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Bolletta alta: chi deve dimostrare che è sbagliata?

8 ottobre 2018


Bolletta alta: chi deve dimostrare che è sbagliata?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 ottobre 2018



Obbligo di lettura della bolletta o possibilità di emettere la fattura con i consumi stimati? Chi deve dimostrare che il contatore è guasto?

A tutti è capitato, almeno una volta nella vita, di trovarsi dinanzi a una bolletta sproporzionata e di scontrarsi con l’ottusità della società fornitrice per la quale fa sempre fede il contatore. Dinanzi all’impossibilità tecnica di dimostrare il guasto o l’errore nei conteggi ci si affida a un avvocato; i più decisi impugnano la bolletta davanti al giudice, mentre non pochi preferiscono pagare (magari a rate) pur di non complicarsi la vita. Eppure contestare una bolletta troppo alta non è così difficile come può sembrare a prima vista. È vero, infatti, che la fattura si presume corretta sino a prova contraria che spetta all’utente fornire, ma è anche vero che quest’ultimo, non potendo entrare nei meccanismi interni del contatore e non avendo accesso ai computer del fornitore, può limitarsi a sollevare dei semplici “sospetti” circa l’errore commesso dalla società. Spetterà poi a quest’ultima difendersi dimostrando la correttezza dei propri conteggi. Una recente ordinanza della Cassazione torna su questo tema [1] e spiega chi deve dimostrare che la bolletta alta è sbagliata. Per noi è la scusa per tornare su un argomento sempre attuale. Ma procediamo con ordine.

Forse non lo sai o non te ne sei mai accorto ma nel momento in cui attivi un’utenza (sia essa della luce, del gas, dell’acqua o del telefono) accetti una “clausoletta” contenuta nel contratto con cui accetti, già in partenza, la correttezza dei consumi fatturati mensilmente. In buona sostanza, non c’è nessuna legge a stabilire che la bolletta si presume sempre esatta: sei tu che ti impegni a ritenerla tale. Ma siccome non si può limitare il diritto di difesa di un cittadino e una clausola del genere, dinanzi a un errore o, peggio, alla malafede altrui sarebbe illegittima, bisogna sempre dare la possibilità di dimostrare che la fattura è errata. E qui viene la parte più difficile: come puoi dare prova che il contatore è rotto se non sai neanche come smontarlo e non sei in grado di capire come funziona? Dovresti chiamare un tecnico che lo apra e lo analizzi; ma se lo facessi (ammesso che tu abbia i soldi per pagare un consulente) violeresti il contratto che ti lega alla società fornitrice, contratto che ti impedisce di smontare l’apparecchio (per evitare manomissioni).

Sembra quasi che tu sia dinanzi a un vicolo cieco: pur nella possibilità di contestare la bolletta non hai la possibilità di farlo. Come esci da questa impasse? Qui arriva la giurisprudenza che ti dà una mano: la prova del non corretto funzionamento del contatore e dell’errore della bolletta può essere fornita anche con semplici “presunzioni” o, per dirla con un linguaggio comune, indizi e sospetti. Se non hai capito, aspetta ad allarmarti. Ti farò subito un esempio.

Immagina di avere una casa al mare che abiti solo durante luglio ed agosto. Nel mese di settembre ti arriva una bolletta della luce stratosferica. Provi a chiamare il call center ma lì ti dicono che a loro risulta tutto corretto. Pensi che qualcuno possa aver rubato l’energia elettrica ed essersi allacciato alla tua rete, ma un tecnico smentisce questa possibilità. La società fornitrice dice che i dati le vengono trasmessi dal contatore in modalità elettronica: tutto in automatico. Non c’è altra soluzione: il contatore è rotto o qualcosa è andata storta nella trasmissione dei dati. Ma devi essere tu a dimostrarlo. Come puoi fare? Semplice: potrai portare davanti al giudice la prova che a settembre eri in città e che la casa del mare era disabitata. Lo potranno testimoniare i tuoi vicini di casa e le bollette della residenza invernale che, invece, registrano un aumento dei consumi; c’è anche la bolletta dell’acqua della casa del mare che non presenta significativi scatti, a dimostrazione che l’immobile era vuoto in quel periodo dell’anno. Il tutto sarà avvalorato dal confronto con gli importi pagati nei mesi precedenti e negli anni passati per lo stesso periodo.

Date queste prove il giudice annullerà la bolletta troppo alta, non in linea con i consumi dei mesi precedenti.

Per poter vincere la causa la società fornitrice dovrebbe dare una prova più consistente – che non sia il semplice dato misurato dal contatore – circa l’effettività dei consumi.

note

[1] Cass. ord. n. 23832/18 del 2.10.2018.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 5 aprile – 2 ottobre 2018, n. 23832

Presidente Sestini – Relatore Scarano

Svolgimento del processo

Con sentenza dell’11/4/2016 la Corte d’Appello di Milano ha respinto il gravame interposto dalla società Enel Energia s.p.a. in relazione alla pronunzia Trib. Lecco n. 220/2012, di accoglimento della, domanda nei confronti della medesima proposta dal sig. Ri. Pe. di accertamento «dell’illegittimità di due fatture … e della non debenza delle ingenti somme ivi indicate», in ragione della mancanza di prova dei quantitativi di gas dalla suindicata società fatturati, con rigetto della domanda riconvenzionale spiegata da quest’ultima, e con condanna della medesima al risarcimento dei subiti danni.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito la società Enel Energia s.p.a. propone ora ricorso per cassazione, affidato a 3 motivi, illustrati da memoria.

Resiste con controricorso il Pe..

Motivi della decisione

Con il 1. motivo la ricorrente denunzia «omesso esame circa un fatto decisivo della controversia», in riferimento all’art. 360, 1. co. n. 3, c.p.c.

Con il 2. motivo denunzia violazione dell’art. 1223 c.c., in riferimento all’art. 360, 1. co. n. 3, c.p.c.

Con il 3. motivo denunzia violazione dell’art. 91 c.p.c, in riferimento all’art. 360, 1. co. n. 3, c.p.c.

Il ricorso è inammissibile.

Esso non risulta invero redatto nel rispetto dei requisiti richiesti all’art. 366 c.p.c..

Va anzitutto osservato, con particolare riferimento al 1. motivo, come l’odierna ricorrente si è al riguardo limitata a ribadire la censura già sottoposta al giudice del gravame e dal medesimo espressamente rigettata, in termini a tale stregua di inammissibile contrapposizione della propria tesi agli argomenti dell’impugnata decisione, senza sviluppare argomenti in diritto con i contenuti richiesti dal combinato disposto dell’art. 360, l.co. n. 3, e art. 366, l.co. n. 4, c.p.c, nell’indistinzione di questioni di fatto e di diritto, e con «numerose ripetizioni, tanto da rendere difficoltosa anche soltanto l’individuazione delle questioni poste» (v., in tali termini, Cass., 17/3/2017, n. 7009), sicché quanto dedotto si risolve nella proposizione in realtà di un “non motivo” ( cfr. Cass., 8/7/2016, n. 1274; Cass., 8/7/2014, n. 15475; Cass., 1/10/2012, n. 17318; Cass., 17/1/2012, n. 537 ).

Come da questa Corte ripetutamente affermato, ai sensi dell’art. 366, 1. co. n. 4, c.p.c. i vizi della sentenza impugnata debbono essere a pena di inammissibilità dedotti mediante specifiche argomentazioni intellegibili ed esaurienti intese a motivatamente dimostrare in quale modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità, risultando altrimenti a questa Corte precluso di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della lamentata violazione ( v. Cass., 9/5/2017, n. 11211 ).

Va ulteriormente posto in rilievo che il ricorso risulta formulato in violazione dell’art. 366, 1. co. n. 6, c.p.c. atteso che la ricorrente pone a suo fondamento atti o documenti del giudizio di merito [es., l’«atto di citazione del 3/4/2007», la «comparsa di costituzione e risposta del 5/7/2007», il «contratto di utenza gas n. 108902000168», la «sentenza n. 220/12 emessa in data 20/2/2012 e pubblicata il 27/3/2012», l’atto di citazione in appello, la comparsa di costituzione in appello, la «sentenza n. 1393/16 emessa in data 1/2/2016 e pubblicata in data 11/4/2016», la «documentazione in atti», le «letture comunicate periodicamente dal Distributore Enel Rete Gas S.p.a. », le «bollette/fatture dei consumi», le «letture "anomale”», la «lettura del 15/12/2003», le «fatture basate su consumi presuntivi parametrati come se l’utenza fosse quella di un piccolo appartamento», la «lettura del 19/1/2006», la «bolletta/fattura di conguagli n. (omissis…)», la «bolletta/fattura n. (omissis…)», il «verbale di verifica», la «bolletta/fattura n. (omissis…)», le «ulteriori bollette/fatture relative … ai consumi inerenti i mesi di ottobre, novembre e dicembre 2006>>, la «boi letta/fattura n. (omissis…)»] limitandosi meramente a richiamarli, senza invero debitamente -per la parte d’interesse in questa sede- riprodurli nel ricorso ovvero puntualmente indicare in quale sede processuale, pur individuati in ricorso, risultino prodotti, laddove è al riguardo necessario che si provveda anche alla relativa individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta alla Corte Suprema di Cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v., da ultimo, Cass., 16/3/2012, n. 4220), con precisazione (anche) dell’esatta collocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte, rispettivamente acquisito o prodotto in sede di giudizio di legittimità (v. Cass., 23/3/2010, n. 6937; Cass., 12/6/2008, n. 15808; Cass., 25/5/2007, n. 12239; Cass., 6/11/2012, n. 19157), la mancanza anche di una sola di tali indicazioni rendendo il ricorso inammissibile (cfr., da ultimo, Cass., Sez. Un., 19/4/2016, n. 7701).

A tale stregua, non deduce le formulate censure in modo da renderle chiare e intellegibili in base alla lettura del ricorso, non ponendo questa Corte nella condizione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificarne il relativo fondamento (v. Cass., 18/4/2006, n. 8932; Cass., 20/1/2006, n. 1108; Cass., 8/11/2005, n. 21659) sulla base delle sole deduzioni contenute nel medesimo (v. Cass., 24/3/2003, n. 3158; Cass., 3/8/2003, n. 12444; Cass., 172/1995, n. 1161).

Non sono infatti sufficienti affermazioni -come nel caso-apodittiche, non seguite da alcuna dimostrazione (v. Cass., 21/8/1997, n. 7851).

Va ulteriormente osservato che la ricorrente, nel dolersi della «evidente illogicità del ragionamento operato dal Tribunale di Lecco ed avallato dalla Corte di Appello di Milano», fondato «su di un’asserita indimostratezza dell’effettiva entità dei consumi di cui si richiede il pagamento», richieda in realtà un’inammissibile rivalutazione delle emergenze probatorie, laddove solamente al giudice di merito spetta individuare le fonti del proprio convincimento e a tal fine valutare le prove, controllarne la attendibilità e la confluenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova.

Emerge evidente, a tale stregua, come lungi dal denunziare vizi della sentenza gravata rilevanti sotto i ricordati profili, le deduzioni della ricorrente, oltre a risultare formulate secondo un modello difforme da quello delineato all’art. 366, I.co. n. 6, c.p.c. in realtà si risolvono nella mera doglianza circa la dedotta erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore e un significato difformi dalle sue aspettative (v. Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell’inammissibile pretesa di una lettura dell’assetto probatorio diversa da quella nel caso operata dai giudici di merito (cfr. Cass., 18/4/2006, n. 8932).

Per tale via in realtà sollecita, cercando di superare i limiti istituzionali del giudizio di legittimità, un nuovo giudizio di merito, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi all’attenzione dei giudici della Corte Suprema di Cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici di merito, al fine di pervenire a un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).

Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 3.000,00 per onorari, oltre a spese generali ed accessori come per legge, in favore del controricorrente.

Ai sensi dell’art. 13, 1. co. quater, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

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