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Quando i movimenti sul conto sono sospetti?

7 ottobre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 ottobre 2018



Fisco, prelievi e versamenti: quando l’agenzia delle entrate può fare un controllo e cosa si intende per “prelievo sospetto”?

Avrai sentito dire che prelievi e versamenti sul conto corrente sono costantemente sotto la lente di ingrandimento del fisco. L’Agenzia delle Entrate può inviare un accertamento in presenza di movimenti sospetti. E avrai anche sentito dire che spetta al contribuente difendersi: in tali circostanze, l’ufficio può limitarsi a sospettare un’evasione per incastrarti. E bada bene: non si tratta di una prassi ma di una norma di legge del 1973 [1], tutt’ora in vigore, secondo cui i prelievi e i versamenti “non giustificati” devono considerarsi come ricavi in nero. In pratica, tutto ciò che non riesci a spiegare al fisco si ritiene frutto di evasione. Ti sembrerà strano e inconciliabile con i principi democratici di uno Stato liberale, eppure è proprio così. In realtà la disposizione di legge ha un suo “perché” e si giustifica per contrastare i consueti furbetti che si sottraggono alle tasse (una categoria trasversale che non comprende più solo gli imprenditori e i professionisti. Si pensi che solo nel 2016 sono stati registrati circa 90 miliardi di euro di evasione). Non è però nostra intenzione, in questo momento, entrare nel merito della normativa, ma piuttosto spiegarti quando i movimenti sul conto sono sospetti, ossia in quale momento rischi che il fisco possa verificare il tuo rapporto bancario, chiederti chiarimenti e, in caso di insufficienza di prove, emettere un provvedimento di tassazione delle somme che hai risparmiato con così tanta fatica.

Bene, scopo di questo articolo è chiarire cosa la legge intende quando parla di “movimenti sospetti” indicandoti allo stesso tempo quali errori devi evitare per non cadere nelle maglie dell’Agenzia delle Entrate.

Innanzitutto, voglio raccontarti una beve e struggente storia.

Perché i movimenti sospetti sono ricavi in nero?

I versamenti sul conto non giustificati

Mario ha una nonnina che, prima di morire, gli ha lasciato un bel gruzzoletto in contanti che aveva custodito, per gran parte della sua vita, sotto il materasso. Mario però non è come la nonna che non si fida delle banche; così la prima cosa che fa è depositare sul proprio conto il denaro liquido.

Dopo cinque anni, gli arriva una lettera dell’Agenzia delle Entrate che gli chiede (non proprio con queste parole, ma con termini un po’ più eleganti, tecnici e formali): «Come ti sei procurato tutti questi soldi? Se riesci a spiegarcelo e ci dimostri che non si tratta di redditi, sei salvo; altrimenti ci devi pagare le tasse e le sanzioni». Mario non sa come fare, visto che la nonna è ormai passata a miglior vita e non c’è alcun atto del notaio che sancisce la donazione. Allora chiede alla madre di fargli da testimone. Così entrambi si recano all’ufficio del fisco a spiegare tutta la storia del regalo della nonna e del deposito in banca, storia che la madre di Mario dice di poter confermare per avervi assistito personalmente.

Ciò nonostante il funzionario risponde: «Caro Mario, ti voglio credere ma non posso farlo. Ho le mani legate. Mi serve una prova scritta: se non me la dai ti devo inviare un accertamento e sui soldi ricevuti da tua nonna ci devi pagare l’Irpef».

«Ma come? – risponde Mario allarmato – Perché tassi una donazione che, per legge, è invece esente?».

E il funzionario di rimando: «Perché sei tu a dovermi dimostrare che è una donazione. Se non me ne fornisci la prova – prova che deve essere per forza un documento ufficiale – io sono autorizzato a ritenere che si tratta di un compenso, ricevuto magari per un servizio reso, una vendita, una attività professionale, ecc.». «Del resto – conclude il dipendente del fisco – sai quanta gente prima di te mi ha raccontato la favola dei soldi ricevuti in regalo o vinti alla tombola e invece si trattava di denaro in nero ottenuto con lavori “segreti”? Insomma, dammi un appiglio per crederti!».

Il povero contribuente se ne torna a cara rassegnato, perché non potrà mai dimostrare la donazione della nonna. Puntuale arriva l’accertamento e così Mario è costretto a pagare le tasse su una somma in astratto esente.

Cosa si considera movimenti sospetti?

L’esempio di Mario – come il quale ce ne sono tanti tutti i giorni – ti fa capire cosa si intende per “movimenti sospetti”: tutti quelli che non possono essere giustificati al fisco. L’Agenzia delle Entrate ha la legge dalla sua parte, legge che le consente di presumere che tutti i versamenti sul conto corrente (e per gli imprenditori anche i prelievi) sono reddito imponibile a meno che il contribuente non dimostri, con prove scritte, che si tratta di:

  1. redditi esenti (come ad esempio le donazioni o i risarcimenti del danno);
  2. redditi già tassati alla fonte e pertanto da non riportare nella dichiarazione annuale (come ad esempio una vincita al gioco).

Questa prova – neanche a dirlo – spetta al contribuente. E se non è stato così smaliziato da procurarsi in anticipo le carte, con “data certa” (ossia attestata da un pubblico ufficiale come l’ufficio postale, un notaio o un funzionario dell’amministrazione) è costretto a soccombere.

I movimenti sospetti sono quindi tutti i prelievi privi di prove circa la loro provenienza. Come tali vengono tassati.

Per chi vale la regola dei movimenti sospetti?

Vale per tutti i contribuenti: lavoratori dipendenti, autonomi, professionisti, artigiani, imprenditori e persino disoccupati.

A tali categorie però l’Agenzia delle Entrate non può estendere i controlli anche ai prelievi, cosa che invece può fare agli imprenditori sempre che il prelievo superi mille euro al giorno o comunque cinquemila euro al mese.

Per quanto tempo devo giustificare i movimenti sospetti?

Veniamo all’aspetto più importante: quanto tempo stare col fiato sospeso che l’Agenzia delle Entrate ti possa inviare un accertamento? Ci sono dei termini tecnici oltre i quali si verifica la decadenza. Si parla di cinque anni a partire dal 31 dicembre successivo a quello di presentazione della dichiarazione dei redditi.

Su questo aspetto ti invito a leggere: Controlli fiscali sul conto: a quanti anni prima si può risalire?

note

[1] Art. 32, comma 1, n. 2), del d.P. R. n. 600 del 1973.

Autore immagine: 123rf com

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