliminata ogni distinzione tra i figli nati all’interno di un matrimonio e quelli frutto di rapporti non regolamentati. Grazie a questa norma anche i figli delle coppie non sposate hanno acquisito pari diritti e dignità di quelli nati all’interno di un matrimonio.

Le coppie non sposate che hanno uno o più figli e decidono di mettere fine alla loro relazione hanno un percorso ben preciso da seguire, che può essere suddiviso in due macro tappe: la mediazione familiare e il ricorso al tribunale. Vediamole entrambe nei dettagli.

Come funziona la mediazione familiare?

La mediazione familiare è anzitutto un percorso ante-giudiziale, che sostanzialmente mira al salvataggio del rapporto o, qualora le divergenze siano insanabili, a una chiusura consensuale dello stesso. La mediazione familiare, che prima era ad appannaggio esclusivamente delle coppie sposate, è stata estesa anche a quelle conviventi. A dirla tutta, la mediazione familiare può essere usata per diversi tipi di rapporti familiari, anche per quelli tra parenti.

Alla base della mediazione familiare c’è un terapeuta che, coadiuvato da legali che hanno competenze in diritto della famiglia, ha come obiettivo primario risanare la crisi (in alcuni casi i ruoli di legali e terapeuti possono coincidere in una unica figura professionale). Il mediatore basa tutto sul dialogo: tiene lunghe conversazioni con i conviventi, sia insieme che individualmente, al fine di trovare l’evento scatenante che ha creato la frattura. Il più delle volte a questi dialoghi partecipa anche il figlio della coppia, sia per permettergli di esprimere il suo punto di vista, sia per far capire al mediatore in che modo la vicenda lo stia turbando.

Quando il mediatore riesce nel suo scopo, la coppia inizia a seguire un percorso che conduce verso la serenità perduta. In quei casi in cui, purtroppo, le parti sono troppo distanti per poter ricucire il rapporto, il mediatore spinge per una conclusione civile del rapporto, priva di odio e sentimenti di vendetta, nell’interesse principalmente del figlio coinvolto suo malgrado. Il mediatore non si limita a incoraggiare i due conviventi a trovare una soluzione di fine consensuale del rapporto: insieme agli interessati stila una scrittura privata, sulla quale ogni contraente può verificare i suoi diritti e obblighi nei confronti del figlio.

Se i presupposti sono buoni, con la firma della scrittura privata da parte dei conviventi il mediatore può ritenere il suo compito concluso. Tuttavia, qualora lo ritenesse opportuno, il mediatore o chi per esso può decidere di depositare l’accordo scritto in tribunale, per aumentarne il peso giuridico.

La decisione di portare la scrittura privata ha due fondamenti: in primis il tribunale non si limita all’archiviazione del documento, ma lo esamina in ogni suo punto, al fine di verificarne la correttezza a norma di legge; in secondo luogo, qualora una delle due parti venisse meno all’accordo, grazie all’intervento del tribunale il trasgressore sarebbe richiamato prontamente ai suoi doveri.

Cosa si intende per rito partecipativo?

La mediazione familiare, come si può immaginare, non è certo rose e fiori. Una coppia non sposata che va di fronte a un mediatore potrebbe avere alla base problemi insuperabili. In tantissimi casi la figura del mediatore è insufficiente e il professionista se ne rende conto fin dai primi minuti di colloquio con i contendenti.

Pensiamo a quelle separazioni dovute a violenze, abusi di alcol o di droghe: si tratta di casistiche la cui gravità è così elevata che è lo stesso mediatore a suggerire il ricorso al tribunale. Del resto la mediazione familiare, per quanto fortemente consigliata, non è obbligatoria: anche all’interno del processo giudiziario in tribunale vi sono step in cui le due parti possono addivenire consensualmente a un accordo.

Rispetto al passato, la competenza del processo giudiziario passa al tribunale ordinario, che ha istituito un’apposita sezione famiglia. Niente più tribunale dei minori, quindi, le cui competenze sono state ridotte sensibilmente. Il giudizio che si occupa dei diritti degli figli nati dalle coppie non sposate viene definito “rito partecipativo”. Il nome deriva dal fatto che con questo procedimento i genitori sono ammessi alle discussioni che in sede giudiziaria decideranno il futuro dei propri figli.

Come si svolge il procedimento in tribunale?

Se uno dei due conviventi decide di depositare, attraverso il proprio legale, un ricorso in tribunale per ottenere l’affidamento del figlio, non viene fissato in automatico un’udienza, come si sarebbe portati a pensare. Il Presidente del Tribunale, invece, concede due termini, a entrambe le parti in causa, per permettere sopratutto al genitore “citato” di approntare una memoria difensiva.

Contestualmente, entrambe le parti dovranno depositare le copie delle ultime tre dichiarazioni dei redditi, al fine di poter giudicare anche la solidità economica dei due genitori. Una volta analizzate le documentazioni prodotte, a seconda dei contenuti che vi trova, il Presidente del Tribunale può decidere in tre modi differenti: può convocare direttamente l’udienza, qualora ravvisi che le due parti sono talmente distanti da rendere inutile qualsiasi tentativo di conciliazione; nominare un giudice delegato, nel caso le due parti siano disposte al dialogo e ci siano quindi i presupposti per una conciliazione; emettere dei provvedimenti provvisori, laddove le due parti abbiano, ad esempio, espresso la volontà di avere l’affido condiviso.

Nel caso, quindi, che una coppia non sposata abbia provato la mediazione familiare senza successo, il legislatore offre un’ulteriore occasione per dirimere la questione in modo pacifico davanti a un giudice delegato. Anche in questa fase di conciliazione i casi che possono avverarsi sono sostanzialmente tre: in primo luogo, i genitori possono accettare di sana pianta le proposte fatte dal giudice delegato, che nel frattempo ha esaminato il caso ed ha elaborato una possibile soluzione; in secondo luogo, la proposta può essere presentata dai genitori stessi, ovviamente ben indirizzati dai legali da cui sono rappresentati, e avallata dal giudice delegato; in terzo luogo, le parti non sopraggiungono a nessun tipo di accordo.

Nelle prime due casistiche, l’accordo siglato dalle parti viene comunque presentato al collegio affinché sia ratificato. In caso di mancato accordo, invece, il procedimento ritorna al Collegio, che a quel punto dovrà decidere sull’esito del contendere. Qualora lo ritenesse opportuno, il Collegio può chiedere una nuova convocazione per i genitori. In ultima istanza, nel caso in cui i due genitori abbiano nel frattempo raggiunto un accordo globale circa l’affidamento del figlio, possono trasmettere al tribunale un ricorso congiunto, nel rispetto del codice [2]. Grazie a questo tipo di ricorso i conviventi non sono nemmeno costretti a presentarsi davanti al giudice. Il tribunale per ricorsi del genere si limita a verificare che gli accordi presi siano nell’interesse del figlio, quindi il più delle volte si tratta di una pura formalità.

note

[1] L. 219/2012 del 10.12.2012.

[2] Art. 16 cod. civ.


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