Diritto e Fisco | Editoriale

Quando ottenere l’affidamento esclusivo di un figlio

26 ottobre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 ottobre 2018



Quando un genitore, in caso di separazione o divorzio, può ottenere l’affidamento esclusivo del figlio?

Dopo anni di sofferenze hai deciso di separarti da tuo marito ma un pensiero in particolare non ti abbandona: ti chiedi se e quando, in caso di separazione, puoi ottenere l’affidamento esclusivo di tuo figlio minore? Il giudice, tra le diverse decisioni (patrimoniali e non) che dovrà prendere in caso di separazione, sarà chiamato a stabilire anche i tempi ed i modi nei quali potrai incontrare tuo figlio: con chi dovrà vivere, dove, chi dovrà decidere per lui e quando e come potrai incontrarlo. Il giudice, inoltre, dovrà stabilire a chi affidarlo e quale contributo economico dovrà versare il genitore con il quale non vivrà quotidianamente. In base a quali criteri il giudice prenderà queste decisioni? In caso di separazione, quando un genitore può ottenere l’affidamento esclusivo di un figlio? Innanzitutto devi sapere che nel nostro ordinamento la regola generale circa l’affidamento dei minori prevede che debba essere condiviso; tale principio si adegua (da qualche anno) a quello della bigenitorialità (vigente in tutta Europa), secondo cui i minori devono conservare un rapporto equilibrato con entrambi i genitori. In particolare, con l’affido condiviso la potestà genitoriale (ormai chiamata responsabilità genitoriale) sui figli viene esercitata in modo condiviso: ciò in pratica significa che tutte le decisioni di maggiore interesse relative all’istruzione, all’educazione ed alla salute dei figli devono essere assunte di comune accordo tra i genitori, tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli stessi, mentre i genitori possono decidere separatamente per tutto ciò che riguarda le questioni meno importanti e di ordinaria amministrazione. L’affido esclusivo costituisce l’eccezione alla regola e prevede che le decisioni siano prese da uno solo dei genitori (cioè quello a cui è stato affidato il minore) senza necessità di chiedere un parere, un’opinione, un’autorizzazione all’altro genitore. Il problema che ti poni è come fare ad ottenere l’affidamento esclusivo se tuo marito (o tua moglie) è violento nei confronti tuoi e di vostro figlio oppure se ne disinteressa del tutto alla sua vita? Andiamo con ordine e troviamo la risposta al quesito.

Cos’è l’affidamento condiviso dei figli?

L’affidamento condiviso (che abbiamo già detto essere la regola che disciplina l’affidamento dei figli a seguito di cessazione della relazione affettiva e convivenza tra i genitori), permette a questi ultimi di prendere insieme le decisioni di maggiore interesse per i figli (relative alla scuola, alla salute ed, in generale, alle scelte educative); con l’affido condiviso entrambi i genitori partecipano (o meglio devono partecipare) alla cura e all’educazione dei figli. L’affido condiviso riconosce il principio della bigenitorialità: il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare i rapporti significativi con gli ascendenti e con i propri parenti di ciascun ramo genitoriale [1]. Questo è l’orientamento da seguire in quanto è stato accertato che sia la decisione migliore per i minori. Il giudice deve, dunque, valutare in primis la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori (in modo da realizzare al meglio il loro diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi) [2] e, soltanto in determinati casi residuali, potrà decidere per l’affido esclusivo. Attenzione che anche in caso di affido condiviso, il minore sarà collocato presso la residenza di uno solo dei genitori! Il collocamento, infatti, è cosa ben diversa dall’affido e consiste nell’assegnazione della residenza al minore: il più delle volte il minore viene collocato presso la residenza della madre e ciò, in pratica, significa che trascorrerà la vita presso di lei ed incontrerà il padre nei giorni ed alle ore previste dal giudice (questa è la regola che il nostro governo sta cercando di cambiare). Ma se il papà è violento, non si interessa del figlio, oppure si rende irreperibile, puoi ottenere l’affido esclusivo? E se la mamma maltratta il minore, lo lascia da solo la notte per andare a ballare rischiando per la sua incolumità, tu padre puoi ottenerne l’affidamento esclusivo?

Cos’è l’affidamento esclusivo dei figli?

L’affidamento esclusivo può essere disposto dal giudice soltanto nel caso in cui non possa essere disposto l’affidamento condiviso. L’unica ragione che può indurre un giudice a tale scelta è  l’interesse del minore, ovvero la necessità (e l’obbligo giuridico) di garantirgli un sano sviluppo ed evitare che viva situazioni che possano arrecargli un pregiudizio. Se tuo marito è violento ed, anche se non ha mai fatto del male a tuo figlio, temi che un giorno o l’altro la sua rabbia possa esplodere anche nei suoi confronti; se tua moglie non riesce ad accudire vostro figlio, se lo trovi sporco, trasandato e temi che sia violenta nei suoi confronti, puoi chiedere al giudice di concederti l’affidamento esclusivo. Puoi spiegare al giudice che non puoi condividere le decisioni sulle questioni più importanti (che riguardano la vita di tuo figlio) con una persona che non è affidabile, che spesso diventa assente e, soprattutto, che è nociva per tuo figlio e non sceglierebbe nel suo interesse o per il suo bene (considerato che già non lo fa nella vostra vita quotidiana). Ma vediamo quali sono i casi in cui, secondo la legge e la giurisprudenza, è possibile ottenere l’affido esclusivo di un figlio.

 Quando ottenere l’affidamento esclusivo di un figlio?

Quando il giudice decide per un affidamento esclusivo ha il dovere di chiarire per quale ragione sia idoneo il genitore a cui ha scelto di affidare il minore e, soprattutto, per quale ragione sia inidoneo il genitore a cui ha sottratto la possibilità di partecipare alle decisioni relative alla vita del figlio [3]. Le ragioni per cui un giudice può optare per l’affidamento esclusivo sono varie ed oscillano dal disinteresse verso il minore (poca cura, violenza) all’eccessiva litigiosità tra gli ex partner (che si ripercuote negativamente sul minore e che, peraltro, rende impossibile un dialogo tra i genitori, necessario affinché essi prendano le decisioni insieme). Il codice non elenca espressamente i casi nei quali deve avvenire, ma specifica chiaramente che l’affidamento esclusivo è possibile soltanto nel caso in cui il genitore pregiudichi la crescita sana del figlio ed alteri l’equilibrio e lo sviluppo psico fisico del minore. Questo significa che se, ad esempio, il papà telefona di rado al figlio e non viene a prenderlo nei giorni nei quali il giudice ha stabilito che possa esercitare il diritto di visita [4], si mostra incapace di assumersi le sue responsabilità, si può chiedere di limitare il suo diritto di scelta (mediante la richiesta di un affido esclusivo); stessa cosa per il genitore che abusa dell’altro (o lo maltratta) in presenza dei figli minori. In questi casi è palese che il giudice debba prediligere l’affidamento esclusivo. Il giudice valuterà sempre caso per caso e deciderà ponendo in primo piano il minore ed i suoi bisogni.

 

note

[1] Art. 337 cod. civ.

[2] Art. 337 ter cod. civ.

[3] Trib.Napoli sent. n. 3934 del 31.03.2017

[4] Cass. sent. n. 977 del 17.01.2017

Cass. sent. n. 977 del 17.01.2017

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. GIANCOLA Maria Cristina Maria Cristina – Presidente
Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Consigliere
Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere
Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere
Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso 9656/2014 proposto da:
(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato
(OMISSIS), giusta procura a margine del ricorso;
– controricorrente –
avverso la sentenza n. 987/2013 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE, depositata il 16/12/2013;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 17/11/2016 dal Consigliere Dott. MASSIMO FALABELLA;
udito, per la ricorrente, l’Avvocato (OMISSIS) che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
udito, per il controricorrente, l’Avvocato (OMISSIS) che ha chiesto il rigetto del ricorso;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. ZENO Immacolata, che ha concluso per l’accoglimento per quanto di ragione del
primo motivo (affido condiviso); rigetto del secondo motivo; assorbimento del terzo.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con ricorso depositato il 18 febbraio 2009 avanti al Tribunale di Udine (OMISSIS) chiedeva che venisse pronunciata la propria separazione
personale dalla coniuge (OMISSIS), con cui aveva contratto matrimonio in data (OMISSIS) e con la quale aveva generato il figlio (OMISSIS), nato
il (OMISSIS). Nel predetto ricorso l’istante domandava altresi’ che la separazione fosse pronunciata con l’addebito alla moglie e che venisse
disposto l’affido condiviso del minore (OMISSIS), con collocamento dello stesso presso la madre; chiedeva, in conseguenza, che la casa coniugale
fosse assegnata alla stessa (OMISSIS) e che fosse stabilito a proprio carico l’assegno mensile di Euro 650,00, a titolo di concorso nel mantenimento
del minore.
Il procedimento di primo grado, nel quale si costituiva (OMISSIS), si concludeva con la sentenza del Tribunale che, dichiarata la separazione
personale dei coniugi, rigettava la domanda di addebito e affidava il figlio minore a entrambi i genitori, con collocazione dello stesso presso il padre,
a cui era assegnata la casa coniugale e a cui era rimesso l’integrale mantenimento del ragazzo.
(OMISSIS) proponeva appello e, nella resistenza di (OMISSIS), la Corte di appello di Trieste, con sentenza depositata il 16 dicembre 2013,
riformava parzialmente la pronuncia di prime cure nei termini che seguono: dichiarava che la separazione dei coniugi doveva essere addebitata
alla moglie; affidava il figlio minore in via esclusiva al padre; revocava l’assegnazione all’appellante della casa coniugale di proprieta’ comune dei
coniugi. Per quanto qui rileva, osservava il giudice dell’impugnazione essere stato dimostrato che in costanza di matrimonio l’appellata avesse
avuto due relazioni extraconiugali: riteneva pertanto che, in presenza di tale quadro probatorio, fosse onere della stessa (OMISSIS) dimostrare, in
modo rigoroso, che il matrimonio era gia’ entrato in crisi per motivi diversi dalla propria infedelta’. La Corte friulana, con riguardo al tema
dell’affidamento, attribuiva poi rilievo alla lontananza della madre (trasferitasi in (OMISSIS)) dal figlio (rimasto a (OMISSIS) col padre) e alla
manifestata intenzione della stessa (OMISSIS) di non tornare in Italia nemmeno per i tre incontri minimi previsti dal consulente tecnico: in tale
situazione, osservava il giudice dell’impugnazione, la madre avrebbe dovuto condividere le decisioni di maggiore importanza attinenti alla sfera
personale patrimoniale di (OMISSIS) in assenza di qualsiasi rapporto con lo stesso, fatta eccezione per i contatti giornalieri intrattenuti mediante
cellulare o skype.
Contro la sentenza della Corte di appello di Trieste (OMISSIS) ha proposto un ricorso per cassazione fondato su tre motivi. Resiste con
controricorso (OMISSIS).
MOTIVI DELLA DECISIONE
Il primo motivo censura la sentenza impugnata a norma dell’articolo 360 c.p.c., n. 3, ed e’ rubricato come violazione e falsa applicazione degli
articoli 155, 155 bis e 155 quater c.c., con riguardo all’affidamento del minore (OMISSIS) in via esclusiva al padre. Lamenta la ricorrente che la
sentenza impugnata, basandosi sulla distanza fisica tra la madre e il figlio, aveva costruito una motivazione illogica e contraria alle norme
richiamate, basandola sul dato di un sostanziale disinteresse della medesima nei confronti del minore: circostanza, quest’ultima, smentita dai
documenti e dalle risultanze delle indagini tecniche acquisite. In particolare, la consulenza tecnica disposta in grado di appello si era pronunciata in
senso contrario rispetto all’affidamento mono-genitoriale a favore del padre, sottolineando come essa istante fosse stata descritta dal c.t.u. come
madre presente e capace di seguire il bambino. D’altro canto, l’istante si era trasferita per ragioni niente affatto futili e aveva chiesto di portare con
se’ all’estero anche il figlio; inoltre, aveva sempre cercato, dopo la partenza, nonostante comportamenti gravemente ostruzionistici del
controricorrente, di avere contatti quotidiani e costanti con il bambino. Aggiunge la ricorrente che la decisione impugnata risultava contrastante
con il principio di diritto in forza del quale alla regola dell’affidamento condiviso dei figli puo’ derogarsi solo ove la sua applicazione risulti
pregiudizievole per l’interesse del minore. In tal senso, le resistenze e i comportamenti non collaborativi di (OMISSIS) non potevano non incidere
sul giudizio di idoneita’ del genitore affidatario, avendo anche riguardo a quanto attestato dai consulenti tecnici con riferimento al rapporto tra il
padre ed il figlio. Secondo l’istante, poi, il trasferimento non poteva giustificare la scelta contraria all’affidamento condiviso, tenuto anche conto che
l’oggettiva distanza esistente tra i luoghi di residenza del figlio e della madre poteva incidere solo sulla disciplina dei tempi e delle modalita’ della
presenza del minore presso ciascun genitore ex articolo 155 c.c., comma 2 e articolo 155 quater c.c., comma 2.
Il motivo non e’ fondato.
Dispone l’articolo 155 bis c.c., comma 1, nel testo vigente ratione temporis, che il giudice puo’ disporre l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori
qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore.
La Corte di merito, nella fattispecie in esame, ha attribuito rilievo al fatto che l’odierna ricorrente nel corso di piu’ di un anno (dall’estate del 2012
alla fine del 2013) non aveva mai fatto ritorno in Italia, nemmeno per il numero minimo di incontri (tre) indicati dal consulente tecnico.
Ora, questa Corte ha osservato come la regola dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, prevista dall’articolo 155 c.c., con
riferimento alla separazione personale dei coniugi, e’ derogabile solo ove la sua applicazione risulti pregiudizievole per l’interesse del minore (Cass.
2 dicembre 2010, n. 24526; Cass. 17 dicembre 2009, n. 26587; Cass. 18 giugno 2008, n. 16593). Cio’ si verifica nel caso di esercizio in modo
discontinuo del diritto di visita, come anche nell’ipotesi di totale inadempimento all’obbligo di corrispondere l’assegno di mantenimento in favore
dei figli minori (Cass. 17 dicembre 2009, n. 26587). La valorizzazione, da parte della Corte di Trieste, dell’assenza di incontri tra la madre e il figlio
nel lungo periodo preso in considerazione appare, dunque, pienamente coerente coi suindicati principi.
Gli ulteriori profili dedotti sfuggono, del resto, al sindacato della Corte di legittimita’.
L’articolo 155 bis, comma 1 cit. richiede, ben vero, che l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori debba essere disposto con “provvedimento
motivato”: ma la Corte di appello si e’ certamente conformata a detta prescrizione, recando la sentenza le argomentazioni atte a giustificare la
revoca dell’affidamento condiviso.
Al riguardo, occorre rilevare che nella nuova formulazione del cit. n. 5, risultante dal Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, convertito in L. n.
134 del 2012, mancante ogni riferimento letterale alla “motivazione” della sentenza impugnata, con la conseguenza che e’ denunciabile in
cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della
motivazione in se’, purche’ il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale
anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto
irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del
semplice difetto di “sufficienza” della motivazione. Al contempo, la fattispecie di cui dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, per come riformulata, ha introdotto
nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui
esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo,
vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia (Cass. S.U. 7 aprile 2014, n. 8053).
Non coglie quindi nel segno la censura basata sulle risultanze peritali. Anche a voler prescindere dal fatto che sul punto il motivo e’ carente di
autosufficienza – visto che lo stesso non riproduce il testo dell’elaborato, ne’ precisa quale sia la localizzazione dello stesso all’interno dei fascicoli di
causa – e’ evidente che il profilo indicato non possa essere ricondotto alla previsione di cui all’articolo 360 c.p.c., n. 5: e cio’ nemmeno ove la
consulenza contenesse elementi di prova, giacche’ il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di
merito e’ estraneo alla suddetta previsione (Cass. 10 giugno 2016, n. 11892).
Analoghe considerazioni vanno svolte con riferimento alle motivazioni che avrebbero indotto la ricorrente a trasferirsi all’estero – profilo, questo,
che non riveste decisivita’ nel quadro della decisione assunta dalla Corte distrettuale e al giudizio espresso nella sentenza impugnata in ordine al
rilievo che assumeva, in concreto, la possibilita’, per la madre, di avere contatti giornalieri col figlio tramite cellulare o skype: a quest’ultimo
riguardo va nondimeno osservato – per mera completezza – che il giudice di merito ha valutato come tali modalita’ di comunicazione non fossero
idonee a surrogare le visite del genitore assente e tale apprezzamento, per le ragioni indicate, non e’ censurabile in questa sede.
Quanto, infine, alla denunciata carenza di motivazione “in positivo” dell’idoneita’ educativa di (OMISSIS), bastera’ osservare che la questione
afferente tale idoneita’ non risulta sia stata introdotta tra i temi del dibattito processuale nella precedente fase del giudizio: tant’e’ che l’odierna
ricorrente concludeva, in appello, per la conferma dell’affidamento del figlio a entrambi i genitori, con collocamento presso il padre (cfr. pag. 3 del
ricorso). Qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, e’ – del resto onere della
parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilita’ per novita’ della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione
innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso stesso, di indicare in quale specifico atto del giudizio
precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Suprema Corte di controllare ex actis la veridicita’ di tale asserzione prima di esaminare il merito
della suddetta questione (Cass. 18 ottobre 2013, n. 23675; cfr. pure: Cass. 28 luglio 2008, n. 20518; Cass. 26 febbraio 2007, n. 4391; Cass. 12
luglio 2006, n. 14599; Cass. 2 febbraio 2006, n. 2270).
Peraltro, anche sul punto viene denunciato un vizio motivazionale che, per le ragioni indicate, non potrebbe avere ingresso nella presente sede.
Con il secondo motivo la sentenza e’ censurata a norma dell’articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 5: e’ denunciata la violazione degli articoli 143 e 151 c.c. e
l’omesso esame di un fatto decisivo prospettato dalla ricorrente con riguardo alla valutazione dell’addebito della responsabilita’ della separazione.
La Corte di Trieste, ad avviso del ricorrente, aveva mancato di considerare che la coppia, a seguito del matrimonio, celebrato nel 2005, non aveva
stabilizzato un’unione in un’abitazione familiare nonostante vi fosse una relazione dalla quale, nel (OMISSIS), era nato il figlio (OMISSIS). In
particolare, la sentenza del giudice di appello risultava essere viziata sia per l’assenza del nesso di causalita’ tra la fine del matrimonio e l’insorgere
della relazione extraconiugale di (OMISSIS) con (OMISSIS), sia per la mancata motivazione circa la ritenuta sussistenza del detto nesso eziologico.
Evidenzia, in particolare, l’istante che la violazione dei doveri coniugali non e’ sufficiente a fondare la pronuncia di addebito della separazione se non
vi e’ pure prova che tale violazione abbia avuto una specifica efficienza causale del determinarsi della crisi coniugale. Con particolare riguardo al
tema delle relazioni extraconiugali, l’istante evidenzia come avesse sempre negato che ne fosse intercorsa una con tale (OMISSIS), rilevando,
altresi’, come nessuna valida prova avesse dimostrato il contrario. Con riferimento invece alla frequentazione con (OMISSIS), essa aveva avuto inizio quando l’affectio coniugale era gia’ venuta meno: anzi – ad avviso della ricorrente – tale relazione era stata conseguenza, e non causa, del venir meno dell’unione matrimoniale. Sul punto, osserva la ricorrente che grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedelta’,
l’addebito della separazione, l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza.
Il motivo e’ infondato.
La pronuncia impugnata, con la statuizione che qui interessa, risulta essersi conformata al principio per cui in tema di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedelta’ coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilita’ della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempreche’ non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedelta’ e crisi coniugale, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi gia’ irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (tra le tante: Cass. 14 agosto 2015, n. 16859; Cass. 17 giugno 2013, n. 16270, non massimata in termini; Cass. 14 febbraio 2012, n. 2059, pure non massimata con riferimento al principio secondo cui l’inosservanza dell’obbligo di fedelta’ coniugale fa presumere la non tollerabilita’ dell’ulteriore convivenza; Cass. 14 ottobre 2010, n. 21245, parimenti non massimata al riguardo; Cass. 7 dicembre 2007, n. 25618, Cass. 19 settembre 2006, n. 20256). Ora, l’accertamento relativo alle infedelta’ coniugali di (OMISSIS) – avendo anche riguardo al profilo afferente il dedotto erroneo o incompleto
vaglio delle risultanze probatorie si sottrae al sindacato di legittimita’: va qui richiamato quanto sopra esposto in ordine al perimetro applicativo dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, nel testo vigente. Il suddetto accertamento onerava poi l’odierna ricorrente della prova dell’inesistenza del nesso causale tra le relazioni extraconiugali intrattenute
dall’istante e la crisi del rapporto matrimoniale: sicche’ la stessa non puo’ dolersi del fatto che quel nesso non sia stato provato, in termini affermativi, dalla controparte.
Il ricorso si chiude con un terzo ed ultimo motivo in cui, richiamandosi l’articolo 360 c.p.c., n. 3, viene dedotta violazione o falsa applicazione della norma di cui all’articolo 244 c.p.c., in merito alla valutazione della deposizione resa da due testimoni. La censura si riferisce a “testimonianze de relato in ordine ad un fatto privo di riferimenti spaziali e temporali, appreso da persona estranea al processo”.
Il motivo e’ palesemente inammissibile per difetto di specificita’, giacche’ esso gravava la parte dell’onere di riprodurre nel ricorso il tenore esatto della risultanza processuale il cui inadeguato esame e’ censurato (ad es.: Cass. 5 settembre 2005, n. 17771; Cass. 3 settembre 2005, n. 17743; Cass. 21 aprile 2005 n. 8372; Cass. 20 agosto 2004 n. 16472; Cass. 16 marzo 2004, n. 5344; Cass. 21 ottobre 2003, n. 15751). Non si vede, del resto, come la censura possa avere ad oggetto l’erronea applicazione dell’articolo 244 c.p.c., visto che la ricorrente dibatte del valore probatorio di deposizioni testimoniali: sicche’ il mezzo appare in definitiva preordinato a un riesame delle risultanze probatorie, operazione
ovviamente preclusa nella presente sede.
In conclusione, il ricorso deve essere respinto, con condanna di parte ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Si da’ atto dell’obbligo della parte ricorrente di procedere, ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 1, comma 1
quater, al versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.
P.Q.M.
La Corte:
rigetta il ricorso; condanna parte ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 3.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre
rimborso spese generali e oneri di legge; da’ atto che ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1
quater, parte ricorrente e’ tenuta al versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a
norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.

Trib.Napoli sent. n. 3934 del 31.03.2017

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale di Napoli – Prima Sezione Civile – riunito in Camera di Consiglio, nelle persone dei seguenti Magistrati:
1) Dott. Carlo IMPERIALI – Presidente rel.
2) Dott. Fabio MAFFLI – Giudice
3) Dott. Fabrizio SAVOJA – Got
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nella causa civile iscritta al n. 4635/2014 del ruolo generale degli affari contenziosi avente ad oggetto: separazione giudiziale, e vertente
TRA
Ri.Im., nata (…), rappresentata e difesa, in virtù di procura in calce al ricorso, dall’avvocato Gi.Ia., presso cui elettivamente domiciliata in Napoli al
Centro Direzionale isola G.I., palazzo prof. St.
RICORRENTE
E
Pa.Gi., nato (…)
RESISTENTE CONTUMACE
NONCHÉ
il P.M. presso il Tribunale di Napoli
INTERVENTORE EX LECE
FATTO E DIRITTO
La domanda di separazione giudiziale è fondata e merita, pertanto, accoglimento.
Nel merito le risultanze processuali hanno ampiamente comprovato una crisi del rapporto coniugale di tale gravità da escludere, secondo ogni
ragionevole previsione, la possibilità di ricostituzione di quell’armonica comunione di intenti e di sentimenti che di quel rapporto costituisce
l’indispensabile presupposto.
Sorregge tale convincimento, soprattutto, la circostanza che Pa.Gi. si è disinteressato del presente giudizio rimanendo contumace, dimostrando di non aver più alcun interesse a ricomporre l’unità familiare, nonché il tempo trascorso dall’udienza presidenziale del 22/10/2014.
Elementi tutti dai quali si ricava, in modo univoco, il venir meno di ogni forma di comunione materiale e spirituale tra i coniugi per cui ricorrono,
senza dubbio, le condizioni previste dall’art. 151 c.c. primo comma; per essere pronunziata la separazione personale dei coniugi Pa.Gi. e Ri.Im.
Per quanto riguarda i provvedimenti accessori, quelli relativi all’affidamento dei figli minori Er. (…) e Ma. (…), rilevato che “In tema di separazione
personale dei coniugi, alla regola dell’affidamento condiviso dei figli, può derogarsi solo ove la sua applicazione risulti “pregiudizievole per
l’interesse del minore”, con la duplice conseguenza che l’eventuale pronuncia di affidamento esclusivo dovrei essere sorretta da una motivazione
non solo più in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa ovvero manifesta carenza dell’altro
genitore, e che l’affidamento condiviso non può ragionevolmente ritenersi precluso dalla mera conflittualità esistente tra i coniugi, poiché avrebbe
altrimenti una applicazione solo residuale, finendo di fatto con il coincidere con il vecchio affidamento congiunto” “cfr. tra le altre Cass. Civ. Sez. 1 n.
16593 del 18.06.2008; Cass. Sez. I ord. n. 24526 del 2.12.2010); “In tema di affidamento dei minori, il criterio fondamentale, cui deve attenersi il
giudice della separazione, è costituito dall’esclusivo interesse morale a materiale della prole, previsto in passato dall’art. 155 c.c. ed oggi dall’art.
337 quater c.c., il quale, imponendo di privilegiare la soluzione che appaia più idonea a ridurre al massimo i danni derivanti dalla disgregazione del
nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore, richiede un giudizio prognostico circa la capacità del singolo
genitore di crescere ed educare il figlio, da esprimersi sulla base di elementi concreti attinenti alle modalità con cui ciascuno in passato ha svolto il
proprio ruolo, con particolare riguardo alla capacità di relazione affettiva, nonché mediante l’apprezzamento della personalità del
genitore” (Cassazione Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 14728 del 19/07/2016); orbene alla stregua dei predetti principi ai quali si ritiene di aderire, nella
fattispecie in esame, non risultano provati elementi per derogare al regime ordinario di affido condiviso con residenza privilegiata presso la madre.
La frequentazione dei figli minori, da parte del padre, viene disposta come da provvedimento presidenziale: a) per due pomeriggi la settimana
martedì e giovedì dalle 18,00 alle 20,00; b) fine settimana alternati dalle 17,00 del sabato alle 20,00 della domenica; c) nonché quindici giorni da
concordare tra i genitori durante il periodo estivo ed a anni alterni dal 24 al 27 dicembre o dal 31 dicembre al 2 gennaio, Pasqua o Lunedì in Albis;
Per quanto concerne il contributo al mantenimento dei minori, si ricorda che “l’obbligo di mantenimento nei confronti dei figli ai sensi dell’art. 147
c.c. impone ai genitori di far fronte ad una molteplicità di esigenze dei figli, certamente non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma altresì
estese all’aspetto abitativo, scolastico e sportivo, sanitario, sociale, alla assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione, fino a quando
l’età dei figli stessi lo richieda, di una stabile organizzazione domestica, idonea a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione”; “mentre il
parametro di riferimento, ai fini della corretta determinazione del rispettivo concorso negli oneri finanziari, è costituito giusto disposto dell’art. 148
c.c. non soltanto dalle rispettive sostanze, ma anche dalla rispettiva capacità di lavoro, professionale o casalingo, di ciascun coniuge, con espressa
valorizzazione non soltanto delle risorse economiche individuali, ma anche delle accertate potenzialità reddituali. Ne deriva che la fissazione da
parte del giudice di merito, di una somma quale contributo per il mantenimento di un figlio può venire legittimamente correlata non tanto alle
entrate derivanti dall’attività professionale svolta dal genitore non convivente, quanto piuttosto ad una valutazione complessiva del minimo
essenziale per la vita e la crescita di un figlio dell’età suindicata” (consolidata giurisprudenza di merito e della S.C. vedi tra le tante Cass. 1/7/2015
n. 13504; 10/12/2014 n. 26060; 29/7/2011 n. 16376; 4/11/2009 n. 23411; 24/2/2006 n. 4203; 22/3/2005 n. 6197; 8/11/1997 n. 11025;
10813/96).
Orbene, alla stregua dei predetti principi ai quali si ritiene di aderire, allo stato, tenuto conto delle dichiarazioni rese dalla ricorrente, della prova
testimoniale di cui all’udienza del 22/3/2016 teste Ri.Ra., appare equo stabilire a carico del padre un assegno mensile complessivo di Euro 500,00
per i figli minori (250,00 per ciascuno come richiesto anche dal PIVI nelle sue conclusioni), tenuto conto anche della loro età, delle loro esigenze,
con rivalutazione annuale secondo Indici Istat dal mese di marzo 2018, oltre al 50% delle spese di studio e di salute se non coperte dal SSN,
previamente concordate e documentate se straordinarie; per quanto concerne la dedotta disoccupazione del Pa. si ricorda che come evidenziato
dalla S.C. (Sez. 6-1, Ordinanza n. 24424 del 2013) ai cui principi si ritiene di aderire come il contributo economico posto a carico del padre è
sostenibile sulla base delle sue capacitò lavorative e delle possibilità di reperire occupazione anche saltuaria”, nella fattispecie tenuto conto sua
giovane età (nato nel 1976).
Per quanto concerne la richiesta di un assegno di mantenimento a favore della ricorrente si ricorda che per giurisprudenza prevalente della
Suprema Corte, alla quale si ritiene di a cleri re (Cass. 9/2/2015 n. 2445; 13/2/2015 n. 2961; n. 18613/2008; 25618/2007; 23051/2007;
17055/2007; 18547/2006; 14840/2006; 13592/2006; 9878/2006; 1480/2006; 23071/2005; 19291/2005) “al coniuge, cui non sia addebitata
la separazione, spetta un assegno tendenzialmente idoneo ad assicurargli un tenore di vita analogo a quello che aveva prima della separazione,
sempre che non fruisca di redditi propri tali da fargli mantenere una simile condizione e sussista una differenza di reddito tra i coniugi”; “al fine del
relativo apprezzamento, da un lato vanno prese in considerazione le complessive situazioni patrimoniali dei soggetti – comprensive non solo dei
redditi in senso stretto, ma anche dei cespiti di cui essi abbiano il diretto godimento e di ogni altra possibilità suscettibile di valutazione economica
– e dall’altro lato non è necessaria la determinazione dell’esatto importo dei redditi percepiti, attraverso l’acquisizione di dati numerici, ma è
sufficiente un’attendibile ricostruzione delle suddette situazioni complessive, nel rapporto delle quali risulta consentita l’erogazione, dall’uno
all’altro coniuge, di una somma corrispondente alle sue esigenze”.
Orbene, nella fattispecie in esame, alla stregua dei predetti principi ai quali si ritiene di aderire, non solo manca la prova del tenore di vita durante
il matrimonio, ma pur tenuto conto che è venuto meno il contributo di 300,00 Euro da parte del suocero (vedi deposizione testimoniale sopra
richiamata), non risulta contestata la disoccupazione del convenuto e quindi allo stato, pur considerato la saltuarietà dei lavori della ricorrente,
valutato quanto sopra disposto a favore dei minori, non risulta provata una differenza di reddito tra i coniugi e quindi la domanda va respinta.
Si ravvisano gravi motivi considerata la natura della causa e la mancata opposizione di parte convenuta per dichiarare nulla per le spese
processuali.
P.Q.M.
Il Tribunale, definitivamente pronunziando, così provvede:
1) pronuncia ai sensi dell’art. 151 primo comma c.c. la separazione personale dei coniugi Ri.Im., nata (…) e Pa.Gi., nato a Napoli il (…) alle condizioni
di cui in motivazione;
2) ordina che la presente sentenza sia trasmessa, a cura della cancelleria, in copia autentica, all’Ufficiale dello stato civile del Comune di Napoli, per
l’annotazione di cui all’art. 69 lettera d) DPR. n. 396/2000 (atto n. 100, parte II, Serie A, reg. atti matrimonio anno 2004);
3) nulla per le spese processuali.
Così deciso in Napoli il 24 marzo 2017.
Depositata in Cancelleria il 31 marzo 2017.


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