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Come ripulire la reputazione online

7 ottobre 2018 | Autore:


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Diritto all’oblio: come cancellare le notizie negative e pregiudizievoli alla privacy da Google e dai siti internet.

L’avvio di un’indagine penale è notizia ghiotta per i giornali che, alla ricerca continua di scandali con cui intrattenere i propri lettori, sono ormai soliti lasciare ampio spazio alla cronaca giudiziaria. Spesso però l’informazione non tiene conto del limite costituzionale che presume ogni cittadino innocente fino a sentenza definitiva. Peraltro la sola notizia dell’invio di un avviso di garanzia genera nell’opinione pubblica la convinzione della colpevolezza dell’indagato. Indagato che, anche a indagini concluse ed addirittura anche dopo l’eventuale assoluzione, resta marchiato da un’onta sociale. Tutto ciò ovviamente, quando si parla di internet, si moltiplica all’ennesima potenza, sia in termini di rapidità nella diffusione dell’informazione, sia in termini di capillarità. Non solo. Esiste un principio, ormai recepito dalla giurisprudenza, chiamato «diritto all’oblio», che impone la non riproposizione di fatti ormai non più attuali, anche laddove la notizia dovesse essere vera. Si pensi a una sentenza di condanna per un reato grave. Facciamo un esempio. Luigi viene prima indagato e poi ritenuto colpevole per truffa ai danni dello Stato. Il processo fa scalpore nella cronaca locale e la storia della sua condanna viene pubblicata su tutti i blog e siti della città. La stampa nazionale ribatte la notizia e, in poco tempo, il nome di Luigi si trova presente su tutto Internet. Per Luigi, che nel frattempo ha scontato la pena e intende ricominciare una nuova vita, è impossibile riabilitarsi agli occhi della società: non appena qualcuno digita il suo nome su Google appaiono una serie infinta di risultati con le vecchie notizie. Luigi vuol quindi cancellare il suo nome dal web e non far più apparire i link pregiudizievoli alla sua privacy. Come può fare? Come ripulire la reputazione online?

Cos’è il diritto all’oblio?

Il problema del diritto all’oblio si è proposto prepotentemente con internet. Se la notizia di una condanna penale, pubblicata un giorno da un giornale, dopo 24 ore diventa carta straccia, buona sola a pulire i vetri delle finestre, sul web tutto diventa perpetuo. Il paradosso è che tanto più la notizia è datata, tanto più si indicizza meglio sui motori di ricerca, così raggiungendo anche i primi posti su Google. Il risultato è che le notizie vecchie restano visibili a lungo ed a tutti. Invece la stampa, anche quella online, deve rispettare tre principi:

  • verità della notizia
  • attualità del fatto
  • sussistenza di un pubblico interesse.

Nel 2012, la Cassazione ha emesso un vero e proprio vademecum su come ripulire la reputazione online stabilendo che il diritto all’oblio vale soprattutto per le sentenze di condanna, per quanto queste siano divenute definitive. Non perché il fatto, in un dato momento storico, è risultato vero, attuale e di pubblico interesse, lo è per sempre. Il sito internet, venendo meno l’attualità della notizia, è tenuto a una di queste tre condotte:

  • cancellare completamente la notizia ossia la pagina web con il nome del soggetto condannato;
  • sostituire il nome con le iniziali puntate in modo da rendere irriconoscibile l’identità del soggetto di cui si parla;
  • de-indicizzare la pagina web dai motori di ricerca: in questo modo, chi digita il nome del condannato su Google o su qualsiasi altro motore non deve atterrare sulla pagina con la notizia, accessibile solo per chi cerca nel motore di ricerca interno del sito.

Il diritto all’oblio, dunque, per sua definizione, viene riconosciuto ai “colpevoli” e, comunque, più in generale, con riferimento a tutte le notizie vere che però non sono più di pubblico interesse perché passate nel dimenticatoio. Se la notizia invece non dovesse corrispondere alla realtà dei fatti (si pensi a una condanna in primo grado poi riformata in appello o all’avvio di indagini poi archiviate per insussistenza delle prove) si parlerebbe, più propriamente, di diritto all’identità personale. L’interessate ha il potere di pretendere che il cronista integri la pagina con la conclusione della vicenda ed, eventualmente, modifichi il titolo dell’articolo (per non ingenerare immediate impressioni negative) o, infine, cancelli del tutto il nome del soggetto o la notizia.

Il problema dei tag e della cache di Google

Anche dopo che la pagina web è stata ormai modificata o del tutto cancellata si possono proporre due problemi. Il primo è quello dei tag. Facciamo un esempio.

Luigi, dopo tre anni dalla sua condanna, ottiene da un giornale la rimozione del suo nome dalle pagine web che riportavano la notizia. Vengono lasciate solo le iniziali. Tuttavia, quando qualcuno scrive su Google il nome e il cognome di Luigi appare ancora quella vecchia notizia: facile risalire dalle iniziali all’identità del soggetto. Questo meccanismo avviene perché esistono dei “ponti” che consentono di collegare determinati contenuti online alle ricerche degli utenti. Questi ponti (chiamati “tag”) devono essere cancellati dal proprietario del sito anche una volta che è intervenuto sul testo dell’articolo pregiudizievole.

La soluzione migliore resta sempre quella di cancellare completamente la notizia, ma anche in questo caso il risultato non è immediato. Il link potrebbe continuare ad apparire per due o tre settimane finché non si cancella la cache di Google, una sorta di memoria a breve termine che richiede del tempo per aggiornarsi.

Dopo quanto tempo va cancellato l’articolo da internet?

La legge non ha mai disciplinato il diritto all’oblio. Così chi si chiede come ripulire la reputazione online deve affidarsi al buon senso dei giornali e alla conoscenza, da parte degli editori telematici, delle sentenze che ne hanno decretato l’esistenza nel nostro ordinamento. 

Si tenga anche conto che, nel 2014, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha ribadito l’esistenza del diritto all’oblio e ritenuto corresponsabile Google per il trattamento dei dati obsoleti. In teoria si dovrebbe chiedere la cancellazione allo stesso Google, che però quasi sempre risponde negativamente, nonostante la storica condanna. È stato predisposto un modulo online da inviare: il più delle volte però la richiesta non sortisce effetto. Ho parlato di ciò in numerosi articoli pubblicati su questo stesso giornale.

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Ritorniamo al problema di base: dopo quanto tempo un sito è costretto a cancellare la notizia o a modificarla in modo da non rendere più riconoscibile l’identità delle persone ivi rappresentate? Non essendoci un termine prefissato, di solito è necessario attendere non meno di un anno e mezzo dalla pubblicazione della pagina. Chiaramente più tempo passa, più è facile ripulire la reputazione online.

Un criterio per rendersi conto del tempo necessario a chiedere la cancellazione è poi la natura delle notizie su eventi criminali o penalmente rilevanti: la gravità del crimine e il tempo passato dal fatto (più che dalla pubblicazione della notizia) sono i due assi cartesiani per stabilire quando scatta il diritto all’oblio. Se per crimini minori è facile ottenere la cancellazione, il tempo non influisce su aspetti per cui prevale il pubblico interesse: si pensi al caso di un soggetto condannato per abusi sessuali che viene in considerazione per un ruolo di insegnante o al caso di politici condannati per frode.

Un ulteriore elemento di valutazione è la dimensione pubblica del soggetto interessato. Gli individui con un chiaro ruolo nella vita pubblica (politici, amministratori delegati di grandi aziende, celebrità, leaders religiosi, star dello sport, esponenti del mondo dello spettacolo): in questi casi le richieste di de-indicizzazione provenienti da tali soggetti pubblici e famosi non sono pienamente giustificabili poiché l’interesse del pubblico a ricercare e ad accedere alle informazioni che li riguardano in base ad una ricerca nominativa è prevalente (“overriding”) sulla privacy dei richiedenti. Il discorso contrario vale per quei soggetti che svolgono un ruolo marginale nel contesto societario. L’importanza poi del fatto non giustifica la permanenza del nominativo del soggetto che ben potrebbe essere riportato con le semplici iniziali (salvo ovviamente cancellare i tag che collegano, a quel contenuto, il nome dell’interessato).

Un ultimo aspetto di cui tenere considerazione è la natura della notizia e la sua incidenza sulla vita economico-sociale della nazione. In tale ottica, hanno priorità alla cancellazione le seguenti notizie:

  • false informazioni (per le quali dovrebbe sempre essere accolta una richiesta di cancellazione o aggiornamento).
  • informazioni personali (come ad esempio immagini, numeri di telefono privati, recapiti, indirizzi, ecc.) e dati sensibili come informazioni sulla vita sessuale, sull’orientamento religioso, sulla salute, ecc.
  • informazioni sui minori (per le quali le richieste di delisting dovrebbero prevalere, anche in rapporto alle convenzioni internazionali vigenti a protezione dei minori);

Come si ripulisce la reputazione online?

Vediamo quali sono gli strumenti che adottiamo quotidianamente per ripulire la reputazione online di chi ci chiede di intervenire. La prima fase è quella stragiudiziale, “bonaria” per così dire. Vengono contattate e diffidate tutte le testate online affinché cancellino “con le buone” il link pregiudizievole o lo de-indicizzino.

La lettera dell’avvocato, per esperienza, ha più peso dell’intervento personale dello stesso interessato. E non c’è bisogno di spiegare il perché. 

Se la testata non dovesse rispondere, si tenta con i contatti telefonici cui segue un’ultima diffida scritta, con avviso di querela per violazione della privacy e illecito trattamento dei dati personali.

Infine c’è l’azione giudiziaria che, per ottenere la cancellazione, richiede l’avvio di un procedimento d’urgenza basato sull’articolo 700 del codice di procedura civile. Il processo mira a ottenere la cancellazione della pagina o del nome dell’interessato o, in ultimo, la de-indicizzazione. Per ottenere il risarcimento del danno invece è necessario un giudizio civile di tipo ordinario, più costoso ma soprattutto più lungo.

Una soluzione intermedia è il ricorso al Garante della Privacy, il quale ha il potere di comminare sanzioni al responsabile.

Chi non ha la possibilità economica di contattare uno studio legale che ripulisca la sua reputazione può agire “alla vecchia maniera”: creando profili social e altri contenuti online che, riportando il suo nome, si indicizzano prima di tutte le pagine di giornali con le vecchie notizie. Il compito non è facile: quando un nome è presente direttamente sul titolo di una pagina web è più difficile da far retrocedere nelle posizioni più basse del motore di ricerca. Ma non è impossibile. Qualcuno è riuscito a spostare i link negativi sulla seconda pagina di Google. E sul web – si sa – esiste un detto quanto mai vero: «Se vuoi nascondere il cadavere di una persona e fare in modo che nessuno lo veda, mettilo sulla seconda pagina di Google».

Se il fatto, pur essendo vero all’origine, non è aggiornato, l’interessato può chiedere la rettifica della notizia: si pensi al caso di una persona indagata per un reato la cui notizia viene riportata da tutti i giornali, che però omettono di aggiornarla con la successiva dichiarazione di innocenza o con la sentenza di assoluzione in grado di appello.

La cancellazione dei link da Google spetta anche a chi è stato condannato penalmente; la pena cancella infatti ogni sanzione e non c’è possibilità di tenere alla pubblica gogna chi ha già pagato il prezzo del reato.

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