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Verifica sui conti correnti dei genitori del contribuente

5 ottobre 2018


Verifica sui conti correnti dei genitori del contribuente

> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 ottobre 2018



Fisco: l’Agenzia delle Entrate può fare un controllo sul conto del padre o della madre, magari pensionati, per accertare l’evasione fiscale del figlio?

Si sa: ricevere pagamenti su un conto corrente senza emettere fattura o dichiarare i soldi al fisco è un grosso rischio. Un rischio perché ormai l’Agenzia delle Entrate è in grado di conoscere, in tempo reale, tutte le movimentazioni in entrata e in uscita che accedono ai rapporti bancari dei contribuente e verificare se queste trovano corrispondenza nella dichiarazione dei redditi. Sicché in qualsiasi momento il fisco può elevare un accertamento per l’omessa “denuncia”. Eppure c’è ancora chi, nostalgico di un’epoca remota in cui il segreto bancario era considerato un baluardo della privacy, studia modi per sottrarre il proprio conto corrente alle verifiche. E la soluzione viene spesso individuata nel far transitare le operazioni sul conto del coniuge o dei genitori. Ora, se è verosimile che l’Agenzia delle Entrate vada a controllare per prima cosa anche il saldaconto della moglie, è più improbabile che lo faccia su quello dell’anziano padre o della madre, che magari sono ormai pensionati e, come tali, soggetti non pericolosi ai fini dell’evasione. Ma è davvero così? Se dovessero risultare degli spostamenti di denaro rilevanti, è possibile che, dalla verifica sui conti correnti dei genitori del contribuente si arrivi a quest’ultimo e si proceda con l’accertamento fiscale? La questione è stata più volte decisa dalla Cassazione.

In particolare esiste una serie di sentenze che giustificano il recupero a tassazione di tutti i bonifici transitati sul conto dei genitori e non giustificati dai redditi di questi ultimi. Per i giudici si tratta di un indizio più che sufficiente per dedurre l’evasione del familiare. Di tali sentenze daremo atto nel corso di questo articolo. Spiegheremo cioè entro che limiti è possibile la verifica sui conti dei genitori. Ma per prima cosa un esempio: il caso pratico potrà essere d’aiuto per comprendere una materia apparentemente tecnica.  

Immaginiamo che Luca, imprenditore, dovendo ricevere alcuni pagamenti e non volendo dichiarare i ricavi al fisco, chieda ai clienti di far un bonifico sul conto della madre. In tal modo – pensa Luca – nessuno si accorgerà del fatto che i soldi erano destinati a lui e, così facendo, potrà realizzare un po’ di nero per tenere in piedi la propria azienda. Succede però che l’Agenzia delle Entrate si metta a controllare la posizione del contribuente e, nel tentativo di comprendere come mai Luca dichiara così poco ma ha il locale sempre pieno, passi in rassegna i conti dei genitori. E lì trova una serie di accrediti non giustificati dalla loro dichiarazione dei redditi. I due infatti sono pensionati e ricevono un assegno fisso dall’Inps. L’agenzia allora presume che si tratti di redditi destinati al figlio; così invia a quest’ultimo un accertamento fiscale. Un “volo pindarico” sostiene invece il contribuente che, per difendersi, avvia un contenzioso alla Commissione Tributaria: «Come ha fatto il fisco a ritenere che tali soldi erano diretti proprio a me?». L’ufficio deposita la delega riconosciuta al figlio ad operare sul conto del genitore e fa notare come, in prossimità dei versamenti, ci sono stati prelievi di pari importo: un indizio più che sufficiente per ritenere che le operazioni siano imputabili a quest’ultimo. Chi ha ragione? Ecco come si è pronunciata in passato la Suprema Corte.

In tema di imposte sui redditi, lo stretto rapporto familiare e la composizione ristretta del gruppo sociale giustifica, salvo prova contraria, la riferibilità delle operazioni riscontrate sui conti correnti bancari di tali soggetti all’attività economica della società del figlio sottoposta a verifica. È pertanto legittimo un accertamento fondato sulle indagini bancarie dei conti correnti dei genitori del contribuente [1]. 

Ai fini dell’accertamento del reddito di impresa, la Cassazione ha detto che [2] la legge [3] autorizza l’Agenzia delle Entrate a procedere all’accertamento fiscale anche attraverso indagini su conti correnti bancari formalmente intestati a terzi ma che si ha motivo di ritenere connessi ed inerenti al reddito del contribuente. Risultato: possono avere valore anche le indagini sui conti correnti intestati all’amministratore unico e socio assoluto di maggioranza di una Srl in ragione di movimentazioni sia in entrata che in uscita che non trovino corrispondenza alcuna nelle registrazioni contabili; né rileva che il medesimo soggetto sia legale rappresentante di una pluralità di persone giuridiche, essendo in tal caso sufficiente, in difetto della prova contraria circa una più corretta imputazione, ripartire i dati estratti dai conti correnti in proporzione al volume di affari di ciascun ente. 

Sempre in materia di accertamento delle imposte sui redditi, la legge stabilisce una presunzione di colpevolezza sul contribuente [4]; in pratica tutti i versamenti  e i prelievi operati su conto corrente bancario di un imprenditore vanno considerati ricavi conseguiti nell’esercizio dell’attività d’impresa, salvo che il contribuente dimostri il contrario, ossia provi che si tratti di redditi esenti o già tassati. Ma a tal fine non è sufficiente una prova generica circa ipotetiche distinte causali dell’affluire di somme sul proprio conto corrente, ma è necessario che il contribuente fornisca la prova analitica della riferibilità di ogni singola movimentazione alle operazioni già evidenziate nelle dichiarazioni, ovvero dell’estraneità delle stesse alla sua attività [5]. 

Per legge [6], l’Agenzia delle Entrate che effettua delle verifiche su un contribuente può richiedere alle banche notizie dei movimenti sui conti intrattenuti dal contribuente e di presumere la loro inerenza ad operazioni imponibili. Tale potere non può trovare applicazione nei confronti dei conti bancari intestati esclusivamente a persone diverse, anche se legate al contribuente da vincoli familiari (come i genitori) o commerciali (come l’amministratore o i soci), salvo che l’ufficio dimostri al giudice che l’intestazione a terzi è fittizia o comunque, in relazione alle circostanze del caso concreto, dimostri la sostanziale imputabilità al contribuente medesimo delle posizioni creditorie e debitorie annotate sui conti [7]. In tali ipotesi è possibile l’estensione dell’accertamento sui conti di questi ultimi. 

note

[1] Cass. ord. n, 22089/18 dell’11.09.2018.

[2] Cass. ord. n. 1898/2016. 

[3] Artt. 32, n. 7, del d.P.R. n. 600 del 1973 e 51 del D.P.R. n. 633 del 1972

[4] Art. 32 del D.P.R. 29 settembre 1973, n.600.

[5] Cass. sent. n. 4829/2015. 

[6] Dpr 26 ottobre 1972, n. 633, articolo 51, comma 2, nn. 2) e 7).

[7] Cass. sent. n. 428/2015.


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