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A quale coniuge va la casa?

9 ottobre 2018


A quale coniuge va la casa?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 ottobre 2018



Separazione e divorzio: l’assegnazione della casa coniugale in cui la coppia ha vissuto, anche se in affitto, viene fatta solo nell’esclusivo interesse del figlio.

Non c’è solo l’assegno di mantenimento e l’affidamento dei figli a tenere banco nelle liti tra ex coniugi durante le cause di separazione e divorzio, ma anche l’assegnazione della casa coniugale, quella cioè ove la famiglia ha convissuto. La regola vuole che l’immobile vada a finire al genitore con cui vanno a vivere i minori, al fine di impedire che questi ultimi possano subire ulteriori scossoni dopo la separazione del padre e della madre, scossoni derivanti dalla necessità di trasferirsi, cambiare le amicizie e le frequentazioni, magari anche la scuola e i compagni di classe, le abitudini quotidiane e tutto quanto può contribuire alla loro stabilità psicologica. Il problema dell’assegnazione della casa si pone sia per le coppie in separazione che in comunione dei beni, sia per quelle ove l’immobile è in comproprietà che per quelle in cui la titolarità è di uno solo dei due coniugi. Nel chiedersi a quale coniuge va la casa si cade spesso in equivoci: si ritiene ad esempio che l’assegnazione del tetto coniugale alla moglie sia una forma di risarcimento o di attribuzione patrimoniale suppletiva all’assegno di mantenimento o addirittura una condanna per chi ha violato i doveri del matrimonio. Non è così: l’unico intento del giudice è quello di proteggere i bambini.

La Cassazione si è spesso occupata di questo problema; anche di recente [1] è tornata a spiegare quali sono le regole sull’assegnazione della casa coniugale. Le sentenze in realtà affermano sempre lo stesso principio. Ma nonostante le regole siano semplici e ormai certe c’è ancora chi non ha chiaro a quale coniuge va la casa. Di tanto parleremo qui di seguito.

Il potere del giudice di assegnare la casa di proprietà esclusiva

Immaginiamo una normale coppia che stia per separarsi. I due sono in separazione dei beni e la casa appartiene al marito. Il matrimonio è naufragato per incompatibilità caratteriali. La coppia ha un solo figlio che ancora non ha compiuto 18 anni. A chi va la casa? Tutto dipende da chi dei due si prenderà cura del minore, nel senso che andrà a vivere con lui, decisione quest’ultima che spetta al giudice. Il tribunale, quindi, nel momento in cui dispone la collocazione del figlio presso l’uno o l’altro genitore, ha il potere di assegnare a quest’ultimo anche la casa familiare. In buona sostanza l’immobile, a prescindere da chi ne sia l’intestatario, viene attribuito in abitazione al genitore convivente con il figlio.

La conseguenza è che, in una separazione senza figli, il giudice non ha potere di assegnare la casa all’uno o all’altro coniuge ma questa resta nella disponibilità del titolare.

Ovviamente, quando decide sull’assegnazione della casa, il giudice non ne trasferisce la proprietà – che resta in capo al precedente titolare – ma solo il relativo diritto di abitazione. Con la conseguenza però che i poteri del proprietario saranno notevolmente ridotti, non potendo questi né abitare né utilizzare l’immobile a proprio piacimento. Anzi, se ha contratto un mutuo ed è ancora pendente banca egli dovrà continuare a versare le rate alla banca, evitando all’ex di dover subire il pignoramento e lo sfratto.

Quando il giudice può assegnare la casa a uno dei due coniugi

Come detto la prima condizione affinché il giudice possa decidere sull’assegnazione della casa è che la coppia abbia figli minori o, se maggiorenni, non ancora autosufficienti e conviventi coi genitori. In una famiglia dove i figli sono ormai adulti o comunque hanno una propria autonoma e distinta residenza, il tribunale non può decidere sull’assegnazione della casa che resta al suo proprietario. Lo stesso dicasi per quelle coppie che non hanno avuto figli; in tale ipotesi, la casa di proprietà di uno solo dei due coniugi resta in capo a quest’ultimo; mentre la casa in comproprietà va divisa o, non potendosi procedere alla divisione in natura, andrà venduta e il ricavato spartito al 50% tra i due coniugi. Uno dei due però può offrirsi di riscattare la metà dell’altro acquistandone il relativo valore e divenendo titolare dell’intero bene.

La seconda condizione affinché il giudice possa decidere sull’assegnazione della casa è che i coniugi non abbiano trovato tra loro un accordo. Difatti, se la separazione è consensuale, marito e moglie possono addivenire a un’intesa sull’abitazione purché nell’interesse dei figli (se ci sono).

Invece nella separazione giudiziale il tribunale ha il potere di stabilire a chi va a finire la casa.

Sulla base della consolidata giurisprudenza della Cassazione, in materia di separazione o divorzio, occorre ricordare che, l’assegnazione della casa familiare è finalizzata alla sola tutela della prole e dell’interesse di questa a permanere nell’ambiente domestico in cui è cresciuta, pertanto, nell’ipotesi in cui l’immobile sia di proprietà comune dei coniugi, la concessione del beneficio resta subordinata al presupposto imprescindibile dell’affidamento dei figli minori o della convivenza con figli maggiorenni, non economicamente autosufficienti.

L’assegnazione della casa e l’addebito al coniuge

Si può verificare che la separazione o il divorzio venga addebitato a uno dei coniugi per aver questi decretato, con il proprio comportamento colpevole, il fallimento del matrimonio. Si pensi al caso del tradimento o dell’abbandono del tetto coniugale.

L’addebito non ha alcuna ripercussione sulla decisione dell’assegnazione della casa coniugale, assegnazione che, come già detto, viene fatta solo nell’interesse dei figli e a favore del coniuge che andrà a convivere con questi.

Se il coniuge che subisce l’addebito è il proprietario della casa, questi continuerà a disporre dell’immobile quando la coppia non ha avuto figli, anche se l’ex è notevolmente più povero.

Il coniuge che subisce l’addebito può essere però anche affidatario dei figli: si pensi alla madre in una situazione in cui i bambini sono ancora in età scolare. La donna, responsabile per la fine del matrimonio, presso cui sono stati collocati i bambini ha diritto a ottenere anche la casa. Può sembrare un paradosso ma è la conseguenza delle considerazioni fatte in precedenza: l’appartamento viene dato solo per la tutela dei minori e non come premio o forma di mantenimento.

Un esempio potrà far apparire ancora più chiara la situazione. Se la moglie tradisce il marito e questi lo scopre e, in forza di ciò, ottiene una separazione con addebito a carico della prima, la donna può ugualmente ottenere l’assegnazione dei figli e della casa. L’uomo dovrà quindi lasciare l’immobile e mantenere i bambini. Non dovrà però versare l’assegno di mantenimento all’ex perché tale misura viene negata a chi subisce l’addebito.

Cosa si intende per casa coniugale?

La casa familiare è dunque il luogo di normale e abituale convivenza del nucleo familiare, l’habitat domestico inteso come il fulcro degli affetti, degli interessi e delle abitudini in cui si svolge e sviluppa la vita della famiglia. Si tratta del luogo in cui la famiglia si incontrava quando era unita e in cui si incontra ancora, al momento della separazione. Non è quindi casa coniugale la seconda casa o la residenza estiva.

A chi vanno il garage, gli arredi e gli elettrodomestici?

L’assegnazione della casa porta con sé l’assegnazione anche di tutte le relative pertinenze come la cantina e il garage. Non solo: il coniuge che ottiene la casa può disporre anche degli arredi, dei mobili, degli elettrodomestici e dei servizi che lo compongono ad eccezione dei beni strettamente personali o che soddisfino le particolari esigenze del coniuge che viene privato del godimento.

In caso di separazione consensuale, invece, i coniugi possono deciderne la sorte.

In caso invece di separazione giudiziale, di regola arredi e altri beni mobili vengono attribuiti, in via provvisoria, all’assegnatario, con facoltà per l’estromesso di prelevare i beni personali.

Chi paga le utenze, il condominio e le tasse?

Il coniuge che ottiene l’assegnazione della casa deve pagare tutte le spese ordinarie di condominio mentre quelle straordinarie spettano al proprietario (quali ad esempio il rifacimento del tetto o della facciata condominiale; la sostituzione della caldaia). Purtroppo però il condominio è tenuto a chiedere gli importi al titolare dell’immobile se l’assegnatario non paga. Con la conseguenza che il decreto ingiuntivo andrà fatto al primo in quanto condomino a tutti gli effetti.

Sul beneficiario gravano anche tutte le utenze della luce, dell’acqua e del gas.

Il coniuge estromesso dalla casa, su cui non pagava l’Imu e la Tasi essendo per lui abitazione principale, continua a non pagare tali imposte anche se va a vivere altrove.

Chi paga il mutuo?

Se per l’acquisto della casa familiare è stato contratto un mutuo chi lo paga? Bisogna distinguere a seconda che:

  • il mutuo è stato contratto da entrambi i coniugi: le rate devono essere rimborsate da entrambi i coniugi;
  • il mutuo è stato contratto da uno solo di essi (intestazione esclusiva): l’obbligo di rimborso grava in via esclusiva sul mutuatario. In questo caso se il mutuatario è estromesso dalla casa familiare è possibile una decurtazione dell’assegno di mantenimento da lui dovuto in favore dell’altro coniuge che abita nella casa, in assenza di prole [2] o dell’assegno di mantenimento in favore dei figli, che convivono nella casa con l’altro genitore.

Se la casa è in affitto

Le regole che abbiamo appena detto si applicano anche quando la casa familiare non è di proprietà di nessuno dei due coniugi ma i due l’hanno presa in affitto. Anche se il contratto è intestato al genitore estromesso oppure a entrambi i coniugi, in caso di separazione giudiziale (e nel caso di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili dello stesso) subentra il solo coniuge a cui è assegnata la casa familiare.

Per legge il coniuge assegnatario subentra nel contratto di locazione e diventa naturalmente obbligato al pagamento dei canoni e delle spese di conduzione.

Tale effetto legale si produce anche in capo al convivente di fatto affidatario della prole.

Si può vendere la casa assegnata all’ex coniuge?

Il diritto di abitazione del coniuge riconosciutogli dal giudice non implica il divieto per il proprietario della casa di venderla. Naturalmente l’acquirente non potrà però sfrattare il genitore assegnatario dell’immobile, a meno che questi abbia dimenticato di trascrivere nei pubblici registri immobiliari la sentenza di separazione o divorzio che gli riconosce il diritto di abitazione.

Ciò significa che i terzi a cui è nota l’esistenza dell’assegnazione, perché trascritta, devono attendere la revoca o la cessazione di tale provvedimento per potere entrare in possesso dell’immobile acquistato.

Casa in prestito dai genitori

Se la casa è di proprietà dei genitori di uno dei due coniugi e questi l’ha avuta in prestito (ossia in comodato) affinché la destini ad abitazione familiare, la separazione non comporta il riacquisto della disponibilità dell’immobile da parte del legittimo titolare (il genitore e suocero) a meno che sul contratto di comodato non sia stata indicata una data di scadenza. Le parti infatti imprimono al comodato un vincolo di destinazione alle esigenze abitative familiari (non solo a quelle del comodatario). Per effetto di tale vincolo il comodato dura anche oltre la crisi coniugale, senza possibilità di farlo cessare per volontà del comodante. Lo stesso vale per le coppie di fatto [3].

Casa divisibile in due appartamenti

Se la casa è grande e può essere divisa in due diverse unità immobiliari indipendenti, il giudice può assegnare ad un coniuge anche solo una porzione dell’immobile sempre che tale soluzione realizzi al meglio l’interesse dei figli dei coniugi conviventi.

Quando viene revocata la casa all’ex?

Poiché l’assegnazione della casa ha solo lo scopo di garantire al minore incapace di mantenersi di continuare a vivere nello stesso habitat in cui è cresciuto quando ancora i genitori erano uniti, l’assegnazione viene meno quando il figlio va a vivere da solo o quando il genitore con cui convive decide di trasferirsi altrove.

In particolare il proprietario della casa può rivolgersi al giudice per chiedere la revoca dell’assegnazione della casa famigliare se:

  • i figli non convivono più o diventano economicamente indipendenti;
  • il coniuge assegnatario non abita più nella casa familiare o cessa di abitarvi stabilmente;
  • il coniuge assegnatario inizia una convivenza more uxorio nella casa assegnata o contrae nuovo matrimonio;
  • uno dei coniugi cambia la propria residenza o domicilio.

note

[1] Cass. ord. n. 24254/18 del 4.10.2018.

[2] Cass. 25 giugno 2010 n. 15333.

[3] Cass. 28 febbraio 2011 n. 4917, Cass. 11 agosto 2010 n. 18619, Cass. 13 febbraio 2006 n. 3072.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 11 settembre – 4 ottobre 2018, n. 24254

Presidente Genovese – Relatore Nazzicone

Svolgimento del processo

– che è proposto ricorso, sulla base di due motivi, avverso la sentenza della Corte d’appello di Bari, la quale ha respinto l’impugnazione contro la decisione di primo grado dichiarativa del non luogo a provvedere in ordine all’assegnazione della casa familiare;

– che, con riguardo alla domanda di assegnazione della casa coniugale, la Corte d’appello ha osservato come l’art. 6, comma 6, l. n. 898/1970 ne prevede l’assegnazione al genitore cui vengono affidati i figli o con il quale i figli convivono oltre la maggiore età: onde è corretta la decisione del tribunale, atteso che non si pongono tali esigenze e che resta al riguardo irrilevante l’accordo concluso tra i coniugi, con il quale il marito rinunciava pretendere la casa in uso in suo favore, restando la disponibilità della casa sottoposta alle norme ordinarie;

– che non svolge difese l’intimato.

Considerato in diritto

– che il primo motivo deduce violazione degli artt. 1322, 1362 ss., 1372 c.c. e 6, comma 6, l. n. 878/1970, perché i coniugi hanno disposto in ordine all’uso dell’abitazione, avendo il marito rinunciato al medesimo ed avendo la S.C. chiarito che è ammesso l’accordo patrimoniale in sede di separazione o di divorzio, quali patti frutto della loro autonomia negoziale;

– che il secondo motivo deduce l’omesso esame di fatto decisivo, con riguardo al fatto che dapprima la figlia dimorava presso il padre, non desiderando essa vivere con la madre, ed in seguito, divenuta maggiorenne, ha conservato la sua residenza presso la casa familiare;

– che il primo motivo è manifestamente infondato, sulla base della consolidata giurisprudenza di questa Corte, secondo cui, in materia di separazione o divorzio, l’assegnazione della casa familiare, pur avendo riflessi anche economici, particolarmente valorizzati dalla della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 6, comma 6, (come sostituito dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 11), è finalizzata all’esclusiva tutela della prole e dell’interesse di questa a permanere nell’ambiente domestico in cui è cresciuta, onde, finanche nell’ipotesi in cui l’immobile sia di proprietà comune dei coniugi, la concessione del beneficio in questione resta subordinata all’imprescindibile presupposto dell’affidamento dei figli minori o della convivenza con figli maggiorenni ma economicamente non autosufficienti (e plurimis, Cass. 7 febbraio 2018, n. 3015; Cass. 18 settembre 2013, n. 21334; Cass. 21 gennaio 2011, n. 1491; Cass. 10 agosto 2007, n. 17643; Cass. 14 maggio 2007, n. 10994; Cass. 22 marzo 2007, n. 6979; Cass. 19 settembre 2006, n. 20256; Cass. 26 gennaio 2006, n. 1545; Cass. 6 luglio 2004, n. 12309);

– che il secondo motivo è, di conseguenza, manifestamente infondato, non trattandosi affatto di circostanze decisive, e neppure sussistendo gli altri requisiti ex art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., nel testo introdotto dal d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in l. 7 agosto 2012, n. 134;

– che non occorre provvedere sulle spese di lite.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, inserito dalla l. 24 dicembre 2012, n. 228, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 d.lgs. n. 196 del 2003.

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